Talks

La natura alla conquista dell’architettura

Articolo di

Alberto Bonazzi

C’è un romanzo appartenente alla letteratura italiana che ha raccontato le difficoltà, le avventure e le aspirazioni di un ragazzino che un giorno decise coraggiosamente di vivere per sempre sugli alberi. Dai rami sui quali è salito con un atto di ribellione, infatti, non sarebbe mai più sceso; i suoi piedi non avrebbero più percorso strade, ma si sarebbero mossi solamente sulla rete intessuta dalle verdi chiome sopraelevate; la sua nuova posizione gli avrebbe permesso di guardare il mondo da un’altra prospettiva.

Quel ragazzino si chiamava Cosimo ed era il protagonista del capolavoro letterario con il quale Italo Calvino lanciò questo sogno di libertà a milioni di lettori, un sogno, però, destinato a rimanere tale. Tuttavia, sebbene molto lontana dal poter letteralmente abitare gli alberi, l’umanità si sta lentamente dirigendo verso una nuova relazione con la natura resa possibile grazie all’architettura. Come se si trattasse di un diffuso fenomeno di empatia provata per il piccolo “Barone rampante”, infatti, sempre più frequentemente stanno nascendo, sparsi per il mondo, edifici che rendono progressivamente più protagonisti alberi e piante.

Smart Forest City Cancun di Stefano Boeri Architetti

Ovviamente non stiamo parlando delle edere che si arrampicano sui muri o dei fiori e delle piccole piante che arricchiscono di colore davanzali e balconi. Questo nuovo panorama di simbiosi tra vegetazione e architettura, che si sta gradualmente diffondendo nelle nostre città, vede come protagonisti progetti che, seppure in maniera diversa, tentano di rendere la natura una componente chiave della propria essenza. In realtà, basta guardarsi intorno per capire quanto ancora siano sporadici i casi in cui interi edifici si presentano ricoperti da piante e alberi, ma è soprattutto in questi ultimi anni che si stanno muovendo i primi lenti e fondamentali passi per inaugurare quella che potrebbe diventare una nuova era dell’architettura.

Individuato il fenomeno, ciò che viene spontaneo chiedersi è: cosa muove veramente le grandi firme dell’architettura ad abbracciare tale filosofia progettuale e insieme abbandonare una concezione architettonica dove c’è spazio solo per ferro, vetro e mattoni? Come accade ogni volta in cui all’interno di tendenze entrano in gioco rilevanti dinamiche culturali ed economiche, il modo di guardare alle cose può seguire inevitabilmente due grandi filoni. Da un lato ci si trova davanti a esigenze contingenti poste in essere dall’attuale crisi climatica, che spingono gli addetti ai lavori a cercare con tutte le forze soluzioni che possano arginare i danni ormai già innescati. In questo modo entrano in gioco principalmente, per non dire unicamente, i più blasonati architetti poiché solo loro possono ottenere i fondi e la risonanza tale da poter motivare l’inizio di progetti del tutto avveniristici e altamente dispendiosi. D’altra parte, però, una tale esclusività può facilmente spingere gli architetti a voler solamente seguire la tendenza, innescando un processo sorretto prevalentemente da fini economici e opportunistici.

International Forest Stadium di Stefano Boeri Architetti

Dunque, tra fiduciosi sostenitori e accaniti contestatori, il fenomeno dell’introduzione della natura nell’architettura è come se si trovasse al centro di un campo da calcio: circondato dalle tifoserie di casa e avversarie, cerca di giocare la sua partita senza che si sappia già l’esito finale. Per rimanere tematicamente coerenti a questa similitudine, pensate che il più recente progetto di questo tipo è stato annunciato dallo studio di Stefano Boeri e riguarda proprio la proposta per il nuovo stadio San Siro. Oggi, dunque, per delineare uno spaccato del fenomeno, abbiamo deciso di raccogliere alcuni esempi in giro per il mondo che risultano tra i più significativi e li abbiamo integrati con alcune chicche di carattere storico.

Bosco Verticale e Trudo Vertical Forest

Cominciamo dal lavoro del già citato Stefano Boeri, che risulta essere a tutti gli effetti una delle prime firme a decidere di concentrarsi quasi completamente sull’introduzione della natura nell’architettura. Senza ombra di dubbio, l’ormai famosissimo Bosco Verticale è stata la cavia della visione che l’architetto milanese, insieme al suo studio, ha deciso di abbracciare ormai più di 15 anni fa. La coppia di palazzi che si sono aggiunti allo skyline del capoluogo lombardo, sin dalla loro ideazione sono andati incontro a non poche critiche, sia per l’elevato costo di vendita degli appartamenti ricavati dalle strutture, sia per l’originalità del progetto spesso considerato parte di una semplice strategia d’immagine. Tuttavia, il Bosco Verticale ha avuto il merito di fungere da conferma del modello architettonico ipotizzato da Boeri e ha letteralmente fatto da apripista per lo sviluppo di una serie di numerosi progetti che da quell’architettura ereditano non solo la filosofia e l’aspetto finale, ma soprattutto gli studi condotti per rendere fattibile il posizionamento di alberi e piante su dei grattacieli.

Uno degli esempi più significativi è sicuramente la Trudo Vertical Forest, un progetto che potremmo definire come il cugino del Bosco Verticale poiché, seppure mantenendone i caratteri principali, si è focalizzato sul rendere la struttura il meno dispendiosa possibile in termini economici. Eretta a Eindhoven, infatti, l’architettura si declina per la prima volta secondo le logiche dell’edilizia sociale ed è stata concepita per accogliere prevalentemente tutte quelle categorie di residenti olandesi che non possono godere di un alto reddito. Completata solamente lo scorso anno, la Trudo Vertical Forest ospita in 19 piani ben 125 unità abitative, dove gli inquilini possono vivere e convivere al fianco di 135 alberi e più di 5200 tra arbusti e altre piante. 

Jakob Factory

Spostiamoci ora vicino a Ho Chi Minh, la più grande città del Vietnam, dove un distretto industriale della zona si è da poco arricchito di un nuovo stabilimento produttivo che non ha nulla a che vedere con quello che ci aspettiamo quando parliamo di una fabbrica. Progettato da Rollimarchini Architects e G8A Architects per Jakob Rope Systems, l’edificio si scosta completamente dalla prevalenza di cemento che caratterizza le diffuse fabbriche dell’area, prediligendo veri e propri muri esterni realizzati da numerosi livelli di piante disposti tra loro verticalmente. Con i suoi 30000 metri quadrati di estensione, la struttura garantisce una ventilazione completamente naturale degli ambienti lavorativi, grazie allo strato di verde posto su tutto il suo perimetro, e il suo sviluppo in pianta a “L” ha reso praticabile la progettazione di un giardino interno proprio come accade nei tradizionali villaggi vietnamiti. La Jakob Factory risulta un ottimo esempio di progetto in cui la natura viene impiegata senza velleità stilistiche per apportare un beneficio concreto all’ambiente vissuto e per realizzare un’opera che contribuisca positivamente alla costruzione di un panorama architettonico più in armonia con il paesaggio circostante.

Organic Building

Organic Building è il nome dello strabiliante progetto che Gaetano Pesce completò nel 1993 in terra giapponese. A Osaka, infatti, il celebre architetto, designer e artista italiano realizzò un edificio che esponeva direttamente in facciata la natura. A causa della nota scarsità di spazio delle grandi città giapponesi, scontrandosi con l’impossibilità di realizzare giardini o piccole aree di verde per l’edificio, Pesce optò per rendere simbolico e d’impatto il ruolo che la natura poteva ricoprire all’interno del panorama urbano. Così realizzò una serie di pannelli in cemento colorato di rosso che, grazie a una protuberanza contenitiva, creavano lo spazio necessario per posizionare un vaso in fibra di vetro all’interno del quale collocare piante di ogni tipo. Per caratterizzare la facciata, dunque, furono scelte ben 80 specie vegetali tutte diverse tra loro, tenute in vita da un sistema di irrigazione meccanico controllato computericamente.

1000 Trees

Un altro celebre nome che non può mancare all’appello è quello di Thomas Heatherwick che, con il suo Heatherwick Studio, ha da poco completato un’imponente architettura nel centro di Shanghai. Posto sulla sponda del fiume Suzhou Creek, 1000 Trees è uno shopping centre decisamente fuori dall’ordinario. A renderlo tale è ciò che viene indicato dal nome stesso del progetto, ovvero il fatto di essere accompagnato da ben 1000 alberi e da più di 250000 piante. Il suo sviluppo potrebbe ricordare quello di un monte sul quale è presente una vera e propria foresta, in questo caso accolta in piccole porzioni da sinuose piattaforme di cemento che riprendono lo stesso linguaggio formale impiegato dallo studio per la realizzazione dell’ormai iconica Little Island di New York. La natura, seppure presente in quantità ridotta, diventa una costante della struttura e rende unica nel suo genere la facciata che guarda il fiume, mentre, sul lato opposto, l’edificio è stato completato da una serie di opere curate dallo street artist francese Paul Dezio.

Les Étoiles d’Ivry

Torniamo ancora una volta indietro nel tempo perché in Francia, e più nello specifico nei pressi di Parigi, esiste un edificio che condensa in sé la natura, l’edilizia sociale, ma anche il brutalismo e l’idea che si possano creare piccole città all’interno di città. Negli anni ’70 Jean Renaudie e Renée Gailhoustet realizzarono questo progetto di scala colossale sviluppato su tre grandi palazzi che, oltre a configurarsi come architettura, ricopriva anche un ruolo di più ampio respiro. Il progetto, infatti, si articola su una vasta area urbana e ingloba direttamente il tessuto delle strade della città presentando, inoltre, un continuo dialogo tra spazio pubblico e spazio privato. All’estetica brutalista del cemento, però, si affianca sorprendentemente la presenza non scontata del verde che non solo accompagna la struttura lungo il suo perimetro, ma si arrampica fino a conquistare i giardinetti triangolari e spigolosi che rendono unico e indimenticabile il progetto.

ACROS Fukuoka

Infine, diamo uno sguardo all’opera che l’architetto argentino Emilio Ambasz vide completare nel 1995 nel quartiere Tenjin di Fukuoka, Giappone. ACROS Fukuoka è un polo culturale al cui interno trovano spazio sale congressi, una galleria d’arte, sale per concerti, uffici governativi e tanto altro. La particolarità? La facciata sud dell’edificio è un’enorme scala composta da giardini pensili ricchi di alberi e piante. L’effetto ottenuto è quello di un ampissimo giardino che sovrasta l’architettura e con le sue 15 terrazze offre un’area verde di 5400 metri quadrati. Se originariamente erano state previste 35000 piante di 76 specie diverse, con il passare degli anni la biodiversità è aumentata autonomamente andando a plasmare e caratterizzare questo ambiente naturale cittadino dove ad oggi si contano più di 50000 esemplari di piante.