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La personalità di Laila Al Habash è piacevolmente contaminata

Articolo di

Greta Scarselli

Laila Al Habash ha 23 anni e grinta da vendere. In particolare, sente forte la volontà di dire ciò che vuole. Ha dovuto imparare a farlo, però, perché dare importanza alle proprie opinioni non è sempre così semplice come sembra.

Nell’ultimo anno Laila Al Habash è stata una piacevole scoperta, sotto molteplici punti di vista. Non solo per la musica, ma anche per l’attitudine, la personalità, la capacità di essere particolarmente flessibile e consapevolmente contaminata da tutto ciò che la circonda. Il suo racconto è un racconto fedele, passionale, che gioca con le parole e con i toni. Per buttare giù le sue emozioni, Laila pesca tanto dai suoi ricordi quanto dall’esterno e lo fa sfruttando appieno i suoi cinque sensi, non è un caso che il suo EP dello scorso anno sia intitolato “Moquette“, una parola che esprime sia al tatto che all’udito – e ce lo racconterà meglio nel corso dell’intervista.

L’iniziativa di Zalando a cui la cantante ha partecipato l’ha vista protagonista insieme a BigMama e a Livio Cori: ognuno di loro ha scelto una città che li avrebbe rappresentati nella campagna “Voce allo Stile”. Se BigMama ha scelto Milano e Livio Cori la sua Napoli, Laila ha scelto le strade di Roma tra le quali è cresciuta e che da sempre la accompagnano nella scrittura.

In occasione di questo suo progetto in collaborazione con Zalando, che l’ha vista reinterpretare “Nessuno Mi Può Giudicare/Se lo dici tu” di Caterina Caselli – brano presentato per la prima volta al Festival di Sanremo nel 1966 -, abbiamo fatto due chiacchiere con Laila per farci raccontare la sua musica, il processo creativo e il rapporto con i riferimenti che si porta dietro sin da piccola.

Vederti sul palco dà l’impressione che tu sia nata e cresciuta circondata dalla musica. È così? Raccontaci un episodio della tua infanzia legato alla musica.

È giusto. Ho avuto la fortuna di avere due genitori che mi hanno fatto studiare musica da quando avevo 3 anni e quindi fino a quando ero adolescente ho seguito lezioni di pianoforte e chitarra. Un bel ricordo che ho legato a questo trascorso è che quando studiavo musica classica, sia la teoria e che la tecnica, facevo tutti gli esercizi di teoria di Bach in chiave pop e il mio professore si arrabbiava molto perché non stavo sullo spartito e veniva vista come una cosa brutta, andavo troppo veloce, rivisitavo tutto quanto. Col senno di poi ho capito che era proprio una roba che avevo dentro quella di fare della cose mie.

Classica situazione in cui chi va fuori dalle righe cerca di essere riportato in linea ma non ci sta.
Ho letto che hai una certa passione per la cultura rap, piuttosto che per l’indie. Cosa ti piace di questa scena?

Io sono una nerd di musica. Da quando lo faccio come lavoro ho iniziato a vedere le cose come un’addetta ai lavori e sono anche una persona che si concentra molto sulle cose da migliorare. La cultura hip hop è arrivata nella mia vita tardi in realtà, avevo già 18/19 anni, perché prima ho sempre passato il mio tempo ad ascoltare musica pop o indie, e quando mi sono avvicinata all’hip hop è stato un po’ per curiosità, perché erano gli anni in cui in Italia stava iniziando a spopolare, e un po’ perché mi sono detta: “io voglio imparare ad avere un flow più bello, una ritmica più accattivante, che quando senti un ritmo – come può essere Notorious B.I.G. o Lil Nas X – fai così con la testa (e mima il movimento della testa sul beat, ndr) e ho detto okay, chi sono i migliori a fare questo? Da chi posso imparare?”. Quindi ho un approccio al mondo hip hop di due tipi: uno da studiosa – prendo chi fa meglio di me delle cose e cerco di imparare da loro – e uno per attrazione, vengo dalla provincia di Roma e quando sento parlare di situazioni che conosco, mi piace.

Da quando ho iniziato ad ascoltarti mi sono resa conto che la tua voce accompagna alla perfezione le camminate in un contesto urbano, per le strade della città, nei tragitti quotidiani, perché crea contrasto e conforto rispetto a ciò che si ha intorno. L’hai mai vista in questo modo?

È una cosa di cui non mi sono accorta, ma posso darti una spiegazione. Io ho sempre passato tanto tempo in strada, perché venendo dalla provincia di Roma stavo sempre in macchina per spostarmi, sono sempre in spostamento: quando vado in tour, quando scrivo – perché vado sempre da qualcuno a scrivere -, quindi è una sorta di rituale che accompagna le cose più importanti che io abbia mai fatto. Se ripenso ai punti chiave del mio trascorso, la cosa che mi ricordo sempre è il tragitto, e io infatti sono molto affezionata al discorso delle strade, dello spostarsi. Nelle canzoni parlo tanto di auto, di luci dei semafori, di parcheggiare, rallentare, perché è un campo semantico che mi è molto familiare.

A proposito di scrittura, le tue canzoni sono molto personali, ma ti vedo anche molto legata alle produzioni. Preferisci il lavoro in team o solitario?

In realtà entrambi, mi piace stare da sola con qualcuno che voglia stare da solo. Mi piace lavorare con persone solitarie un po’ come me, quindi è sempre una dimensione a due, massimo a tre, dove però siamo tutti solitari. Non facciamo mai quelle “session” tutti insieme, ma non perché non ci piace, ma perché io attiro queste situazioni qui. Sono una solitaria mascherata molto bene (ride, ndr).

Di quali persone ti fidi ciecamente quando si parla di musica?

Nessuno. Anzi, ho fatto molto lavoro su di me per arrivare a non idealizzare l’opinione di nessuno. Ovviamente ci sono delle persone per me di riferimento, che sono i miei producer Stabber e Niccolò Contessa – di cui mi fido per esperienza, confidenza, gusti -, però sono una persona che tende molto a idealizzare gli altri, che crede sempre che gli altri abbiano più ragione di me. E invece sto cercando di non fidarmi più ciecamente di nessuno e di fare affidamento su quello che sento, neanche sui miei gusti, proprio su quello che sento. Perché io dico sempre che una canzone quando la fai deve essere tipo un paio di pantaloni che ti stanno molto bene, non ti devono fare difetto né stare stretti, devi poterci camminare chilometri. Se sono molto belli, ma ti stanno stretti, non è la canzone giusta.

Sulla copertina del disco dello scorso anno hai messo Raffaella Carrà. Cosa senti di portarti dietro nella tua musica?

Quella per Raffaella Carrà è una passione che va avanti da sempre e mi influenza su vari punti. Principalmente su tre cose: la prima per i vestiti, è iconica, ha avuto con sé l’eccellenza della sartoria e ha avuto uno stile riconoscibile seppur niente di particolarmente matto, però molto suo, quei vestiti li poteva mettere solo lei. In secondo luogo per la personalità, perché lei non era molto ben voluta, era soprannominata “la carabiniera”, era molto bossy, faceva ciò che voleva; e la terza cosa è la sfacciataggine, le canzoni che lei cantava – e che noi canticchiamo come se nulla fosse -, erano dei testi con una potenza incredibile e parlava di autodeterminazione femminile, di femminismo, di indipendenza in un tempo in cui il suo pubblico erano le casalinghe, erano gli anni ’60/’70 ed era rivoluzionaria. Parlava di sesso in una maniera così leggera e così libera che ancora tuttora è una sorta di sottotitolo. E solo lei è riuscita a portare questi messaggi a tutti.

Clicca sulla copertina per ascoltare il disco

Per questa attività con Zalando hai interpretato un brano storico degli anni ’60, “Nessuno Mi Può Giudicare” di Caterina Caselli. Come ti sei sentita a reinterpretare questo brano?

Molto bene, perché stimo molto Caterina Caselli per la sua storia, si è presa quello che voleva. Non la volevano far suonare nella band per la sua voce perché avevano bisogno di un basso e allora lei si è messa a studiare il basso. Ha una personalità molto forte ed è diventata poi una delle discografiche più potenti d’Italia. La canzone la conoscevo molto bene, l’ho sentita in un certo senso come una sfida perché parla di rabbia e di rivendicazione, ed è un tratto che non mi appartiene molto – almeno nella musica (ride, ndr) – quindi nel reinterpretarlo ho cercato di conservare quella sfacciataggine che aveva, rileggendola in chiave più rilassata e stilisticamente più R&B.

Nonostante la pandemia, lo scorso anno hai buttato fuori due album. Al di là dei live, che si sono fermati per tutti, qual è stata la maggiore difficoltà che hai trovato a livello musicale in questo periodo?

Nell’ultimo periodo escono tante cose che dopo poco sembrano già vecchie, un po’ per l’affollamento e un po’ perché i live sono l’unico modo per far vivere la musica. Prima della pandemia il tour di un disco durava anche due anni, lo facevi vivere attraverso le interpretazioni studiate per i concerti e così potevi attraversarlo, superarlo e fare una cosa nuova. Era una sorta di processo catartico. Indubbiamente, non potendo fare ciò, quello che ho visto anche tra gli altri artisti, è la tendenza di pubblicare cose che sembrano già vissute, anche se così non è.

Il tuo primo EP è intitolato “Moquette” perché è una parola che ti piace, che smuove ricordi. Quando ci pensi, dove ti porta?

Alle vacanze. Perché mi ricorda le dimensioni degli hotel, magari quelli più vecchi dove ti portavano le scuole. Se devo essere sincera, negli hotel in cui mi portavano quando ero piccola per andare a trovare i miei parenti in Palestina, in Giordania. Alloggiavamo in questi posti kitsch, molto eleganti, che però erano qualche anno indietro rispetto all’Europa e avevano questi grandi corridoi con la moquette, queste sale giganti, e le ricordo con molto affetto. E poi è una parola che mi riporta anche alla materialità del suono, “moquette” è una cosa molto attutita, sporca, confortevole e che tutti conosciamo. Un po’ quello che ho voluto fare con il mio EP: confezionare una cosa piccola, che fosse comoda, carina, ma anche sporca, perché ho tante influenze hip hop, R&B. A volte ho parlato di cose un po’ più dure, però sempre ben confezionate.

Fino ad ora, nei tuoi progetti, il tuo unico featuring è stato quello di Coez. C’è un motivo particolare per questa scelta?

Sì e no. Diciamo che non ho la smania di fare featuring, a me interessa esprimere me. È difficile che io faccia una canzone e dica “adesso lascio una strofa così poi chiamo artista x”. “Sbronza” invece è nata proprio perché avevo una demo fatta a metà, la dovevo finire e grazie al suggerimento del mio manager, Tommaso Biagetti, che lavora insieme a Coez, l’ho fatto. Mi ha detto “questa piacerebbe molto a Silvano, prova a fargliela sentire”, e a me piace molto lui, per cui avevo un po’ di timore e invece si è rivelato una persona molto professionale ed è scattata subito la scintilla con quella canzone. Ho trovato la persona giusta per la canzone giusta.