Plaza, il mondo è tuo

Articolo di

Riccardo Primavera

Production

Outpump Studio

Photo

Francesca Di Fazio

Videomaker

Andrea Schiavini

Light assistant

Michael James Daniele; Giulia De Ponti

Make-up artist

Gaia Dellaquila

Stylist

Edoardo Cavrini

Palazzo Serbelloni a Milano, in Corso Venezia, non è esattamente la tipica location in cui capita di incrociare un rapper. Dalle sue pareti intarsiate trapelano arte e storia, i suoi immensi lampadari in cristallo trasudano magnificenza, le mille stanze e corridoi sono caratterizzate da un’eleganza senza tempo. Camminare sotto questi soffitti non richiede street credibility, quanto soprattutto maturità, quella necessaria a capire che si sta calpestando (letteralmente) la storia. Capo Plaza varca la soglia del Palazzo in punta di piedi, completamente privo di qualunque forma di divismo, nessuna traccia dello sfrontato egocentrismo che molti potrebbero aspettarsi da un ragazzo che, a soli 22 anni, è uno degli artisti più di successo in Italia, e uno dei pochi rapper nostrani ad aver messo più di una bandiera in Europa.

Mancano una decina di giorni all’uscita di “Plaza”, il suo secondo disco. Il rapper originario di Salerno non sembra però soffrire la tipica ansia pre-lancio: «in questi giorni sono in chill a casa, anche perché non si può fare nulla. Si sarebbe potuto fare il triplo, sai, instore, tour e via dicendo, ma non puoi andare da nessuna parte». C’è una leggera punta di frustrazione nella sua voce, più che giustificata, vista la situazione. Non è tanto la paura di fare numeri bassi – vista l’accoglienza riservata ad “Allenamento 4”, si potrebbe dire che il rischio non c’è proprio -, ma la consapevolezza di quanto sarebbe potuto andare meglio in una situazione di “normalità”. Non tutto il male, però, viene per nuocere, perlomeno da un punto di vista strettamente artistico. «Il disco doveva uscire ad aprile, poi questa situazione ha rinviato tutto, e mi ha portato a rivederlo. Anzi, l’ho proprio rivoluzionato, ad esempio ho deciso di inserire i featuring internazionali», racconta, e aggiunge che «la pandemia mi ha portato a fare lo step successivo, anche perché nel frattempo sono successe molte cose. La scena italiana è cresciuta anche all’estero, sia con dischi come quello di Sfera, sia con giovani emergenti come Rondo, che sono già arrivati fuori dall’Italia».

Solo cinque anni fa Capo Plaza pubblicava “Sulamente Nuje”, il suo disco d’esordio, realizzato a quattro mani con Peppe Soks. Da lì, un’ascesa incredibile, tutt’altro che scontata, e talmente vertiginosa da portarlo all’apice poco più che ventenne. «Ho sempre immaginato di poter fare qualcosa con la musica, ma non avrei mai immaginato di arrivare fino a questo punto. Non avrei mai creduto di potermi definire non solo un rapper italiano, ma un rapper europeo al 100%, e ora posso inseguire anche il sogno americano». È il più giovane rapper del Belpaese ad aver portato a termine un tour europeo, per giunta ricco di successi, ma ammette di non essersi subito accorto della portata dei traguardi raggiunti. «Solo ultimamente sono diventato davvero consapevole di quello che ho realizzato: non fermandomi mai, non mi ero reso conto di dove fossi arrivato. Una volta trasferito a Milano e finito il tour, ho davvero capito che no, non ero qualcuno solo nella mia cittadina, ero diventato qualcosa di molto più grande». Se si guarda indietro, è più che consapevole che tutto ciò è stato possibile non solo grazie al suo lavoro, ma anche a quello di chi è venuto prima di lui. Sa bene che ci sono state diverse generazioni prima della sua, e che la strada del rap italiano è lastricata di successi che, uno dopo l’altro, hanno creato le opportunità che ora lui e alcuni suoi colleghi riescono a sfruttare. Non cerca la rottura con il passato, anzi, nei suoi occhi c’è una certa fierezza nel rivendicare il legame indissolubile con chi l’ha preceduto. «Prima di me e Sfera, tanti artisti hanno permesso di sdoganare il rap in Italia: i Dogo, Inoki, Bassi Maestro, Fibra, Vacca… Sono persone a cui va portato per sempre rispetto, perché hanno poi permesso a noi di arrivare dove siamo ora. Hanno aperto le porte al rap nel mainstream, poi noi siamo riusciti a portarlo all’estero, perché prima non c’erano le possibilità, e forse neanche troppo interesse. Ma il rispetto per quello che hanno fatto gli sarà sempre dovuto». Riconosce agli OG un credito più che dovuto – e spesso dimenticato da altri -, riconosce i passi da gigante fatti dagli altri, ma allo stesso tempo non si nasconde dietro un dito, non nega che esistano ancora un sacco di problemi da risolvere e ostacoli da aggirare. Quando parliamo del gap tra Italia e Europa, tra Italia e America, è tanto schietto quanto brutale nella sua critica. «In Italia stiamo indietro di 5, 10 anni, e la colpa non è degli artisti. Lo dico spesso, il nostro problema è che c’è muffa, è un sistema vecchio, soprattutto ai vertici. E non solo nella musica», aggiungendo che «ci vuole una scossa ovunque, anche nel mercato musicale. Gli artisti non sempre vengono gestiti bene, eppure le nuove generazioni vanno supportate: grazie anche a quello che abbiamo fatto noi, potenzialmente possono raggiungere traguardi anche maggiori».

Queste osservazioni sono solo la punta dell’iceberg. Capo Plaza non ha peli sulla lingua, e non ha paura di mettere alla berlina le ipocrisie del nostro paese. «In Italia se ce la fai sei un coglione, se fallisci sei un fallito, se ci provi ci stai provando, sì, ma dove vuoi andare; quando leggo i commenti mi cadono le braccia, poi vedo commenti dall’estero che ci supportano molto più degli italiani, e mi faccio due domande. Qui la situazione è proprio greve (sorride, ndr)». La musica è solo il riflesso di ciò che succede nella società, e lo sa bene anche Capo Plaza, ribadendolo tanto nelle sue parole, quanto nella sua musica. Finiamo infatti per allargare lo spettro della sua riflessione, e ci troviamo a parlare del clima sociale e culturale tutt’altro che sereno in cui navighiamo ora. Parliamo delle barriere culturali, di come in Italia si faccia fatica ad assorbire ciò che arriva da altre culture, e non ha dubbi su quale sia il male alla radice. «In Italia dobbiamo risolvere il problema del razzismo, la questione del rap nel nostro paese è anche molto legata a questo problema. Perché una persona di colore non può avere l’opportunità di venire qui da noi perché nel suo paese le cose vanno male? Chi sei tu per negare il sogno di una vita migliore? In Francia si uniscono tutte le culture, a prescindere dal colore della pelle. E il nostro razzismo ci porta anche a rifiutare le persone che la cultura rap l’hanno creata». Il disco è disseminato di prese di posizione di questo tipo, pur senza quello che potrebbe essere definito un vero e proprio pezzo socialmente impegnato. Ci sono schegge di riflessioni sparse lungo l’intera tracklist, e non sono il risultato di uno sfogo casuale. È impossibile non vedere il filo rosso che collega alcune delle liriche di “Plaza” a fatti di cronaca recenti, di cui finiamo inevitabilmente a parlare. «I riferimenti più impegnati nei miei pezzi sono una scelta voluta, voglio far arrivare un messaggio. Che sia in America o da noi, ad esempio, un episodio come l’omicidio di George Floyd non dovrebbe esistere. Non posso accettarlo, così come non posso accettare il massacro di Willy in Italia qualche tempo dopo. Poi succede che Trump manda la gente al Campidoglio e praticamente nessuno alza un dito. La polizia deve proteggerci, non massacrarci».

Mentre parla, la sua voce è carica di rabbia e rassegnazione, e purtroppo è facile capire il perché. Siamo in un periodo storico in cui è davvero difficile vedere il bicchiere mezzo pieno. Guarda spesso all’estero Plaza, e i risultati del paragone sono impietosi. Che sia oltreoceano o oltralpe, lo scenario non cambia. «In America sono trent’anni che si protesta sul serio, quando ci sono dei problemi veri. In Italia siamo arrivati con trent’anni di ritardo. In Francia e America quando le cose vanno male la gente scende in piazza, succede il delirio. Non sto giustificando la violenza scellerata, quella è sempre sbagliata, ma sto dicendo che la gente ha le palle di farsi sentire. Qui pensiamo a commentare da dietro una tastiera: cosa speriamo di concludere così?». Non ha intenzione di elevarsi ad opinion leader, ma allo stesso tempo non può restare indifferente a tutto quello che sta succedendo nel mondo. Così come altri artisti di questa generazione – ad esempio Izi con “RIOT” -, ha sentito l’esigenza di mettere nero su bianco alcune riflessioni. «In Italia se nasci in certi contesti o fai qualche errore, sei finito. Fai una cazzata da ragazzo, sei segnalato a vita. Non c’è redenzione, e il razzismo peggiora le cose. Gli abusi di potere sono orrendi, sempre. Quello che voglio fare è cercare di scuotere i ragazzi. Serve qualcuno che gli dica certe cose, altrimenti si rincoglioniscono ancora di più davanti alla televisione e a Tik Tok». Discorsi incredibilmente complessi, problematiche la cui soluzione è nelle mani di altri tavoli, altre figure, altre istituzioni; eppure è innegabile l’importanza di lanciare messaggi del genere, soprattutto da parte di chi ha davvero la possibilità di farsi sentire.

Capo Plaza non ha paura di ragionare, di porsi delle domande, e di cercare delle risposte. Non è esattamente l’atteggiamento tipico dei suoi coetanei, ed è ancora più strano vederlo in un ragazzo di 22 dal successo straordinario, che teoricamente ha il mondo ai suoi piedi. «Avere 22 anni ma in realtà non avere “solo” 22 anni è una delle cose che mi fa più pensare. Ti trovi in situazioni che ti costringono a crescere in fretta, questo non è un ambiente facile, è tosta come vita, ma come ci sono difficoltà in tutti gli ambienti». C’è davvero il famoso e famigerato lato oscuro del successo? O è davvero tutto oro ciò che luccica? «Dopo un paio d’anni di vita di successo, ti rendi conto che comunque alla fine, quando ti metti a letto la sera, ci siete solo tu e il cuscino. Puoi avere 8000 ragazze che ti sbavano dietro, tutti i gioielli e le macchine del mondo, ma non servono a nulla alla fine, perché sei solo, non sai se le persone che hai vicino ti sono vicine per te, o per quello che sei, per Luca o per Capo Plaza». Non è ingratitudine la sua, anche perché sa benissimo di essere in una posizione impensabile per la stragrande maggioranza dei suoi coetanei (e non solo). Però c’è il passato a tenerlo ben ancorato a terra, a permettergli di godersi i traguardi, senza illudersi che siano il sale della vita, e senza darli mai per scontati. «Apprezzo il successo e la ricchezza, ma perché ogni volta che poso gli occhi sui miei gioielli, o magari sulla macchina, mi rendo conto di che valore abbia, perché mi ricordo da dove vengo e di ciò che avevo quando ho iniziato. Non è stato facile emergere dal contesto in cui ero, quindi non mi “stanco” del successo e della ricchezza», e ancora «i soldi non fanno tutta la felicità del mondo. Lo dico nelle canzoni ed è vero, lo faccio per soldi e per passione, ma non sono tutto. Sono sempre stato ispirato da Birdman e dalla Cash Money Records, soldi, successo e passione, ma non sta lì la felicità».

Non solo Birdman e Cash Money Records, però. Se l’approccio da businessman e l’attitudine di rottura della label che ha scoperto Lil Wayne e Drake lo hanno plasmato, non mancano ispirazioni e omaggi che vanno anche più indietro nel tempo, ad un’epoca storica che non ci si aspetterebbe di trovare tra le sue influenze. Già in “Track 1”, il brano che apre il disco, Plaza cita i Dipset e Jim Jones, che non sono proprio i riferimenti più immediati per la sua generazione, anzi. «I Dipset sono uno dei gruppi che più mi hanno influenzato. Senza loro non esisterebbe l’A$AP Mob, parliamoci chiaro (sorride, ndr). Devo tantissimo a quell’era, senza di loro probabilmente non sarei qui». Ha parlato del suo “debito” nei confronti delle generazioni precedenti in Italia, ma la sincerità non viene meno quando si guarda all’America, culla del rap e dell’hip hop. «Se cito i Dipset o campiono Nelly non è un caso. Cioè, io conosco il rap, l’ho ascoltato, so cosa c’è stato. So chi sono i Dipset, so chi è Large Professor, so chi è Raekwon. È da quando ho sette anni che ascolto questa musica, però le mie influenze più grandi sono state Birdman, Rick Ross, Meek Mill. E scusate se è poco (ride)». Per realizzare “Plaza”, il rapper campano è tornato nel passato, ha messo da parte la generazione di Lil Baby – «gli devo tantissimo, è un mostro, ma cercavo altro» – ed è tornato a cavallo tra i ’90 e i primi anni del 2000. «Per questo disco sono tornato ad ascoltare 50 Cent, i Dipset e nomi simili, perché cercavo di ritrovare quell’attitudine, quella voglia di spaccare, di fare brutto. Dopo un tour europeo di successo e due anni di “pausa”, quella fame, quell’attitudine un po’ viene meno. L’ho ritrovata ascoltando quei dischi, dovevo tornare a dove sono cresciuto». Non è tanto un discorso di riferimenti lirici o di sound, il viaggio a ritroso era in ricerca di qualcos’altro, qualcosa di più sfuggente di un sample da recuperare o una rima da citare. «È soprattutto la loro l’attitudine a ispirarmi, la sfacciataggine con cui stanno sul beat. Cam’ron mi faceva morire, si vestiva di rosa e se ne sbatteva, nessuno aveva il coraggio di dirgli qualcosa, che fosse col microfono in mano o dietro le quinte. Quell’attitudine non si batte».

Un’attitudine più che mai necessaria, soprattutto dopo quasi due anni di stop ufficiale. Negli ultimi anni il mercato discografico è infatti diventato sempre più frenetico, la soglia di attenzione sempre più bassa, il legame tra artista e pubblico – paradossalmente – sempre più volatile. Un giorno sei la star del momento, l’anno dopo non ci sei più. Neanche un successo come quello ottenuto da “20” basta a far stare tranquilli. «Praticamente tutti i giorni ho temuto di perdere presa sul pubblico. È anche per questo che ho fatto così tanti featuring in progetti altrui negli ultimi due anni, per rimanere sempre presente sulla scena, anche quattro in un mese, nascevano tutti da rispetto reciproco». Paure e preoccupazioni che si sono fatte sentire a più riprese, in uno degli anni più complicati della storia recente dell’umanità. «Diverse volte mi sentivo come se la situazione mi stesse sfuggendo di mano, però allo stesso tempo sapevo che, quando sarei tornato, ci sarebbe stata una grande attesa, ho sempre percepito la voglia del pubblico». Anche a livello artistico non sono mancati i dubbi: una volta arrivati in cima è facile crogiolarsi sugli allori, ma è altrettanto facile rendersi conto che la ricetta del successo di oggi potrebbe non andar bene domani. I cambiamenti repentini che si sono susseguiti nella scena non hanno sicuramente aiutato. «Ero preoccupato per me in realtà, non riuscivo più a mettere la penna sul foglio come volevo io. Ho avuto tante influenze, ho visto la scena evolversi rapidamente, sono cambiato tanto anche io, ho dovuto vivere questo momento come una sfida, per uscirne più forte». Si è reso conto che rischiava di finire intrappolato dentro sé stesso, dentro un personaggio e una cifra stilistica a cui deve tanto, ma che poteva diventare il suo peggior nemico. La sfida vera, sostanzialmente, era contro sé stesso. «Non volevo ripetermi, iniziavo a rendermi conto di rischiare di essere ripetitivo, quindi ho preferito aspettare anche mesi per dare un’evoluzione al progetto, ad esempio una svolta più personale e introspettiva, “wins & losses” insomma, per citare Meek Mill». Il risultato finale? «”20” era il disco del ragazzino che provava ad essere adulto, questo si chiama “Plaza” proprio per far capire che non si gioca più. Non è solo un album, ma anche uno step di vita, un altro capitolo nel viaggio per diventare uomo».

E Plaza, come abbiamo detto, è diventato un uomo che gioca nel campionato dei grandi. Non più solo in Serie A, il nuovo album rientra di diritto nella Champions League del rap. America, Europa e Italia si fondono, grazie a collaborazioni di spessore assoluto. Non succede, però, dal punto di vista delle produzioni: «questo disco volevo farlo solo con i miei produttori, si chiama “Plaza” ed è il mio viaggio, e volevo che con me ci fossero le persone che hanno fatto parte di questo viaggio dall’inizio, da quando eravamo in cameretta ad aspettare featuring da Milano, ad oggi, che siamo in studio ad aspettarli da Atlanta (ride, ndr)». Una scelta che premia il lavoro di Ava e Mojo, e che porta sulle loro produzioni dei talenti con centinaia di milioni di stream alle spalle. Se da un lato sembrerebbero esserci degli esclusi d’eccezione, proprio per cogliere di sorpresa il pubblico – «ovviamente con la Francia non sono finite le collaborazioni, sono presente in diversi dischi francesi in uscita quest’anno, con loro la collaborazione è aperta da anni» -, arrivano anche conferme che solidificano rapporti preesistenti, come la collaborazione con A Boogie Wit da Hoodie. «Dopo il remix di “Look Back At It”, io e A Boogie abbiamo proprio iniziato a sentirci quasi quotidianamente. Lo rispetto molto come artista e, dopo aver visto il suo documentario su Netflix, mi sono reso conto che siamo molto simili. Veniamo entrambi dalla strada, da determinate situazioni, ma non osanniamo quel mondo». “No Stress”, quindi, non è un “semplice” featuring per Capo Plaza, senza nulla togliere ai contributi di Gunna, Lil Tjay e Luciano. «Averlo [A Boogie Wit da Hoodie] nel disco per me è una cosa fighissima, c’è un rispetto e supporto reciproco, è tutto genuino».

L’unica collaborazione italiana del progetto invece è in “Demoni”, e corrisponde al nome di Sfera Ebbasta. Per certi versi, i percorsi del rapper di Cinisello e di Capo Plaza sono molto simili, è facile tracciare parallelismi, ed è altrettanto facile vederli contendersi il titolo di migliore in Italia. «Tra me e Sfera c’è amicizia e competizione. Siamo un po’ come Goku e Vegeta, amici che competono sportivamente, ma non c’è problema a collaborare. Ovviamente ognuno di noi vuole fare più dell’altro a livello di numeri, a livello discografico, cercando di fare roba più figa, ma c’è una grande amicizia alla base. “Famoso” ha delle bombe incredibili dentro, il progetto forse è il più importante che sia uscito negli ultimi 20 anni in Italia, a livello mediatico e di marketing. Solo rispetto, no cap». Luca non ha problemi a dare a Cesare quel che è di Cesare, ma non nasconde neanche del sano agonismo. È rap d’altronde, sarebbe strano il contrario.

Manca davvero poco all’uscita di “Plaza”, il culmine di un percorso – personale, artistico e lavorativo – lungo più di un anno. È sereno all’idea dell’uscita del disco, un po’ meno al pensiero del periodo che stiamo vivendo. «Questo è stato un anno complicato. La prima ondata praticamente non l’ho sentita, è stato quasi un piacere potermi fermare un attimo, chiudermi a casa, dedicarmi alla PlayStation e a Netflix. Una volta passata l’estate, però, questa seconda ondata la sto vivendo male. Riesco solo ad allenarmi, giocare online, scrivere musica. In loop». Difficile trovare una definizione migliore di stakanovismo: il nuovo album deve ancora uscire, eppure creare nuova musica continua ad essere la sua unica prerogativa, con una costanza spaventosa. «Il progetto “Plaza” non è finito, non finisce una volta uscito il disco. Sto registrando anche strofe per altri, non mancheranno le sorprese». Non mancano i momenti di down, com’è giusto che sia, specialmente dopo un 2020 simile; non bisogna scordarsi che, dietro i look sgargianti e la fama internazionale, c’è comunque un ragazzo giovanissimo. «Ho 22 anni, voglio uscire, andare nei locali, andare nei bar. Anche se hai tutto l’oro del mondo, anche se vivi nel castello più sfarzoso di sempre, dopo tre mesi non ne puoi più». E se lo sfarzo di casa propria o di Palazzo Serbelloni da soli non bastano, possono comunque diventare le cornici perfette per cercare di tirare fuori il meglio anche da una situazione simile, non smettendo di lavorare su sé stessi neanche per un minuto. «Non sono mai stato un lettore avido, ma ho iniziato a leggere più spesso. Cerco parole nuove, ispirazioni nuove. Ho iniziato anche a studiare l’inglese. Sento che è il momento di martellare un sacco, devo evolvermi, ho solo 22 anni e non posso fermarmi, devo fare più strada possibile». La maratona continua, insomma. «Esatto, come dice Nipsey», risponde Plaza sorridendo. Sì, la maturità c’è, senza dubbio.




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