La storia estetica di Dennis Rodman, dentro e fuori dal campo

Articolo di

Redazione

Testo di

Marco Grassi e Claudio Pavesi

Una delle figure più controverse e antitetiche degli anni ‘90 è sicuramente Dennis Rodman. Un campione in campo e un personaggio enigmatico fuori. Se Rodman avesse cavalcato l’onda della nostra epoca, potremmo decisamente chiamarlo il “trend setter” dei giorni nostri.

Chiunque conosca il basket ma soprattutto i Bulls degli anni ‘90 sa di cosa stiamo parlando. Possiamo riassumere le uniche sue due certezze così: uno dei più grandi rimbalzisti di tutti i tempi e il fatto che fosse matto da legare.

The Worm partì dal basso. Subito dopo il liceo, infatti, divenne un senzatetto e si procurava da vivere lavorando come bidello. Per quanto riguarda la moda invece, è sempre stato unico: piercing, capigliature mai viste, smalto sulle unghie.

Una forma d’arte, la valvola di sfogo

Rodman era bivalente, un artista nei panni di uno sportivo. Le sue acconciature potevano essere considerate come delle tele. I quadri realizzati sono innumerevoli: tinte maculate, faccine sorridenti, singole colorazioni, varie trame e molto altro. All’interno della sua biografia del 1997, “Bad as I Wanna Be”, Rodman racconta che questa sua esigenza di esprimersi nacque a seguito di un tentativo di suicidio. I colori e le immagini da lui rappresentate gli davano modo di lasciar trasparire meglio la sua anima stravagante e illuminata.

Rodman non fece scalpore solo per le sue acconciature variopinte. In molti si ricorderanno quando nel 1996 affermò di essere bisessuale. Proprio durante lo stesso anno decise di sposare sé stesso, letteralmente, e utilizzare poi un imperiale abito bianco da sposa alla promozione del proprio libro. Questa contorta personalità lo rendeva al tempo stesso estremamente amabile e facile da odiare, specie nel contesto sociopolitico degli Stati Uniti dell’epoca.

Personalità unica, sneakers uniche

Dennis Rodman non era solo contraddittorio fuori dal campo, ma lo era anche nel saltare tra un brand di scarpe e l’altro.

Il primo marchio a conquistare Rodman fu Rebook che, attraverso il suo più popolare modello, la BB5600, riuscì a convincere Rodman nell’indossarla durante la prima era con i Pistons. La svolta con Rebook si ebbe quando uscì la geniale invenzione di Litchfield, la tecnologia “Pump”. Nel 1989 questa tecnologia raggiunse l’apice nel mondo delle calzature grazie al suo “bottone” raffigurante un pallone arancione. Il sistema permetteva di gonfiare e sgonfiare camere d’aria posizionate nella tomaia e avere così un controllo diretto sul fit and feel delle calzature. Il modello di Rodman era un altro caposaldo del mondo basketball: la Reebok Pump Omni Zone II.

Proprio per questa scarpa fece un commercial che in pochi ricordano, mentre lancia nel cestino un paio di Nike Command Forces.

Nel 1993 Rodman salta all’interno del roster di Nike. Il suo arrivo a San Antonio è contrassegnato dal debutto con le Nike Air Darwin. Non fu mai chiaro se la Air Darwin fosse una signature shoe o meno, Nike infatti non ammise mai il suo legame con Dennis Rodman, forse perché i suoi comportamenti fuori dal campo spaventarono anche il brand di Beaverton o forse per motivi contrattuali.

Rodman con le Nike Air Darwin.

Molto più chiara è invece l’origine della Air Worm, nitidamente ispirata alla sua immagine. Una sneaker diversa, “rock”, con un design totalmente diverso dalle altre scarpe in circolazione e impreziosita da una cerniera con un anello che ricordava il volto metallico del giocatore. Una scarpa talmente unica e folle che non vide mai i campi NBA.

Il mancato arrivo sul parquet della Worm portò Rodman a indossare anche altro, come le Nike Air Way Up, un must per tutti i Bulls sotto contratto con lo Swoosh.

Storica invece fu la successiva creazione, targata 1996, la Air Shake Ndestrukt, divenuta poi una delle sneakers più iconiche viste su un parquet. Per realizzarla fu utilizzato un sistema di allacciatura laterale, con uno Swoosh oversize che avvolgeva tutta la parte superiore della scarpa.

Rodman con le Nike Air Shake Ndestrukt.

L’ultimo brand fu Converse nel 1997, ancor prima che l’azienda del Massachusetts fu comprata da Nike nel 2003. Converse riuscì a portare uno dei migliori difensori e influencer di sempre all’interno del proprio team, e per questo cercò di ricrearne l’iconicità estetica.

La prima scarpa, la Converse All Star 91, fu però molto discreta. L’anno successivo Converse cambiò completamente rotta. L’AS Rodman fu la prima e unica scarpa a portare esplicitamente il suo nome. Ispirata alla sua vasta collezione di tatuaggi, la scarpa presentava numerosi dettagli estratti direttamente dall’inchiostro di Rodman, elemento che nello sport di oggi è comune, ma all’epoca era un segno decisamente distintivo.

Le Converse AS Rodman.

In particolare, il logo Converse All-Star era delimitato da punte che si rifacevano al suo tatuaggio solare. Un particolare curioso, poi, erano le sette linee lungo l’avampiede, che rappresentavano i sette titoli in rimbalzo di The Worm.

Tra le preferite di Rodman troviamo la AS D-Rod. Alta e pesante, può non sembrare la più comoda tra i modelli al piede di The Worm, eppure l’ex Bulls ci si trovò talmente bene da riproporla anche nei momenti finali della sua carriera, come ad esempio nei Lakers.

Il visionario che adesso tutti imitano

La sua voglia di liberarsi dai costrutti di una società che tendeva alla normalizzazione ha permesso a Rodman di raccontarsi attraverso il suo stile di vita. Un rivoluzionario della cultura pop.

Ciò non fa che confermare quanto egli fosse pioniere di un nuovo modo di vivere. Uno stile che legava il duro lavoro con la voglia di evadere e la volontà di esprimersi senza il pensiero che qualcuno lo potesse giudicare. D’altronde come si fa a mettersi contro Dennis Rodman?

Ad oggi, l’industria del fashion ha riportato lo stile vintage sulle proprie passerelle e figure come Dennis Rodman o il rimpianto Robin Williams negli anni ’90 furono i pionieri di questa corrente che prende il nome di Y2K.

Il focus di questa corrente era quello di raccontare l’avvento del boom delle dot-com. L’estetica Y2K incarnava concetti di utopie in cui la tecnologia poteva risolvere tutti problemi, ma anche raccontare il panico derivante dal futuro.

Le sue uscite in pubblico, con abiti variopinti, collane d’oro e i celeberrimi occhiali Oakley, erano il marchio di fabbrica di Dennis Rodman, sicuramente uno dei più coerenti di questa filosofia di vita.

Rodman stava aprendo una porta e, mentre la maggior parte delle persone inizialmente era titubante a varcare questa soglia, oggi il mercato risponde precipitandosi dentro, e ricordando Rodman come l’icona che è sempre stata.