Massimo Osti: l’eredità del Maestro capitolo due

Articolo di

Roberto Penna

Eccoci tornati al capitolo due della rubrica dedicata a Massimo Osti, scritta da Cristiano Maretti, admin di Stone Island Archiv-ism. Oggi ci concentreremo sui capi che hanno fatto la storia di Stone Island, C.P. Company e tutti gli altri brands che hanno permesso al designer di conquistarsi l’appellativo di “father of techwear”.

 

Zeltbahn Cape. Iniziamo dalle origini! Direttamente dal 1982 per la primissima collezione Stone Island, Osti propone un capo ripreso a piene mani dal mondo militare. La sua particolarità è che si trasforma in una tenda, il materiale Tela Stella proposto per la primissima volta da Osti come tessuto per abbigliamento era inizialmente utilizzato per le coperture dei camion.

Proseguendo nella storia dell’innovazione, impossibile non citare le iconiche Ice Jackets. Proposte per la prima volta nel 1987/88, queste giacche sono realizzate con tessuto termocromatico, ciò significa che cambiano colore al variare della temperatura. Il tessuto contiene dei pigmenti microincapsulati al suo interno e le molecole dentro di essi cambiano la propria disposizione nello spazio all’aumentare o al diminuire della temperatura, modificando il passaggio della luce e creando quell’effetto straordinario che tutti voi già conoscete. Inoltre non dimentichiamoci delle funzioni, tutte le ice jackets sono assolutamente impermeabili, anti-vento e nella maggior parte dei casi imbottite con piume di qualità premium.

Passiamo al 1992: è il tempo delle reflective jackets, forse l’invenzione più iconica del designer. Ancora oggi rappresenta uno dei capi più realizzati in decine di varianti e iterazioni diverse. Massimo Osti parte da un tessuto giapponese contenente minuscole micro sfere di vetro che riflettono la luce dando vita a una giacca che sembra pulsare dell’energia del sole. Anche qui l’intuizione deriva dalla praticità e dalla funzionalità: il creativo prende spunto dai dettagli riflettenti usati nelle uniformi da lavoro. In effetti, la giacca rende visibili anche di notte. Di reflective ne abbiamo viste e ne vedremo parecchie: dalle ormai rarissime giacche Marina con balaclava dai colori accesissimi, alle più recenti Liquid reflective che sembrano venute da un pianeta alieno o dipinte da un artista postmoderno, passando per numerose variazioni sul tema come le reflex Mat in cui appunto l’effetto riflettente è particolarmente opaco, alle pixel reflective (dove l’effetto reflex è letteralmente pixellato), alle antiqued reflective (un richiamo all’effetto “consumato” e più spento di una reflective jacket) fino ad arrivare al misterioso Hidden reflective, fiore all’occhiello della tecnologia e particolarmente amato dal Boss del brand Carlo Rivetti.

 

Millemiglia Goggle Jacket, anno 1988. Massimo Osti produce per la sua C.P. Company quella che diventerà forse la giacca più famosa nella cultura casual e non solo. Come sempre di derivazione militare, Massimo perfeziona la già peculiare Goggle Jacket spostando le lenti (sì, questa giacca ha incorporate delle lenti come fossero occhiali al suo interno) direttamente sul cappuccio. Aggiunge anche una lente sul braccio per permettere di guardare l’orologio con la giacca che lo copre. Usata come sponsor nella famosa gara Mille Miglia, la giacca è piena di tasche, protegge da fango e vento e sembra essere fatta apposta per i piloti della manifestazione. Senza tempo.

Levis ICD Jacket. Siamo nel nuovo millennio e Massimo è ancora precursore. Levis, in collaborazione con Philips, gli commissiona un progetto e lui crea un capo che viene letteralmente dal futuro. La mission è creare un prodotto che soddisfi le esigenze di un “Millennium Worker”. La giacca ha un look unico, pieno di tasche, con un gilet interno contenente un lettore MP3 e un telefono Philips. Il tutto può essere controllato da controller remoto e non c’è traccia di fili, pulitissimo. 

 

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