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Lazza è già pronto per altri dieci anni di guerra da artista

Articolo di

Andrea Bertolucci
Photo: Bogdan Plakov

È difficile immaginare un momento più propizio di quello che sta attualmente vivendo Jacopo Lazzarini, conosciuto da tutti come Lazza. Il suo “Sirio”, già triplo disco di platino, continua a macinare numeri nonostante sia uscito da oltre sei mesi. Ad oggi, l’album ha raggiunto i 300 milioni di streaming complessivi e mantenuto per 16 settimane consecutive la vetta della classifica FIMI/Gfk, polverizzando un record insuperato da oltre un decennio. Non pago, Lazza ha voluto anche sperimentare lo stravolgimento stagionale delle hit – che individuano nella primavera la loro semina discografica – droppando dopo l’estate e quasi a sorpresa il remix di “Ferrari”, un brano del produttore britannico James Hype, ribattezzato dai clubber di tutta Italia: “Portami dove”. 

A metà strada fra i Migos e Chopin, Lazza ha costruito un immaginario unico all’interno della scena, unendo la sua attitudine più aggressiva da freestyler a una preparazione musicale decisamente meno spontanea, frutto di anni di studio al Conservatorio di Milano, durante i quali ha edificato un rapporto fisico e controverso con il pianoforte, il suo strumento prediletto: fosse stato una rockstar, lo avrebbe quasi certamente distrutto sul palco.

Photo: Matteo Bellomi

Ma piuttosto che vestire i panni della rockstar mancata, come hanno fatto invece altri suoi colleghi, Jacopo ha preferito legare la propria sottile seppur solida linea di presunzione al carisma inaccessibile degno di una vera superstar del rap, distillando l’ego in adrenalina e convertendo il talento in capacità di sfornare – una dopo l’altra – hit trasversali, prepotentemente armoniose e radiofoniche, con il ritmo e la professionalità di un panettiere che rimane aperto tutta la notte per sfamare chi esce in chimica dalla discoteca. 

Esistono poche esperienze musicali più appaganti dell’ascoltare un rapper che riesce a pattinare poetico sopra un beat impetuoso e in questo senso Lazza è un inquilino degno di soggiornare oggi nel miglior “Lifestyle” di Guè, che sopra la base di DJ Harsh sentenziava: “Il rap è casa mia, tu levati, ti do lo sfratto”. 

E poco è cambiato rispetto agli inizi. Anche a fronte degli investimenti crescenti da parte della major, che hanno sopraffatto e stanno decretando l’uscita di molti suoi coetanei dalla scena, Jacopo ha compreso che la capacità – con la quale è cresciuto artisticamente e personalmente – di catturare l’urgenza e trasformarla in saggezza rimane uno dei suoi più grandi punti di forza. Quello che potrebbe sembrare un approccio calcolato alla discografia, riflette in realtà una serendipità d’intenti che è unica all’interno dell’intera scena italiana. 

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Lazza ha compreso che l’unico modo per stare al passo con i tempi imposti dal rap è spogliare le canzoni, lasciandone solo gli elementi essenziali. E lavorare – sempre più concretamente – sui live, unico vero metro di credibilità con cui oggi si possa misurare un artista. Tutto il resto, dalle certificazioni alla fama, sono l’ornamento sfarzoso a una carriera che conta già dieci candeline conficcate sopra la torta del successo e si prepara a vederne spegnere altrettante.

Dieci anni di guerra d’artista, come lo stesso Lazza li ha definiti in una delle tracce più emozionanti del suo ultimo album. Dieci lunghi anni mai affrontati con l’invidia di chi inizia né con la prudenza di chi ha paura di finire, ma soltanto con la consapevolezza di essere la versione originale in mezzo a tanti fake. Perché – in fondo – la sorgente dell’originalità è soltanto un altro degli enigmi che Lazza può dirimere, a patto che rimanga ostinato, persistente, realistico e lo desideri persino più del suo prossimo Audemars Piguet. 

Photo: Bogdan Plakov