L’eredità stilistica del Chievo Verona

Articolo di

Massimiliano Macaluso

Quella del Chievo Verona è stata una delle vicende più chiacchierate dell’estate calcistica italiana: il club veneto è stato dichiarato fallito a causa di inadempienze tributarie e quindi non ha potuto regolarmente iscriversi al prossimo campionato di Serie B, lasciando il calcio professionistico a 20 anni esatti dalla sua prima apparizione in Serie A. Non essendo riusciti a salvaguardare il titolo sportivo, con buone probabilità i veronesi ripartiranno dalla Terza Categoria con una società appena istituita ad opera dello storico capitano Sergio Pellissier (la FC Chievo 2021 asd) per amore della sua vecchia squadra. 17 campionati in massima serie, 10 derby cittadini con l’Hellas, 6 partite nelle coppe europee tra cui una qualificazione ai gironi di Champions League sfiorata nel 2006, un campionato Primavera vinto, la creazione della squadra femminile e una miriade di calciatori e tecnici illustri hanno fatto del piccolo Chievo una delle costanti dell’ultimo ventennio, una realtà tanto atipica quanto capace di trovarsi a suo agio tra le grandi del calcio italiano.

Oltre che per le sue origini e per la sua scalata, la storia dei “Mussi volanti” è piena di elementi assolutamente singolari, tipici al 100%: tra questi l’idea di utilizzare il font gotico per i nomi dei calciatori sulle maglie, un carattere che i clivensi hanno ricavato dal proprio stemma sociale, quello adoperato a partire dal 1998. Estrapolare il Fraktur di ispirazione medioevale, un’inconfondibile peculiarità che ha contraddistinto i kit gara delle ultime stagioni (suscitando pareri contrastanti, dall’ammirazione estrema al disgusto), non è stato l’unico modo di esaltare i riferimenti presenti all’interno del proprio crest, vista la continua riproposizione della figura di Cangrande I della Scala sulle divise da gioco, spesso ben visibile e soprattutto in misura extra-large.

A proposito di identità estetica, il cavaliere scaligero non è stato l’unico riferimento alla storia locale ad essere presente sulle maglie, a conferma del fortissimo legame con la città e la connessione con i suoi simboli principali (spesso contesi con i rivali dell’Hellas), come ad esempio la scala a quattro pioli rappresentante la signoria degli Scaligeri finita sul petto di alcune divise recenti al posto dello scudetto ufficiale in più versioni differenti, o ancora il vecchio stemma cittadino con il cane rampante serigrafato in bella vista sulla parte frontale della casacca da trasferta 2010/2011 e il dettaglio delle arche scaligere finito sulla away 2015/2016.

A proposito di casacche, nella tradizione quasi secolare del club non c’è stato solamente il gialloblù, combinazione di colori adottata solo in un secondo momento e comune anche alla più celebre squadra della città, ma una serie di versioni molto differenti tra cui spicca il biancoazzurro, utilizzato molto frequentemente a partire dalla fondazione fino agli anni ’50 e riproposto molto spesso anche in tempi recenti, spesso come maglia di riserva. Se il kit più stupefacente indossato negli ultimi anni è probabilmente quello gialloverde, un omaggio fortemente voluto dal patron Campedelli al Newton Heath (la squadra inglese da cui nacque il Manchester United) per la stagione 2012/2013, in qualità di grande appassionato del mondo sportivo anglosassone il numero 1 dei veronesi ha guardato Oltremanica anche l’anno seguente, prendendo spunto delle automobili da gara utilizzate dal British Racing Motors per la realizzazione della terza maglia neroverde. A dicembre poi, il Chievo ha scelto di lanciare anche degli originali kit natalizi (edizione 2012 e 2013), ai tempi un’autentica novità sul panorama del merchandising nazionale.

Anche il rapporto tra il Chievo Verona e gli sponsor è sempre stato singolare, se non altro per l’indissolubile rapporto con Paluani (l’azienda dolciaria veronese rilevata negli anni ’60 dalla famiglia Campedelli) che va avanti ininterrottamente dal 1981, e quindi anni prima che Luca Campedelli prendesse il comando delle operazioni del club. Pur rimanendo partner, negli anni la patch Paluani è via via scomparsa per fare spazio di una serie di piccoli sponsor locali (Ferroli, Banca Popolare di Verona, Merkur-Win, Midac Batteries, Nobis Assicurazioni, Alufer, Buccia di Mela, CF Costruzione, Coatí Salumi, Cubi e Perina, Ecoprogram, IMCOS, Italgreen, Negri, Payexe, Viviani Pescherie, I.Bis, Atlante e molti altri) presenti sulle maglie a rotazione (e talvolta più di uno contemporaneamente) gara dopo gara, che hanno inevitabilmente creato un unicum nel mondo delle sponsorizzazioni sportive.

Mentre Givova rimane il fornitore tecnico dal 2009, subentrato dopo i precedenti contratti con Joma e Lotto, una parentesi che va ricordata è quella del Chievo Verona con il mondo del cinema: nel 2003 i veneti diventarono infatti la prima squadra italiana sponsorizzata da una major di distribuzione cinematografica, la Columbia TriStar Films Italia, e allora sulle maglie finirono alcuni titoli dei film in sala all’epoca (Terminator 3, Bad Boys II, Resident Evil: Apocalypse, Spider-Man 2 e Anaconda – Alla ricerca dell’orchidea maledetta) rendendo di fatto i calciatori delle locandine animate, protagonisti di un’operazione di marketing assolutamente inedita visto che per l’occasione il pattern delle maglie fu anche adattato come nel caso delle squame sul kit Anaconda 2004 o delle ragnatele su quello dedicato a Spiderman.