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La VP e general manager di Nike per il Nord America si è dimessa per motivi legati al resell

Articolo di

Edoardo Cavrini

Ann Hebert, vicepresidente e general manager di Nike per il Nord America ha dato le dimissioni in seguito all’uscita di un articolo che raccontava il business da reseller condotto dal figlio, Joe Hebert.

Nell’articolo pubblicato qualche giorno fa da Bloomberg, viene raccontata in tutti suoi dettagli l’attività da reseller del figlio 19enne di Ann Hebert e proprietario di West Coast Streetwear. Tra spiegazioni sul funzionamento di bot, e delucidazioni riguardanti i meccanismi che regolano il mercato del resell, il giornalista si è soffermato sul racconto di quella volta in cui il giovane spese $132,000 USD in scarpe limitate con l’American Express della madre.

Come possiamo ben immaginare, Nike non permette in alcun modo ai propri impiegati di prendere parte a business legati alla rivendita di scarpe. E il figlio ha subito dichiarato di non aver mai tratto alcun tipo di vantaggio dalla posizione ricoperta da Ann, nemmeno per un codice sconto.

Sempre secondo Bloomberg, Ann Hebert, nel lontano 2018, fece più luce sull’attività del figlio: “Non c’è mai stata alcuna violazione di company policy, conflitto di interessi o passaggio di informazioni, né tantomeno una affiliazione di tipo commerciale tra West Coast Streetwear e Nike“.

Le parole che potrebbero scagionare la madre di Joe Hebert da qualsiasi tipo di accusa non sono però bastate a far ricredere gli utenti sul web, che hanno continuato a sostenere le proprie ipotesi legate al backdoor e alle vie prioritarie di cui il figlio poteva godere. A gettare ulteriore benzina sul fuoco è stata la particolarissima storia comparsa in rete lo scorso gennaio 2020, quando West Coast Streetwear affermava di aver trovate ben tre paia di Nike Mag in un garage comprato per soli $75, un ritrovamento alquanto insolito vista la rarità dei modelli.

Se da un lato le dimissioni date da Ann Hebert attraverso il comunicato di Nike sembrerebbero essere del tutto volontarie, dall’altro, la mancanza di motivazioni lascia spazi a numerosi dubbi. Sono per caso questi i primi provvedimenti presi da Nike per provare a porre rimedio al backdoor?