Music

Lunga vita al Re, lunga vita a King Push

Articolo di

Marco Bianchessi

Il disco internazionale che più di tutti ha polarizzato il dibattito in questi ultimi giorni è stato senza dubbio “It’s Almost Dry” di Pusha T. King Push tornava infatti dopo quattro anni dal clamoroso successo di “Daytona”, un progetto che aveva messo d’accordo pubblico e critica, e che l’aveva incensato – se mai ce ne fosse stato ulteriormente bisogno – come uno dei migliori liricisti della sua generazione. 

Il seguito a quello che è stato considerato fin da subito come un instant classic, doveva reggere questo peso, e un ulteriore carico l’ha aggiunto Pusha T stesso, che nelle settimane precedenti al disco, aveva rilasciato un’intervista al noto web format americano Hot Ones – la stessa in cui si sente la risata da joker che poi si trova nel disco – dove dichiarava: “Il mio brand sta tutto nel creare capolavori, e non so se i capolavori possono essere realizzati ogni 6 mesi, ogni 9 mesi, o anche ogni anno“.

È ancora presto per dire se “It’s Almost Dry” sia già ora un classico, però certamente regge il confronto con lo stimato predecessore, perché oggi, come quattro anni fa, pubblico e critica non hanno avuto dubbi nell’incensare questo nuovo lavoro come un progetto di qualità altissima, e come uno dei lavori più importanti e rilevanti dell’anno. Lo dimostrano le copertine dei più importanti magazine del mondo che gli hanno dedicato lunghe interviste e prime pagine, le apparizioni sui maggiori network americani – in questo senso, vi consigliamo di recuperare la performance da Jimmy Fallon, dove ha suonato con la band “Dreamin of the Past” – e in generale il gran parlare che si è fatto attorno a questo album.

“It’s Almost Dry” è un disco molto interessante, perché rappresenta un unicum all’interno del panorama musicale contemporaneo, sia per il lavoro in sé sia per la considerazione di cui ad oggi gode il suo autore. 

Ci si rende conto di essere di fronte a un lavoro estremamente curato già solo a partire dalla copertina, firmata da Sterling Ruby, uno dei più importanti e stimati artisti visivi americani contemporanei, che graficamente prosegue quella linea sporca e rugginosa di “Daytona”, decontestualizzandola rispetto al qui e ora della foto, e spostando il tutto su un piano pittorico. Ma non è solo l’estetica della cover che ragiona con il medesimo campo semantico di “Daytona”, è anche il modo di approcciarsi al lavoro da parte di Pusha T, che in questi ultimi due lavori sembra aver toccato (forse) il suo apice creativo

Un primo elemento interessante da notare è che mentre mezza scena rap cerca di sembrare più vera e più gangsta riempiendosi di oro, di armi nei video, con piazze intere piene di persone affiliate; Pusha T sembra andare in senso contrario, di volersi togliere, di non aver bisogno di niente e di bastare a sé stesso per essere più forte di tutti.  

Questa consapevolezza della propria posizione all’interno della piramide del rap si riflette anche nelle sue scelte stilistiche, che eludono la grammatica trita e ritrita del rapper coi collanoni, pieno d’oro come un faraone. E quindi gli abiti firmati si rifanno ad un immaginario da workwear, più spartano, quasi spariscono le catene, i gioielli e gli orologi che diventano dettagli all’interno di un quadro più ampio. 

La dimensione di cosa sia oggi Pusha T è nel video in cui il rapper canta “Diet Coke” a Parigi, dove la canzone era stata usata come colonna sonora, insieme a “Hear Me Clearly” e ad altri pezzi di Nigo, per la prima sfilata di Nigo per Kenzo. Lui e Kanye, completamente vestiti di nero, si trovano a un party privato in mezzo a ricchi borghesi bianchi di mezza età, che ballano felici come bambini un pezzo che parla di spaccio e cocaina.

Questo è il livello di considerazione a cui è arrivato oggi Pusha T: un rapper che di base fa street rap in modo anche abbastanza classico, ma che è riuscito costantemente a evolversi per superare qualsiasi barriera di status, e a conquistarsi una fan base trasversale, elevando la sua musica a forma d’arte riconoscibile e riconosciuta.

Da questa consapevolezza di status e di posizionamento personale/culturale discende tutto il resto. Non è quindi un caso che la produzione del disco sia stata affidata a Pharrell e a Kanye West, due artisti che come lui hanno oltrepassato quella linea di separazione che esiste tra l’essere considerato “solo un rapper”, e invece essere un artista con la A maiuscola. E che quindi parlano lo stesso tipo di linguaggio di Pusha T, e con lui condividono la stessa tipologia di ambizioni. Così come la presenza di Jay-Z nei featuring, che è stato uno dei primissimi artisti proveniente dal rap a sedersi davvero nella stanza dei bottoni. Tutte queste scelte sono finalizzate al tentativo costante di innalzare lo street rap a forma di espressione elevata, comprensibile e apprezzabile anche da chi è digiuno dei suoi temi. In questo senso vanno anche lette le sue parole in merito alla critica che più di tutte gli viene rivolta: quella di dire sempre le stesse cose.

Sono il Martin Scorsese dello street rap, ed è così che voglio essere visto, almeno creativamente parlando. Scorsese ha fatto “The Departed” o “The Goodfellas”, non dici mai “Hey, vorrei che facesse una love story”. Così è come voglio che guardiate il mio rap.

Pusha T a Hot Ones

Il riferimento a Scorsese anche qui non è casuale, perché come il regista americano (non solo lui, ma lui è l’esempio più citato) ha fatto diventare una forma d’arte riconosciuta e apprezzata il mafia movie. Pusha T cerca di ripercorrere nel suo ambito gli stessi passi, portando all’attenzione e alle orecchie di ascoltatori che non vivono i disagi delle periferie americane la loro storia, in modo poetico e crudo, ma anche interessante e colto. Chi altri suona canzoni che parlano di spaccio e omicidi nella settimana della moda di Parigi? Chi altri risuona negli ambienti di ricchi borghesi come in strada? Questa è la sua magia, che infondo non è altro che la famosa sofisticata ignoranza a cui fa riferimento Guè, la capacità di abbinare alto e basso, citazioni culturali con immagini di strada, di piacere ai borghesi come agli zarri, e di essere riconosciuto a qualsiasi livello per essere un vero artista.

“It’s Almost Dry” è l’ennesimo modo in cui Pusha T è riuscito a reinventarsi, rimanendo fedele a sé stesso senza scendere a compromessi per ottenere maggiore visibilità: una scelta che magari gli garantirebbe un pubblico più ampio, ma che gli farebbe perdere di credibilità, cosa che, per lui come per molti suoi fan, rimane la base su cui poggia la sua identità artistica. E in questo senso Pusha è il villain perfetto per una scena rap sempre più attenta a tutto tranne che alla musica, più interessata alle collaborazioni giuste per attingere a nuovi bacini di utenza, alle scelte di marketing oculate per ingraziarsi una determinata fetta di mercato, o a sposare la sonorità del momento per ammiccare al pubblico generalista. Il successo di “It’s Almost Dry” è il successo della qualità sopra la quantità, della coerenza sopra la tendenza, e dell’identità artistica sopra a tutto. Lunga vita al re, lunga vita a King Pusha T