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Le parole tornano nella moda (anche) grazie a Pietro Terzini

Articolo di

Giulio Solfrizzi

Pietro Terzini, seguitissimo su Instagram e conosciuto anche all’estero, è un artista che crea contenuti ben studiati per le piattaforme social e lo fa sfruttando le parole.

Frasi brevi ed essenziali, proposte al pubblico come fossero messaggi scambiati in DM. È questo ciò che troviamo se andiamo a scuriosare sul suo profilo Instagram, ma non è tutto, perché ogni tanto, tra i progetti proposti per sé stesso, appaiono le sue frasi affiancate ai nomi di importanti brand di moda. Negli ultimi anni, infatti, Pietro Terzini è stato più volte coinvolto nei progetti di grandi marchi, tra questi Valentino, Moncler e Palm Angels. E in alcuni casi la comunicazione non si limita ai social, ma si materializza sulle vetrine, sui cartelloni o dovunque Pietro abbia voglia di scrivere.

Lo abbiamo contattato per capire qualcosa in più sulla sua figura e sul modo in cui si interfaccia con il fashion system. 

Pietro Terzini ha un’identità chiara e definita, è padrone del suo lavoro ed è per questo che i brand, quando gli affidano un progetto, lo lasciano fare, permettendogli di esprimere il proprio punto di vista. «L’intuizione di utilizzare i packaging, le vetrine e i cantieri dei brand è arrivata in modo naturale osservando la realtà in cui viviamo: un mondo globalizzato, interconnesso e succube del consumo. In questo contesto, i punti di riferimento storici sono venuti meno e si è diffuso invece un consumismo eccessivo in cui i brand rappresentano le nuove religioni. Oggi, grazie ai social media, i brand sono sempre più presenti nella vita delle persone, non promuovono soltanto prodotti, ma anche valori e stili di vita». 

«Ho deciso di lavorare con le parole perché con queste si può giocare, si possono creare diversi livelli di interpretazione e comunicazione» afferma, riassumendo al meglio il potenziale della (quasi) casuale unione di lettere e di parole, potenziale che molti nel fashion system hanno compreso e non da oggi. 

Erano gli anni ’90, infatti, quando si sviluppava il trend delle maglie con scritte e loghi, in un momento in cui – nel pieno del capitalismo – le firme diventavano istituzioni e caratteri identificatori per coloro che cercavano disperatamente nel brand del cuore o del momento la propria identità. Esempio di quella ossessione è la maglietta “J’adore Dior” prodotta da John Galliano, diventata ricercatissima grazie a Carrie Bradshaw in Sex and the City, togliendo spazio ai vestiti per concederlo a qualcosa di meno complesso e più comprensibile, tutto volto alla vendita; d’altronde, il nuovo Dior di Maria Grazia Chiuri ha ereditato quel tipo di stampa e lo ha trasformato in qualcosa che andasse oltre la semplice scritta e mandasse invece messaggi politici, ne è un esempio “We all should be feminists”, un riferimento al TED Talk di Chimamanda Ngozi Adichie. Tutto questo, però, non l’hanno inventato loro, è stata infatti Vivienne Westwood una delle prime figure a introdurre nel mondo del lusso slogan come “Choose Life” – sfoggiato da George Michael in diretta TV – su pezzi di tessuto.

Negli anni 2000 motti impegnati, impegnativi e seriosi vengono poi tramutati in frasi frivole e sconce, sancendo l’incontro tra moda e ironia, abolendo progressivamente la serietà che aveva caratterizzato da sempre la moda e inaugurando le cosiddette clapback t-shirt. Camp? Kitsch? No, semplicemente trash e “I’m a virgin (this is an old t-shirt)” sulla canotta di Britney Spears lo conferma, facendoci anche un po’ ridere.

«L’essenza del mio intento è fotografare il presente in cui viviamo, cercando di sdrammatizzarlo. Lo faccio sfruttando i packaging, le vetrine e i cantieri dei brand perché oggi rappresentano quasi l’io del pubblico» così Pietro racconta la sua pop art 2.0, confermando la sua innata capacità di raggiungere le masse mediante la scrittura – non poetica, ma piuttosto ironica o satirica. 

Un vero artista contemporaneo che ha compreso l’importanza della generazione delle immagini e che punta a convertire la moda in «meme da condividere in un ambiente digitale». Ci è ben riuscito con “Less Excel, more Chanel” o “I hate social media” incastrato con il logo di Bottega Veneta.

L’ironia è sempre stata qualcosa di estremamente sottile: il problema sorge quando le scritte o gli slogan diventano noiosi loghi a causa della perdita di creatività, sempre stata alla base di questo settore. Oggigiorno si parla spesso di logomania e potrebbe essere addirittura diagnosticata quella tendenza a preferire i loghi ai vestiti che trasmettono, senza simboli o altro, la propria appartenenza, forse perché si compra per apparire e per trovare un valore che si crede erroneamente di avere. 

L’alta moda, infatti, non perde occasione per incentrare intere collezioni solo su marchi distintivi, Fendace ne è l’esempio, senza badare a creare qualcosa di innovativo, interessante e, magari, rivoluzionario come i grandi sanno fare. D’altronde chi non si è trovato almeno una volta a domandarsi se comprare o meno un capo griffato e dotato di logo in bella vista, sebbene ci fosse di meglio ma senza il nome del brand a caratteri cubitali.

Pietro Terzini è come se ironizzasse riguardo l’incredibile potere che ora hanno i loghi, imbrattandoli e distorcendoli in nomi comuni – come ha fatto con (Pi)Etro -, allo stesso tempo sottraendo ai colossi del mondo della moda la loro identità, che dovrebbe essere espressa tramite i capi d’abbigliamento, e magari, dopo, anche in altro. 

L’Andy Warhol del fashion system risponde a chi non lo comprende che «la semplicità è molto difficile da raggiungere, perché è frutto di un incessante labor limae dove tutto ciò che è superfluo deve essere tolto, senza però perdere il senso del messaggio originale, e ciò non può piacere a tutti come io stesso non posso». 

Basta un attimo per capovolgere una società incentrata sulle foto e sui social come la nostra in una in cui avviene una riaffermazione delle scritte e Pietro, da vero creativo che si rispetti, sintetizza al meglio quella continua ricerca di esemplificazioni e di modalità per raggiungere un numero sempre maggiore di persone, sebbene nella sua semplicità ci sia una rassicurante complessità incentrata su «calligrafia, composizione, spaziature e colori: gli ingredienti di una vera e propria immagine che non è soggetto, ma oggetto».

Se brand esclusivi del calibro di Valentino si adeguano a ciò scegliendo l’ironia e la semplicità, allora il futuro è veramente incerto e i social, soliti promuovere l’immediatezza, sono la causa di una tendenza nata vent’anni fa durante l’exploit del computer e di Internet, che ora si è trasformata in incubo, reso più piacevole proprio da figure come Pietro.