Massimo Osti: l’eredità del Maestro capitolo uno

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Redazione

Da oggi inizieremo a condividere una nuova rubrica scritta da Cristiano Maretti, admin di Stone Island Archiv-ism e dedicata a Massimo Osti, fondatore di Stone Island. Brevi testi che usciranno a puntate in cui la vita dello stilista, le sue idee e il suo modo di lavorare saranno i protagonisti indiscussi.

E’ il 1987, siamo al palazzo del Reichstag, cuore di Berlino Ovest. Massimo Osti, praticamente uno sconosciuto totale nel mondo della moda mainstream internazionale, viene invitato dal sindaco di una Berlino ancora divisa ad un evento sui 150 anni della confezione tessile, ospitante i personaggi più illustri della scena artistica mondiale. Non gli esponenti dell’alta moda patinata e glitterata che facevano notizia nei giornali e nelle passerelle di tutto il mondo, ma un grafico un po’ sulle sue che viene da una Bologna sovversiva e creativa, che si è semplicemente riciclato come stilista quando ha iniziato a dar vita alle sue idee negli anni ’70, applicando su magliette alcune tecniche normalmente relegate al mondo della stampa su carta, che conosceva evidentemente bene ma che con buona probabilità iniziava ad essere un contenitore troppo stretto per il ciclone di idee matte che gli ronzavano in testa.

Se fosse un musicista, sarebbe Frank Zappa. Se fosse un imprenditore di oggi, sarebbe Steve Jobs. Massimo Osti è innovatore, pensatore fuori dalle righe e sconvolgitore delle dinamiche del mondo dei vestiti, perché chiamarlo moda non farebbe onore alla sua filosofia.

“Non mi piacciono le sfilate” – afferma Osti – “perché non rappresentano il mondo reale e l’utilizzo vero che viene fatto dei vestiti. Esse sono una risposta inadeguata rispetto alla ricerca che il capo contiene” . Quella sera a Berlino però, Osti deve mostrare i suoi capi in una sfilata. Il Genio decide di stupire tutti e usare dei mimi che si muovono di continuo all’interno di un ambiente soffuso e dominato da rumori industriali e urbani, e che simulano posture e movimenti della vita di tutti i giorni indossando giacche di C.P. Company, uno degli storici brand creati dall’estro dello stilista. Massimo urla cosi alle masse il primo pilastro della sua filosofia: i vestiti sono funzionalità, praticità, comodità e movimento, mandando a quel paese il rigore delle griffe e delle catwalk snob dell’alta moda, e facendo sembrare tutti più vecchi di almeno cento anni. La funzione prima di tutto. Soltanto poi viene tutto il resto.

Nella realizzazione dei capi il maestro trae infatti le sue idee dal passato e le rielabora con il suo fare visionario: giacche usate da eserciti di tutto il mondo e abbigliamento da lavoro in particolar modo, due esempi massimi di praticità e funzionalità. Questo tipo di ispirazione, coniugata all’innovazione nei processi e nei tessuti (secondo pilastro della carriera di Massimo Osti), permetterà la realizzazione di tutti i suoi capolavori e lo consacrerà nell’olimpo dell’abbigliamento e del mondo tessile in generale. Osti è un genio creativo in piena, e lo dimostrano gli incredibili contributi da lui apportati fin dagli albori della sua carriera, quando usava la serigrafia o la stampa piazzata sulle t-shirt, capi tra l’altro che al tempo nessuno ancora indossava. La tecnica del tinto in capo che ha rivoluzionato il modo di fare vestiti, le giacche termosensibili e i tessuti riflettenti (le famose ice e reflective jacket, di cui parleremo più avanti), i nuovi blend sperimentali tra cotoni e leghe metalliche fino ad arrivare alle ultime idee di una carriera stellare come la fusione tra abbigliamento e tecnologia (fare una giacca che contiene un cavo o un powerbank per cellulari ed mp3 sembrerebbe scontato oggi, ma venti anni fa?), ogni pezzo partorito dalla mente di Osti racconta una storia: è la storia di una rivoluzione che continua ancora oggi, a più di dieci anni dalla sua morte.

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