Seattle tornerà ad avere la NBA?

Articolo di

Vittorio Tomasella

La NBA tornerà a Seattle? Una domanda che torna ciclicamente ogni qual volta escono dei rumors sulla possibilità che una franchigia della NBA possa cambiare la propria residenza.

Pochi giorni fa, infatti, sono trapelate alcune voci secondo cui i Grizzlies si starebbero guardando attorno per spostare la propria sede di Memphis. Ovviamente il primo nome speso dai giornalisti è stato quello di Seattle, città orfana di basket (maschile) dal 2008, quando gli allora Sonics si trasferirono a Oklahoma, portandosi dietro un giovane Kevin Durant e i sogni di un’intera città, che al basket è sempre stata estremamente legata.

Diciamolo subito, al momento è difficile che possa accadere (la Lega ha già smentito), ma il bacino d’utenza di Memphis è assai magro – minor indotto economico dell’intera NBA – quindi non è un’eresia pensare che Robert Pera, proprietario del team, porti realmente la franchigia lontana dal Tennessee prima o poi.

Vogliamo, però, focalizzarci sull’altro lato della medaglia, cioè la speranza di un ritorno dei Seattle SuperSonics.

Sono passati 14 anni da quando Howard Schultz (sì, proprio il fondatore di Starbucks) ha venduto a un consorzio di Oklahoma City i Supersonics e 12 anni da quando Clay Bennet ha deciso di trasferire il team nella propria città, affamata di basket.

Quel passaggio per la città fu una coltellata al cuore e l’allora Commissioner, David Stern – pace all’anima sua – è tuttora odiato per aver dato il benestare all’operazione.

I SuperSonics arrivano a Seattle nel 1967 e prendono il nome da un’idea dell’azienda locale più famosa dell’epoca, la Boeing, che in quegli anni studiava come raggiungere la velocità supersonica grazie alla loro ultima invenzione, il Concorde.

Il team gialloverde ebbe due periodi storici di maggiore successo, uno a fine anni ’70 – che culminò con il titolo del ’79 – e uno a metà anni ’90 che, però, non culminò con alcuna vittoria per colpa di un tale con la maglia rossa numero 23: Michael Jordan.

Una squadra eccezionale guidata in campo da un playmaker atipico, Gary “The Glove” Payton, eccezionale difensore dotato di un trash talking che farà storia e dal numero 40, Shawn Kemp, 208 cm di follia, strapotere fisico e atletismo fuori dal normale. Il sogno si infrangerà, però, in finale contro i Bulls di MJ, Pippen e Rodman, gli “Unbeatables”.

Il legame con la città è talmente forte che i giocatori professionisti originari della “Emerald City” hanno sempre dichiarato di voler un giorno vestire la maglia verde dei Sonics. Tutti hanno la città o il suo prefisso 206 tatuati sul corpo e tutti hanno lo stesso look, cioè bandana e testa rasata, come il loro idolo: Donald Earl Watts, detto Slick. Ci sono Jamal Crawford, Nate Robinson, Isaiah Thomas, Aaron Brooks, Jason Terry, Martell Webster, Rodney Stuckey e Avery Bradley. Tutti con in comune l’amore per la propria città natale, per i Sonics e per Watts.

Slick Watts merita un approfondimento, perché, come detto, se oggi vedete i giocatori con la testa rasata e la bandana, beh, lo dovete a lui, che inventò questo look quando da giovane iniziò a perdere i capelli. A Seattle era talmente famoso che leggenda vuole dovesse girare con gli autografi prestampati.

Arrivò in città in sordina nel 1973, perché il suo allenatore universitario chiese un favore personale al cugino, Bill Russell, allora coach e GM dei Sonics. Se ne andrà 5 anni dopo da leader di franchigia per assist e palle rubate, ma soprattutto come maggiore idolo di sempre, nemmeno Gary Payton e Shawn Kemp riusciranno, infatti, a far innamorare i tifosi quanto lui.

E qui ci colleghiamo alla musica, altro grande legame con la capitale di Washignton, perché Slick Watts è il titolo di una delle canzoni dei Blue Scholars, duo hip-hop, che canta, tra le altre cose, proprio dei Seattle SuperSonics.

Ma non solo, perché la città è la culla del genere grunge, che da metà anni ’80 a metà anni ’90 vede nascere gruppi come i Nirvana, Alice in Chains e soprattutto i Pearl Jam. Proprio la band capitanata da Eddie Vedder (grande appassionato di basket insieme all’altro componente della band, Jeff Ament) durante un concerto del 2009 alla Key Arena modificherà la canzone “Supersonic” in “SuperSonics”, con il testo aggiornato ad hoc per l’occasione.

Questo periodo varrà alla città il soprannome di “Liverpool d’America”, con chiaro riferimento alla scena musicale della città inglese, ma anche perché se Liverpool viveva di calcio e musica, Seattle viveva di basket e musica.

La ferita in città non è mai stata rimarginata, poche squadre NBA sono legate a un filo invisibile come Seattle e i SuperSonics, e infatti quel nickname è rimasto della città quando la nuova proprietà ha trasferito la squadra a Oklahoma City.

Alcuni anni fa Kevin Durant tornò a Seattle per un’amichevole pre-stagionale tra i suoi Warriors e i Kings, e a fine partita fece impazzire i fan dichiarando “Seattle merita una squadra, è una città che vive di basket, una città che vive di sport”.

Il ritorno sembra, però, ancora lontano, ma chissà se gli ultimi rumors sui Grizzlies non possano essere realmente un primo passo.