Interviews

Marvin Vettori – Dalla montagna alla gabbia

Articolo di

Claudio Pavesi

Production

Outpump Studio

Producer

Roberto Penna / Claudio Pavesi

Art Director

Alessandro Pellegrino

Photo

Eric Scaggiante

Stylist

Francesca Cavalcanti

Il mondo delle arti marziali miste è forse il più unico e particolare nell’intero panorama sportivo per tanti motivi. Oggigiorno lo sport è sempre più specializzato, dominato da atleti che rispetto al passato primeggiano in singoli aspetti del gioco come ad esempio il tiro da tre nel basket, il gioco di sponda nel calcio o i velocisti verticali nel football americano. In questo scenario, le arti marziali miste sono l’opposto, ovvero una tipologia di competizione in cui, come si capisce dal nome, ogni lottatore ha le sue conoscenze specifiche ma è unendo tutto assieme che può raggiungere l’apice, un mix di pratiche che solo in tanti, tantissimi anni si possono dominare. Non a caso è una delle poche attività atletiche in cui l’apice si raggiunge anche oltre i 30 anni e non prima.

L’MMA è particolarmente delicata, una competizione intima che espone fisicamente ed emotivamente gli atleti al pubblico ludibrio più di qualsiasi altro sport. Perdere una partita fa male, ma rimanere KO, distesi a terra, feriti e visibilmente segnati, vestiti solo di poco davanti a decine di migliaia di persone, famigliari e amici, è qualcosa che rende questi atleti decisamente vulnerabili, seppur si parli di alcune delle macchine da guerra più perfette attualmente sul pianeta. Tra questi troviamo anche Marvin Vettori, la persona che più di qualsiasi altra ha portato l’Italia nel mondo UFC. Marvin è trentino, non un posto che ha lanciato molti atleti al di fuori di ciclismo e sport invernali, eppure Vettori è una perfetta rappresentazione di questa terra, motivo per cui siamo andati a casa sua, nelle sue valli, per incontrarlo.

Da Mezzocorona ad Huntington Beach, in California, dove risiede ora, la strada è lunga e per nulla banale. Oggi Marvin alterna l’uso di molti inglesismi a risposte in dialetto quando risponde al telefono e ciò è la perfetta rappresentazione di un percorso cominciato molti anni fa, con una consapevolezza e una determinazione non da tutti. «A 19 anni mi sono trasferito a Londra. Avevo appena finito la scuola superiore e sentivo di volermi dedicare al massimo ai combattimenti, quindi sono andato là per migliorarmi, fino ai 21 anni. C’ero già stato una settimana l’anno prima e mi si è aperto tutto davanti agli occhi, era come se fosse tutto chiaro. Ho capito che a Londra il livello era più alto ma pensavo di essere pronto, in realtà presi un sacco di mazzate. Questo mi ha fatto capire che qui in Italia non stavo migliorando più e mi serviva crescere diversamente. Non ho mai avuto un mentore, o la palestra strepitosa vicino a casa come alcuni miei colleghi americani, ho dovuto essere metodico per arrivare dove sono». La decisione di Marvin non solo dimostra ambizione ma anche mancanza di possibilità che il panorama italiano era solito offrire. «Sapevo di voler essere autonomo nonostante fossi giovane, senza chiedere soldi a nessuno, quindi sarei dovuto andare a Milano, a Roma o all’estero. I fighter di Milano e Roma li conoscevo, erano bravi, ma io cercavo ben altre sfide, quindi scelsi Londra. Avevo una certezza: volevo fare il lottatore, quindi cercavo una situazione in cui avrei potuto lavorare part-time e allenarmi come un professionista, qualcosa che in Italia non avrei potuto fare. Avevo un amico iraniano che avevo conosciuto nel mio primo viaggio, il quale mi ha permesso di dormire sul suo divano, nel mentre facevo il buttafuori. Nessuno mi conosceva nel circuito della MMA locale, all’inizio non mi facevano allenare nemmeno con i pro, ma alla fine ci sono riuscito. Non so come ho fatto. A 19 anni si fa davvero di tutto».

Come detto, l’avventura cominciata da Marvin non ha trovato riscontro in Italia, un paese in cui anche oggi il mondo della MMA è spesso criticato e ricco di pregiudizi, considerato da alcuni un’arte, da altri una sorta di giostra di gladiatori moderna. Negli anni però la UFC è esplosa, si è regolamentata, spettacolarizzata e ha riportato in auge gli sport da combattimento che stavano subendo un enorme calo mediatico, specie per quanto riguarda la boxe, da sempre regina della scena. Per questo motivo le Arti Marziali Miste si sono diffuse e ora tante palestre italiane hanno iniziato diversi percorsi di allenamento. «Intraprendere questa strada in Italia ora è più possibile, ma sempre difficile. Tante palestre ti mettono in testa di essere un campione, ti fanno credere che sei già pronto a fare il grande salto, ma non è così. In Italia ormai ci sono palestre che ti portano a un buon livello, però bisogna sbattersi e girare tra vari posti per cambiare coach per ciascuna disciplina. Infatti la mia decisione di andare in USA è nata per semplificare questo aspetto logistico. Partivo da Trento, trovavo lo sparring a Padova o a Roma (spesso mi allenavo con Mattia Schiavolin o Gabriele Casella), poi andavo a Milano per il kickboxing, e ancora a Roma per il jiu-jitsu, dai fratelli Anacoreta».

«La considerazione che hanno di me all’estero è uguale a quella italiana ed è cambiata col tempo. La gente può pensare che in America o in Inghilterra la concezione del pubblico verso i lottatori possa essere diversa rispetto a quella italiana ma non è così». Come detto, la MMA e la scena internazionale relativa alle arti marziali è cambiata, ma quello che Marvin ci sta facendo capire è che questa variazione la si vede a livello globale, non a caso i fighter sono diventati superstar, personaggi da copertina e non più degli outsider destinati a una nicchia. «Ora in Italia mi riconoscono, mi salutano. In USA succede ma è più raro. Va detto che in California faccio una vita molto individuale e concentrata, vivo a Orange County in cui tutti i fighter risiedono e si allenano, seppur le palestre non siano tantissime. È proprio lo sportivo in generale a essere visto in maniera diversa in America. Fare sport è considerato una carriera valida e rispettabile a tutti i livelli, per questo c’è una struttura diversa che parte già dalle scuole, fino al semiprofessionismo del college».

Vivere lontano da dove si è cresciuti è stata quindi una necessità, una conditio sine qua non per trasformare una passione in lavoro. Nonostante questa decisione sia spesso voluta, non vuol dire che sia facile. «Come dicevo, preferisco allenarmi in USA perché non ho distrazioni, se dovessi fare le stesse cose qui le vedrei maggiormente come un sacrificio. Sarà che sono italiano e quando lascio l’Italia per me è sempre il sacrificio massimo, inoltre a Trento alterno maggiormente gli incontri professionali e personali agli allenamenti, mentre in USA ho un focus diverso, è più facile per me dare priorità assoluta agli allenamenti». Questo può accadere perché la vita del fighter è legata a un gruppo di lavoro ma comunque solitaria, sia nell’esecuzione del match che nell’allenamento quotidiano. «In America mi sono creato il mio team con boxing coach, conditioning coach, wrestling coach e altri atleti per gli sparring. Sono spesso persone più grandi di me, con una famiglia e altri impegni. È gente con cui lavoro, passo molto tempo e a volte ci vediamo anche a pranzo e a cena, ma è una relazione diversa, non sono individui con cui mi svago particolarmente. Anche per questo motivo quando sono in Italia la concentrazione è diversa. Questa è la prima volta da tre anni che mi prendo un mese per staccare completamente, andare in vacanza con mio fratello e tornare in Italia. È stato bello ma è difficile per me rimanere del tutto distaccato dall’attività agonistica». Questo è un punto particolarmente dolente in MMA: può un fighter staccare del tutto? È realmente possibile mettere in pausa gli allenamenti in uno sport così tecnico e fisico, specie con la possibilità di ottenere degli incontri short notice? «Qualcuno ce la fa. Pensa che conosco alcuni, anche in top ten, che limitano gli allenamenti solo al camp. Ovvio, se vuoi puntare al titolo non puoi farlo. Va detto anche che ognuno ha il proprio corpo e la consapevolezza di come gestirlo. Io, ad esempio, sono molto metodico e in questo mese di stop ho continuato a fare cardio perché se non mi alleno inizio a prendere chili; inoltre è uno stato mentale, se non mi alleno mi sento un po’ male». È difficile rimanere fermi in questa dinamica sportiva, e ciò include anche gli infortuni, particolarmente frequenti. «Il rapporto con gli infortuni è più difficile perché ogni articolazione non la usi, la abusi. Come detto, non hai un off-season e gestirsi in autonomia è difficile perché il calendario delle card varia, per via delle diverse short notice e devi riuscire a mettere tutto assieme, mantenendo il peso e senza farti male. Poi se vuoi rimanere fuori un anno per recuperare dagli infortuni si può fare, va solo considerato che non ti stai allenando, non stai migliorando, gli incontri di conseguenza non puoi accettarli ed è facile che al ritorno in condizione dovrai quasi certamente perdere peso».

Mentre ci dirigiamo verso il Giardino Botanico Alpino di Viote, sul Monte Bondone, location naturale vicino al luogo di origine di Marvin, lui ci parla proprio di queste zone, del motivo per cui le trova così belle e degli eventi che le contraddistinguono in un discorso che fa perfettamente trasparire il legame di Vettori per la sua terra. Ci parla delle gare di drifting e finiamo a parlare delle sue altre passioni sportive «Oltre alla MMA non ho tante passioni, anche perché voglio sempre tenermi occupato. O riposo, ma fa parte dell’allenamento, o cerco di sviluppare i miei business. Seguo un po’ la boxe e mi piace molto la bici. Vado solo in strada, anche se amo il downhill. Poi sai, qui dalle nostre parti è molto diffusa». Marvin si mette a raccontare di amici e conoscenti che sono soliti fare gare in bicicletta, dalle ultra alle sfide di velocità, fino al downhill, finendo a parlare della recente Coppa del Mondo in Val di Sole proprio di questa specialità, delle velocità toccate. Parlando di questo e delle rotelle che un biker di downhill dovrebbe o non dovrebbe avere per fare uno sport così pericoloso, Marvin dice una frase molto interessante, applicabile probabilmente a tutti i grandi campioni di ogni pratica: «Quando uno è così forte a livello di skills, il pericolo non viene percepito».

Proprio la percezione del pericolo è qualcosa che un fighter deve mettere in preventivo. Lo stato mentale infatti diventa importante tanto o più di quello fisico, quando ci si lancia in una gabbia a danneggiare fisicamente un’altra persona con le medesime intenzioni davanti a una folla infuocata. «Il punto focale è conoscere bene sé stessi e ciò deriva dall’essersi messi in situazioni difficili e averle poi superate. Da quelle esperienze capisci come si comporta la tua testa e ciò ti aiuta a rimanere sempre presente, sul pezzo, sia prima che durante il match. Prima degli incontri un po’ di tensione ce l’ho ma è giusto che ci sia, credo aiuti a performare meglio».

Arrivati al Giardino Botanico Alpino di Viote di Monte Bondone, nella sede territoriale del MUSE, il Museo delle Scienze di Trento, Marvin passeggia, sempre tenendo conto dei giovani volontari del centro che lo ammirano come un eroe appena tornato nel suo regno dopo una battaglia. Loro, i tifosi, vedono Vettori come un simbolo, un atleta che lancia cuore e fisico letteralmente al pubblico. La verità però consta nel fatto che Marvin è un po’ più di un atleta, è un businessman attento che sa perfettamente come gestire il tempo tra un match e l’altro. A proposito di business, molto parte dal team di gestione che è appena stato cambiato, grazie alla firma con Thaurus Sport, la nuova realtà sportiva dell’etichetta discografica Thaurus e del suo leader Ciro Buccolieri. «Io e Ciro ci siamo conosciuti tramite il mio manager, Samuele, e ci siamo trovati bene. Da quel momento abbiamo voluto far crescere un rapporto che arrivasse fino al business, specie nella ricerca di collaborazioni, sponsor e nella strutturazione delle mie attività, tranne quelle sportive relative alla UFC che sono seguite da Ali Abdelaziz, il manager anche di Khabib. Poi è vero, Ciro e i ragazzi di Thaurus vengono dalla musica, non dallo sport, ma le persone sveglie e intelligenti sanno sempre come lavorare bene. Stiamo lavorando a progetti nuovi, come il nostro nuovo gin. Questo te lo svelo in anteprima: stiamo realizzando il nostro gin e vogliamo che sia un prodotto di estrema qualità. Stiamo creando una bottiglia dal design molto particolare, così come l’etichetta, e stiamo lavorando con ottimi produttori così da realizzare una ricetta di alto livello. L’obiettivo è poi quello di produrlo interamente a casa, a Mezzocorona».

Il gin è solo l’ultimo dei business di Marvin, nati con The Italian Dream, un brand di abbigliamento ideato nel 2020. «Molti mi chiedevano il merchandising. Avevamo dei prodotti chiamati Team Vettori ma erano solo per amici e supporter stretti, così è nato The Italian Dream. Va detto che la moda in generale mi è sempre piaciuta. Fin da piccolo cercavo sempre capi diversi e ci tenevo ad apparire. Ora viene più facile perché il 90% dei fighter non si sa vestire, specie negli Stati Uniti. Quelli davvero originali si contano sulle dita di una mano, gente come McGregor, O’Malley o Pettis. Quella di The Italian Dream è nata come una sfida ma sta andando bene, il brand sta crescendo e noi vogliamo strutturarlo al punto che vorrei fosse autonomo, un po’ come Propaganda per Noyz Narcos», e non si può citare Noyz Narcos senza iniziare a parlare di musica, specie di rap. «Guè al momento è il mio preferito ma ascolto anche Marracash e Noyz Narcos. Guè soprattutto mi fa impazzire per la sua hustle mentality e i business che si è creato, infatti mi ha fatto molto piacere quando lui e Villabanks hanno realizzato un pezzo per me. È molto figo, un ricordo fantastico di un momento importante, ma continuerò comunque a usarlo come walk-out song. Quando sono in America invece ascolto più rap americano, dai classici come Tupac, Puff Daddy, The Game e Notorious B.I.G., fino a gente nuova come Tee Grizzley. Ascolto un po’ tutto, anche metal e classica. L’unica playlist diversa che ho è quella pre-match, che ascolto solo in quell’occasione perché tocca quei tre o quattro punti giusti per farmi concentrare. C’è Nate Dogg, Eminem, Immortal Technique e gli Outlawz. C’è anche 50 Cent ma generalmente la sonorità è molto West Coast».

Proprio tornando a parlare di business e di hustle mentality, siamo andati a parlare di un tema molto delicato che sta tenendo banco in UFC, ovvero quello dei contratti e del rapporto tra performance ed entertainment. Specialmente si discute della diversità nei compensi, del perché gente come McGregor prenda il quadruplo del suo avversario che è più in alto di lui nel ranking e del perché i contratti sono così brevi, al punto che la sconfitta sbagliata può alterare completamente una carriera, portando all’esclusione dalla UFC. «Sinceramente credo che gente come McGregor, che prende tantissimo, dovrebbe prendere ancora di più per quello che porta nelle casse della compagnia. I contratti brevi invece possono essere in realtà un’arma a doppio taglio. Se hai un contratto da due o tre match e fai un bel risultato, puoi facilmente tornare a contrattare un rinnovo a cifre ben più interessanti, perché il mondo UFC è molto rapido. Altrimenti hai il rischio di vivere la situazione di Masvidal, il quale ai tempi firmò un contratto da otto match per essere più sicuro, salvo poi iniziando a vincere sempre ma senza la possibilità di ritrattare prima della scadenza, perdendo la possibilità di portare a casa ben altre cifre». La strategia fuori dall’ottagono è importante quanto quella all’interno di esso. «Il business di cui faccio parte è legato all’entertainment e il pubblico si appassiona anche al personaggio, alla sua storia personale. A me non viene difficile perché sono così, se uno mi chiede qualcosa rispondo sempre fuori dai denti, infatti nella mia vita mi sono sempre preso a male parole con tutti. Alcuni si costruiscono un personaggio artefatto, mentre altri ancora strutturano una figura che è molto distante da come sono nel quotidiano, tipo Cejudo. Montare hype è fondamentale e la UFC è più avanti di tutti da questo punto di vista. Molti match sono “politici”, nel senso che ci deve essere hype per fare in modo che avvengano. In alcuni casi gli accoppiamenti tra avversari non sono scontati, anzi, la UFC cerca di sviluppare certe dinamiche per testare atleti, tempistiche e location. Se riesci a farti seguire, sei ricompensato».

La consapevolezza mediatica di Marvin è un punto fondamentale della sua carriera, tanto che Dana White, padre e padrone del mondo UFC, ha infatti detto nel podcast con Bill Simmons che tra i nomi che vede dominare il panorama UFC nel prossimo futuro c’è quello di Marvin Vettori. Non a caso i suoi video Embedded, ovvero i vlog che seguono un fighter prima di un match sul canale della UFC, sono tra i più visti e commentati.

The Italian Dream non è solo il nome del brand di Vettori, ma anche un nome che lo rappresenta, essendo l’individuo che più di chiunque altro ha esportato l’Italia nel mondo odierno. Il rapporto con l’italianità è infatti estremamente importante. «Nel mio mondo, il fatto di essere italiano spesso porta ad avere tutti contro, devo sempre cercare di fare l’extra per farmi vedere. Poi da quando sono tornato in Italia il supporto è stato enorme, anche nel quotidiano, in strada, ben più di quanto pensassi. Purtroppo però questo legame non mi ha spinto molto in America, anzi l’Italia in sé non ha mai supportato troppo il mio percorso. Ho raggiunto traguardi enormi, paragonabili a quelli di altri sportivi che sono stati celebrati dai media, invitati in Quirinale e molto altro, tutte cose che nei miei confronti non sono mai state fatte. Questo paese è pieno di stereotipi e ha una considerazione della MMA che non è oggettiva. Molti ci vedono solo come persone che menano, io vedo uno sport tecnico che rappresenta la disciplina e lo spirito combattivo di un paese. La mancanza di presenza istituzionale mi ha reso più noto sui social, un legame che mi ha avvicinato ulteriormente ai fan. Devo farmi io portavoce di tutto il movimento. Non mi sento particolari responsabilità addosso, sono felice e orgoglioso di essere il portabandiera di questo sport, anche perché se posso fare qualcosa per spingere altri atleti e in generale il mondo della MMA, sarò il primo a dare anima e corpo per farlo».

Nel futuro prossimo di Marvin c’è un incontro contro Paulo Costa, il 23 ottobre, ma dopo c’è molto altro. «In futuro mi piacerebbe fare molte cose ma ora sono troppo concentrato sulla MMA. Probabilmente mi piacerebbe portare avanti i miei business e rimanere nell’entertainment, un mondo che comunque ho scoperto dopo. L’attore non mi dispiacerebbe».