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La NBA non ha un problema di visibilità

Articolo di

Claudio Pavesi

Pare che la NBA abbia un problema di ascolti. Stiamo infatti leggendo come la federazione cestistica americana di basket abbia avuto pessimi dati di ascolto durante le Finals, ma siamo sicuri che questo rappresenti un dato particolarmente negativo? La NBA ha veramente problemi di pubblico? La risposta sta nel mezzo, ma dobbiamo capire perché, visto che i motivi sono molteplici.

Vero, il pubblico televisivo in America è calato del 51% durante le Finals se paragonato a quello dello scorso anno, mentre il completo restart ha avuto un calo complessivo di pubblico del 20% rispetto alla media del 2019. Ovviamente il dato non è positivo, specie in un periodo con le arene vuote in cui il fatturato legato ai diritti televisivi prende una rilevanza ancora maggiore rispetto al solito. L’apice televisivo dell’anno scorso è stato l’impressionante numero di 18,34 milioni di spettatori per Gara-6 tra Raptors e Warriors, mentre quest’anno il picco è stato 7,54 milioni.

Vanno considerati più elementi, primo dei quali sono le squadre in ballo. Golden State stava lottando per realizzare una dinastia, mentre Toronto era alla prima finale nella storia, due squadre con un pubblico caldissimo e tante motivazioni. Ancora ci si ricorda delle decine di migliaia di persone raggruppate fuori dall’Air Canada Centre per vedere le partite sul maxischermo. Non si può dire che i Lakers non abbiano pubblico, anzi. Miami invece è nota per avere un pubblico non particolarmente interessato, motivo per cui l’AmericanAirlines Arena è spesso vuota fino a metà secondo quarto anche nelle partite più importanti.

Va considerato che il pubblico televisivo americano complessivo è calato del 9% rispetto all’anno precedente, e questo per ogni tipologia di programma. Resta il fatto che queste Finals sono arrivate anche in un momento mai visto per lo sport americano, ovvero la contemporaneità di tutti i campionati sportivi americani più visti: NBA, NFL, MLB, NHL. Tutte le competizioni hanno appunto avuto un crollo di visibilità causa l’accavallamento di partite e contenuti, non a caso l’hockey ha avuto un crollo dei 61%, il baseball del 40%. Persino eventi solitamente seguitissimi in America come la 500 miglia di Indianapolis e gli US Open hanno avuto un crollo rispettivamente del 32% e del 56%.

Per comprendere la magnitudo degli eventi in sovrapposizione, va capita la rilevanza del football americano sul resto. Mediamente, ogni anno i primi 10 programmi televisivi più visti in America sono partite NFL. Il radicamento col territorio è infatti fortissimo e ogni partita attrae una quantità di pubblico impressionante, specie se la competizione diretta di stampo cestistico ha solo due squadre coinvolte, e quindi due bacini di pubblico. Considerando il suddetto picco di 7,54 milioni di spettatori delle Finals di quest’anno, basti sapere che una partita di stagione regolare giocata in contemporanea, il Sunday Night tra Minnesota Vikings e Seattle Seahawks, ha fatto 11,4 milioni di pubblico televisivo, molto di più rispetto alla fase finale di un campionato di basket che, per via del break legato al COVID-19, è durato molto più del previsto.

Impressionanti sono i dati digitali di NBA, in netta crescita. Rispetto all’anno scorso c’è stato un aumento della visibilità dei video social del 17%, con 2,6 miliardi di views su Instagram, 1 miliardo di visualizzazioni durante le Finals, di cui 61 milioni su YouTube (crescita del 21%), e 321 milioni di visualizzazioni su YouTube durante tutta la post-season, un dato che conferma una crescita del 63% di anno in anno.

Un altro elemento particolare di questo crollo di ascolti è sicuramente basato sul lato politico. A breve ci sarà l’elezione presidenziale più delicata degli ultimi decenni e la mole di contenuti mediatici tra news e dibattiti non ha aiutato la NBA a fare ascolti. Trump stesso disse che la NBA avrebbe perso ascolti per via di una linea mediatica molto vocale su temi caldi come la police brutality e la racial inequality, sostenendo che le continue prese di posizione che includono i commenti a fine partita, i messaggi sociali al posto del nome sulla maglia e sul parquet di gioco avrebbero portato all’allontanamento di un pubblico che nello sport cerca una distrazione. In un certo senso aveva ragione. La NBA è da sempre politica e una delle sue forze è proprio la forte voce in ambito sociale, l’essere “More Than An Athlete”, come direbbe LeBron James, ma periodicamente ha dovuto scontrarsi con situazioni politiche tese.

A cavallo tra fine anni ’70 e inizio anni ’80, la NBA fu addirittura cancellata dalla CBS per scarso interesse, e più volte il commissioner fu interrogato con domande del tipo “Non ci sono un po’ troppi neri in questa NBA?”, una realtà che al giorno d’oggi sembra lontanissima ma che effettivamente era calzante nell’America del tempo. Non a caso fu la rivalità tra Magic Johnson e Larry Bird a ridare vita al basket dal punto di vista televisivo.

Dopo un successivo crollo fu l’arrivo di Michael Jordan a riportare in auge la NBA, a cui seguì l’ennesimo calo in concomitanza del suo ritiro. I commenti dell’epoca? Sempre gli stessi: una lega sportiva con una mentalità troppo lontana dall’America bianca e il continuo cambiamento degli stili di gioco, meno aggressivo rispetto agli anni ’80. Fu allora che David Stern introdusse il dress code, l’obbligo di vestirsi conformi a un contesto lavorativo, una regola che impedì agli Allen Iverson di turno di portare le proprie collane, bandane e maglie oversize che tanto creavano l’estetica dell’epoca. Ironico che, a distanza di pochi anni, account come LeagueFits raccontino una NBA diversa, con milioni di persone pronte a celebrare l’originalità stilistica dei cestisti, i primi fashion influencers d’America.

Mentalità troppo lontana dall’America bianca e il continuo cambiamento degli stili di gioco quindi, ovvero ciò che diceva Trump da una parte e le continue critiche per il nuovo trend della NBA dall’altra, ormai dominata dal tiro da tre punti e dalle transizioni.

La verità è che l’NBA non è quasi mai stata il passatempo americano. Vero, ci sono i Basketball States, come l’Indiana e il Kentucky, principalmente bianchi, ma la media americana ha sempre preferito altro, come il baseball o il football ad alternarsi. La NBA è però la federazione più internazionale tra tutte quelle americane, con 108 giocatori da 38 nazioni diverse, incluso l’MVP in carica e il giovane talento più brillante, Luka Dončić. Come dimostrano infatti i dati digitali mostrati prima, il pubblico NBA più attento è quello internazionale.

Il crollo del pubblico televisivo americano è un problema? Certo. Ma non vuol dire che la NBA sta morendo, motivo per cui bisognerebbe allontanarsi da un catastrofismo generale che giudica in maniera distruttiva un calo fisiologico, figlio di un mix che unisce ragioni politiche a una saturazione di contenuti dovuta a una pandemia globale. La NBA è in formissima e le prossime stagioni non faranno altro che dimostrarlo.

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