La NBA ricomincia a Disney World. I motivi della scelta e il nuovo format

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Claudio Pavesi

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Questa estate sarà particolare. Non sapremo ancora quanto potremo muoverci dalle nostre città, così come non vedremo Europei o Olimpiadi.
Lo sport comunque non si è fermato. Insieme alla conclusione dei campionati calcistici delle principali nazioni europee, anche la NBA tornerà in campo dal 31 di luglio fino a ottobre, con un format inedito, giocato interamente a Orlando, Florida.

UN NUOVO FORMAT

La NBA tornerà in campo dal 31 luglio al 12 ottobre con una nuova modalità: a Orlando verranno convocate 22 squadre, 13 della Western Conference e 9 della Eastern. Oltre alle 16 squadre attualmente qualificate alla post season, anche New Orleans, Portland, Phoenix, Sacramento e San Antonio prenderanno parte alla conclusione della stagione, così come anche Washington, unica rappresentante extra della Eastern Conference.

Ogni squadra giocherà otto partite, così da determinare il nuovo ranking dei Playoffs. Questo viene fatto perché, al tempo della ripresa, le squadre ritorneranno in campo dopo quattro mesi di stop, quindi le otto partite serviranno non solo per riprendere la condizione, ma anche per dare il giusto vantaggio nei Playoffs alle squadre maggiormente in forma. Queste otto partite a squadre permettono ai team in gioco di raggiungere le 70 partite, ovvero il minimo richiesto per i pagamenti dei diritti delle televisioni locali.

Quello di Zion Williamson è uno dei nomi più attesi in questa particolare seconda parte di stagione.

Le sei squadre in più sono tutte in un range di 6 partite dall’ultimo spot per i Playoffs, perciò sono ancora in grado di raggiungere la post season, in diversi modi. Se la nona classificata di ogni conference concluderà le otto partite con un record finale inferiore alle quattro vittorie di scarto dall’ottava, si giocherà una serie di partite per definire chi entrerà nei Playoffs. Quest’ultima sfida avverrà in due partite: se l’ottava vincerà la prima sfida andrà subito ai Playoffs, se invece verrà sconfitta si andrà a giocare una seconda partita dalla quale uscirà la squadra qualificata.

Terminata questa particolare prima parte, tutto tornerà alla normalità. Le successive serie di Playoffs sarebbero normalmente al meglio delle sette gare. L’unico elemento ancora da discutere è il vantaggio da dare alle teste di serie: queste solitamente godono del fattore-campo, ma giocandosi tutta la finale in una singola location, il tradizionale vantaggio andrebbe a perdersi.

Le squadre potranno iniziare ad allenarsi in gruppo nei propri centri di allenamento nella prima settimana di luglio, salvo poi spostarsi a Orlando verso la metà del mese.

Le squadre non qualificatesi ai Playoffs discuteranno con la NBA la possibilità di allenarsi in estate, altrimenti queste saranno costrette a nove mesi di stop in vista dell’inizio della stagione successiva, prevista per il 25 dicembre.

Il torneo non si fermerà nel caso un giocatore risulterà positivo al tampone per il COVID-19. Quest’ultimo verrà rimosso dalla squadra e messo in quarantena, ma la competizione continuerà come da programma. I test verranno effettuati prima di ogni partita

PERCHÉ ORLANDO?

Orlando, o meglio il Walt Disney World Resort, è un’ottima location per un tale piano. Il parco divertimenti ha tutte le infrastrutture per permettere ai giocatori di allenarsi e giocare grazie al ESPN Wide World of Sports Complex, così come possiede infermerie, grandi spazi per le attrezzature dei media e una grande quantità di alberghi. D’altronde solo per le squadre coinvolte parliamo di 770 persone (35 persone, giocatori inclusi, è il limite per ciascuna franchigia).

Dwyane Wade all’ESPN Wide World of Sports Complex insieme a Topolino, nel 2010.

La Florida è anche il primo stato americano ad aver dato l’ok all’organizzazione di eventi sportivi (senza pubblico, ovviamente) sul proprio territorio, al punto che molte organizzazioni sportive come la UFC, anch’essa in mano a Disney, avevano adocchiato Orlando e città limitrofe per la ripresa dell’attività agonistica.

Non è un caso che allenatori e giocatori potranno godere al massimo delle infrastrutture del parco divertimenti, inclusi i ristoranti e i campi da golf, ma dovranno portare avanti il social distancing, così come nessun membro dello staff potrà entrare nelle stanze dei giocatori. Per alleggerire la situazione, le famiglie degli atleti potranno prendere parte all’esperienza di Orlando.

Disney è uno dei principali partner della NBA, nonché proprietaria della ESPN all’80%, quindi la scelta della location guadagna ulteriore senso. Questo accordo sembrerebbe fornire ulteriori armi a ESPN in vista di un rinnovo contrattuale con la NBA previsto per il 2024.

In quella stagione infatti scadrà l’accordo da 24 miliardi in 9 anni stretto con Turner Sports, un momento chiave visto che la ESPN, emittente rivale, ha ascolti in continua discesa. Alla fine della stagione 2014 infatti la ESPN non sapeva che, anni dopo, avrebbe puntato su on-demand e servizi in streaming per la trasmissione delle partite, motivo per cui un accordo basato sulla TV via cavo non sta facendo altro se non danneggiare l’emittente. Ora invece può contare su ESPN+, ESPNPlayer e Disney+, tutti elementi che andranno a suo favore nelle prossime trattive. Sarà probabile che ESPN utilizzerà l’apertura delle porte di Disney World a Orlando per concludere la stagione nel 2020 come ulteriore arma nelle trattative.

John Wall potrebbe essere uno dei grandi nomi a tornare sul parquet, recuperando dall’infortunio.

PRO E CONTRO

Questa situazione senza precedenti ha raccolto pareri positivi quanto negativi. La NBA ha scelto un’opzione non molto TV-friendly, così come ha puntato su qualcosa che rischia di prolungarsi eccessivamente, con la possibilità di avere solo 73 giorni liberi prima della stagione 2020-21 per chi raggiungerà le Finals. Si rischia quindi di avere un finale di stagione compromesso dallo stop, così come di alterare anche la prossima annata, causa poco riposo per alcuni e troppo tempo ai box per altri.

Va segnalato anche che la Florida ha riportato solo ieri, 3 aprile, ben 1.317 casi positivi al COVID-19, il numero più alto dal 17 aprile. Ovviamente quella di Disney World Resort sarebbe una bolla, un’isola felice dedicata alla NBA, ma i numeri non sono comunque da sottovalutare, considerando la situazione.

Un altro elemento importante è legato alla situazione sociopolitica attuale. I giocatori NBA sono tra i più coinvolti nelle manifestazioni legate a Black Lives Matter. Molti giocatori infatti sono attualmente in strada ad aiutare la comunità nelle città di origine, spesso anche lontano dalle proprie squadre. Alcuni di loro non hanno nemmeno commentato il ritorno al basket giocato, mentre altri come Patrick Beverley sono stati molto reattivi nel dire che ora è tempo per pensare ad altro. Ciò non si significa che la situazione sociopolitica è il motivo per cui non si dovrebbe tornare al gioco, ma certamente potrebbe influenzare le dinamiche di alcune squadre.

C’è da considerare poi il format a 22 squadre. Non molto tempo fa Damian Lillard aveva detto che non avrebbe ripreso la stagione se Portland non avesse avuto una chance concreta di giocare per l’anello, e con lui molti altri giocatori NBA. Questo format include ovviamente Portland, così come i Pelicans di Zion Williamson, mentre esclude realtà minori come Charlotte e Chicago, franchigie a un passo da Washington ma con poco appeal a livello televisivo.

In sostanza, si tratta di una scelta rischiosa a lungo termine e se vogliamo classista? Probabile. Si tratta di una scelta corretta? Anche in questo caso, sì. Qualcuno doveva rimanere a casa e ora la NBA è pronta a riaprire le porte con un format nuovo e con tutte le proprie stelle, molto probabilmente anche con quelle che avrebbero saltato i normali Playoffs per via di infortuni come John Wall e Victor Oladipo. Questo sistema renderà la situazione particolarmente imprevedibile, forse uno dei Playoffs più inaspettati e attesi degli ultimi anni.