Come è stato possibile nascondere “The Last Dance” per oltre 20 anni?

Articolo di

Marco Grassi

Per gli amanti del basket, dello sport e della storia in generale, da oggi su Netflix è disponibile il documentario “The Last Dance”, un contenuto girato durante la stagione 97/98 da NBA Entertainment che racconta le gesta di una delle squadre più forti nella storia della pallacanestro: i Chicago Bulls di Michael Jordan.

La domanda che ci poniamo tutti e che solo in questi giorni ha avuto un riscontro è: come è possibile che per l’uscita del documentario più atteso di sempre ci siano voluti ben 23 anni? Le risposte sono molte.

La prima sicuramente risale all’anno 97/98. All’inizio della stagione, la NBAE pensò di realizzare un documentario riguardante il dietro le quinte della squadra più forte dopo aver già disputato una stagione storica con 69 vittorie nel 1996. Fu di Adam Silver, attuale Commissioner ed ex responsabile Media, l’idea della realizzazione, e fu lui stesso a chiedere al presidente della squadra Jerry Reinsdorf il permesso per portare avanti le riprese. L’ok da parte della presidenza arrivò senza problemi, ma solo a condizione che ci fosse il consenso anche da parte di coach Jackson e da parte di Jordan.

Una delle copertine di “The Last Dance”

Le prime immagini del documentario “The Last Dance” raccontano proprio dell’incontro tra Silver e Jackson. Il coach consentì un po’ della sua privacy alle telecamere per permettere di scrivere la storia. L’ultimo ostacolo da superare per iniziare le riprese era il consenso da parte di Micheal Jordan, l’uomo da tre MVP della stagione regolare NBA e 2 MVP delle Finali.

Silver sapeva che quella sarebbe stata la trattativa più ambiziosa e difficile, poiché la stagione stava iniziando e il tempo remava contro di lui. All’attuale Commissioner NBA non restò che giocare la carta del “controllo”, ovvero lasciare l’ultima parola a Jordan per la trasmissione delle immagini. I produttori non avrebbero potuto avere accesso alle immagini senza il suo permesso. Jordan accettò e le riprese iniziarono.

Negli anni, molti produttori e registi hanno provato a mettere le mani su quelle immagini, ma per Jordan nessuno era l’uomo giusto. L’uscita di un documentario che raccontasse le sue gesta e dei suoi Bulls voleva dire mettere la scritta fine sulla storia di Michael Jordan. Questo fu un altro dei motivi per il quale ci volle tempo prima che Jordan diede il via libera.

La terza risposta ha origini diverse e per lo più commerciali. Il pubblico fino a qualche anno fa non era abituato a guardare documentari che superavano gli 80 minuti. Tagliare le immagini del “Gold DVD” (così lo chiamavano in NBAE), equivaleva ad una censura e a uno spreco del proprio valore.

Nel 2016 ci fu un cambiamento nei comportamenti di fruizione dei contenuti da parte dei consumatori. Infatti Netflix produsse il documentario “Making a Murder” e al Sundace Film Festival venne presentato il documentario di O.J Simpson. Due lungometraggi della durata di oltre 400 minuti che aprivano le porte al format dei documentari “longform”.

Un documentario longform permette di raccontare e scavare nella storia di ogni singolo personaggio senza limiti di tempo. Questa era sicuramente la soluzione migliore. Il produttore/regista Mike Tollin, dopo aver preparato una bozza di 8 episodi, fissò un incontro e si diresse a Charlotte, nell’attuale ufficio di Jordan. Tollin, prima di mostrare il lookbook che aveva realizzato per l’incontro, gli fece leggere una lettera emozionante dove spiegava perché quello era il momento giusto. Successivamente passò al lookbook. A convincere Michael fu uno dei progetti in cui Tollin prese parte, ovvero il documentario “Iverson”, dedicato appunto all’ex stella di Philadelphia. Dopo aver confessato di aver pianto per quel documentario, MJ disse: “Let’s do it”.

I motivi per i quali abbiamo dovuto aspettare tanto per questo documentario sono come abbiamo visto molteplici. Il più significativo è però l’evidente paura di Micheal Jordan di perdere il controllo del tempo, di non poterlo piegare alla sua volontà. La sua persona, a 53 anni, ha ancora tanto da raccontare e questo non dovrà essere il suo documentario definitivo.