L’upcycling sta conquistando la moda

Articolo di

Giorgia Monti

Ormai da qualche anno a farsi sempre più spazio nel mondo della moda è l’upcycling, ma di cosa stiamo parlando esattamente? 

Cerchiamo tutti, a modo nostro, di essere più consapevoli e rispettosi dell’ambiente, questo anche quando si parla di marchi che scegliamo e prodotti che acquistiamo. Fortunatamente, molte aziende – dall’abbigliamento al beauty – offrono svariati articoli che rispecchiano i valori etici e, se l’argomento principale riguarda la sostenibilità, forse è il momento di parlare di upcycling.

Possiamo riassumere brevemente l’upcycling identificandolo come una pratica creativa per dare nuova vita a tessuti e a capi già esistenti. Parliamo di un metodo di realizzazione di capi che non può essere classificato come trend, in quanto sempre esistito, sia tra privati appassionati di fai da te sia tra grandi designer. Il fine ultimo è quello di creare nuovi oggetti attraverso materiali di scarto, tessuti e oggetti destinati ad essere buttati, magari di funzionalità differenti, ma che grazie a una nuova vita acquisiscono un valore maggiore rispetto all’origine. 

Non si parla di riciclo, però. In quest’ultimo è necessario sottoporre il prodotto usato a un nuovo processo di lavorazione, così da separare le materie prime che poi vengono riutilizzate. L’upcycling, invece, sfrutta prodotti e tessuti così come sono, puntando su un “riuso creativo”. Il riciclo quindi include la produzione industriale, mentre se parliamo di upcycling un articolo richiederà meno acqua, energia e materie prime per la produzione.

Un’altra differenza sta anche nel fatto che gli articoli upcycled non sempre possono essere realizzati in serie, dato che con i materiali a disposizione potrebbero nascere pochi prodotti, se non addirittura uno soltanto.

Per gli artigiani con piccole imprese o aziende indipendenti sostenibili, non dà solo un tocco unico a ciascun prodotto, ma permette di risparmiare sul costo dei materiali. I materiali che non vengono utilizzati, infatti, vengono di solito offerti sul mercato a costi minimi (o azzerati). Spesso, gli elementi utilizzati nei prodotti di upcycling vengono salvati da cassonetti o pile di discarica e ciò permetterà quindi ai prodotti ottenuti di non finire – almeno per il momento – nel giro del riciclo.

C’è da precisare poi la coesistenza di due tipi di upcycling: pre-consumer e post-consumer, letteralmente prima e dopo il consumatore. Nel primo caso si intende la realizzazione di un capo attraverso il riutilizzo di scarti di tessuto, quindi un tessuto che non è ancora passato dalle mani del consumatore; mentre nel secondo caso parliamo di vestiti già usati che vengono semplicemente modificati. Queste due tipologie di upcycling sono quindi messe in pratica in base ai diversi gusti o esigenze, dai brand che recuperano abiti d’archivio ad appassionati che invece vogliono semplicemente dare nuova vita a un capo che non indossano più.

L’upcycling, comunque, è sempre esistito: da quando Barbara Gulienetti a Paint Your Life ci spiegava come realizzare centrini con delle pagine di giornale o quando, ad Art Attack, Giovanni Muciaccia ci diceva come utilizzare la colla vinilica.

La prima apparizione di un progetto upcycled è stata nel 1963, quando la Heineken vedendo l’enorme quantità di bottiglie di birra lasciate ovunque, ha dato vita alla campagna Wobo, che ha permesso a quelle stesse bottiglie di essere utilizzate per creare mattoni in vetro per l’edilizia.

Perché, quindi, oggi questo fenomeno è riuscito a conquistare le passerelle e i brand più desiderati? Come la maggior parte delle cose che sono venute alla ribalta di recente, dobbiamo pensare alla pandemia come motivo scatenante di questa fama: chiusi in casa a destreggiarci tra DIY e hobby, l’upcycling si è imposto nella cultura mainstream.

E per alcuni, questo non è più solo un hobby, ma una carriera a tutti gli effetti: Nicole McLaughlin (@nicolemclaughlin), designer di New York, ha rapidamente attirato l’attenzione su Instagram trasformando oggetti di uso quotidiano in capi streetwear, convertendo vecchi prodotti in oggetti unici nel loro genere e aumentando la consapevolezza sui rifiuti e sulla sostenibilità nella moda. 

Anche Tega Akinola (@tegaakinola) ha fatto molto parlare di sé nel mondo dello streetwear per aver trasformato capi iconici dei brand Nike e Patagonia. Addirittura, la giovane designer ha realizzato anche cappelli e sandali riutilizzando dei vecchi cavi di ricarica.

Non ci è voluto molto affinché i brand si avvicinassero a questo mondo, essendo alla continua ricerca di modi per connettersi con le nuove generazioni di creativi. Anche i grandi nomi stanno optando per l’innovazione: Prada ha lanciato la sua collezione Re-Nylon, Maison Margiela ha dato vita a Recicla – una sub-label basata sul restauro di articoli provenienti dal passato – e Marine Serre anche nell’ultima collezione per l’autunno inverno 2022 ha portato avanti il suo operato volto alla sensibilizzazione. La primavera estate 2021 di Balenciaga è stata creata per il 93,5% con materiali a tinta unita certificati come sostenibili o upcycled.

Anche la designer Miuccia Prada cerca costantemente nuovi modi per connettersi con i tempi attuali, con Upcycled by Miu Miu il brand ha creato una capsule di 80 modelli unici, costruiti a partire da capi che risalgono a un periodo che va dagli anni ‘30 agli anni ‘80, selezionati tra svariati negozi di abbigliamento vintage in giro per il mondo. 

Un’altra collezione, invece, ha dato nuova vita al denim di Levi’s: una selezione di pezzi classici è stata rimodellata dal brand milanese, vista attraverso l’occhio anticonformista e decisamente giocoso del marchio. Questa è una strategia interessante che combina la reputazione di entrambi i marchi e i loro valori condivisi, celebrando al contempo capi iconici e creando qualcosa di nuovo e unico.

E ancora marchi come Andrea Crews, Patagonia e Collina Strada sono nomi noti quando ci riferiamo all’upcycling, esempi perfetti che cercano di integrare nuove possibilità di design ed estetica a una marcata attenzione alla sostenibilità.

Bode, brand newyorchese, produce abbigliamento artigianale fatto di pezzi unici, utilizzando tessuti antichi, trapunte vittoriane, sacchi di grano e biancheria da letto. È salito rapidamente al successo dopo aver vinto il CFDA Fashion Award for Emerging Designers nel 2019. 

A causa delle grandi quantità di capi che sono rimasti invenduti durante la pandemia, la moda luxury ha deciso mostrarsi sostenitrice della causa ambientale apportando numerosi cambiamenti. Anche dal punto di vista puramente estetico, creare prodotti upcycled attingendo da archivi o materiali già utilizzati, potrebbe essere una scelta vincente – realizzare capi dall’estetica unica e riconoscibile sarebbe un punto di forza per le vendite

Mentre guardiamo al futuro dell’industria della moda, possiamo quindi aspettarci che l’upcycling continuerà a consolidarsi come visione artistica e commerciale, conquistando anche la fedeltà delle giovani generazioni consapevoli.