Nella mente di Gosens

Della retorica del calciatore non tradizionale ne sono piene le pagine, tanto da essere passata da contro-narrazione a vera e propria narrazione principale. Basta però passare quindici minuti nella stessa stanza con Robin Gosens per capire che siamo davvero davanti a un unicum. È difficile cercare di identificare e racchiudere una persona, che neanche conosciamo, in un unico termine. Se però qualcuno – e per brevità quel qualcuno è chi scrive – dovesse obbligarci a definire Gosens con un solo vocabolo, quello sarebbe senza dubbio “curiosità”.

Difficilmente ho visto qualcuno interessarsi così tanto al lavoro altrui, di chiunque fosse sul set, chiedendosi il funzionamento, per esempio, della macchina che lo stava scattando o il perché di determinati abbinamenti di outfit. Proprio dalla curiosità, inizia la nostra conversazione.

Tra le caratteristiche in risalto di Robin Gosens, c’è quella di avere in lui non soltanto uno dei quinti di sinistra più in forma di tutta Europa prima dell’infortunio, ma anche uno studente di psicologia. Il benessere della psiche è un tema non solo nel calcio, ma nel mondo tutto, anche ai più “privilegiati”, oggi, è concesso “not to be ok”, come dimostra questo striscione dei tifosi del Celtic a Leigh Griffiths.

In un momento storico in cui fare i conti con noi stessi è stata condizione necessaria e che ha portato il calcio non solo a fare i conti con i problemi di tutti noi, ma anche con una concentrazione elevatissima di partite, dal ritmo sempre più forsennato, mi chiedo se per un ragazzo appena uscito da sei mesi di infortunio, lo studio della psicologia non sia anche solo un modo per capirsi. O meglio, se è vero che mens sana in corpore sano, allora è anche vero il contrario.

«Ho iniziato a studiare perché mi affascina capire come funziona la mente, non solo la mia. Il mondo del calcio mette in contatto persone con culture diversissime, in uno spogliatoio puoi trovare gente da ogni parte del mondo, anche qui all’Inter rappresenteremo più di sette o otto nazioni. Poi, ovviamente, c’è una grossa fetta di comprensione individuale. Quando c’è la testa, le prestazioni in campo sono molto più facili, quando sei preoccupato, anche per cose che non riguardano il calcio giocato, le tue performance ne risentono. Io volevo capire da che cosa dipende stare più o meno bene in campo».

Il contrasto tra individualità e collettivo è un tema importantissimo all’interno, metaforicamente, di uno spogliatoio. Un po’ per come sta andando il mondo – se volessimo essere negativi la chiameremmo deriva individualista – un po’ perché invece – qui con accezione positiva – è fondamentale e umano, le “squadre” hanno smesso di essere un unico organo compatto e hanno iniziato a essere un insieme di individualità. Più volte negli ultimi anni Ronaldo il Fenomeno, per prendere un esempio a caso, ha dato parte delle colpe dei suoi infortuni ad allenamenti collettivi, sessioni in cui gli veniva chiesto – per esempio – di correre con il ritmo di Roberto Carlos o Cafu. Oggi la tendenza non è più questa, sin da giovanissimi, ma la storia di Gosens è particolare proprio perché lui, della tendenza di quello che accade nel mondo delle giovanili, non sa molto:

«Non essendo cresciuto nelle giovanili professionistiche, per me è sempre esistita solo la squadra, il singolo non aveva senso d’essere. Fino a circa 18 anni ho giocato solo con gli amici, un contesto in cui esiste solo il godersi del tempo insieme facendo ciò che ami. Io non ho mai avuto la sensazione che il calcio fosse un qualcosa di personale, di individuale e anche adesso è così, non è cambiato nulla. Anche se ho trattamenti personalizzati di fisioterapia oppure ho allenamenti individuali per la forza, so che è tutto lavoro che ovviamente influisce su di me, ma che serve più che altro per la squadra».

Ci sono momenti però, nella vita di un calciatore come nella vita di un uomo, in cui anche nel contesto collettivo sei, sostanzialmente, da solo. A Robin Gosens è successo con l’infortunio, con una trafila che è la peggiore delle trafile possibili: una ricaduta proprio nel momento in cui sembrava essere tutto alle spalle. In un articolo di qualche tempo fa, Federico Corona, prendendo spunto dal suo compagno di sventure Federico Chiesa (entrambi negli ultimi 365 giorni hanno sentito fare “crac” al legamento crociato), racconta benissimo come, nonostante il supporto esterno – sincero o di cortesia che sia – i fantasmi dentro la testa sono qualcosa che, tendenzialmente, cerchiamo di risolvere da noi stessi. E anche quando sono passati, rimangono come rimpianto, come un grande convitato di pietra: davvero Baggio senza rompersi il crociato avrebbe avuto la stessa, straordinaria, carriera?

«Ti devo dire onestamente che è stato il periodo più difficile della mia carriera, perché non giocare per più di quattro mesi, quindi non fare contemporaneamente il tuo lavoro e ciò che ti diverte di più nella vita, è stata una sfida. Il primo periodo non è stato la cosa peggiore, perché tre giorni dopo è nato il mio primo figlio, quindi è stato anche il momento giusto per staccare un attimo. Con gli anni poi ho capito che questi passaggi, gli infortuni, fanno parte del gioco, non sono un qualcosa che capita, ma sono parte del percorso, del tuo lavoro. Così mi sono sempre detto, e anche questo fa parte del percorso psicologico, che se mi fossi preparato all’eventualità di qualcosa di negativo, quando sarebbe successo sarei riuscito a smorzare la gravità del tutto, sarei riuscito a gestirla al meglio. La ricaduta è stato però il momento peggiore, dopo due mesi ero quasi pronto, ero vicinissimo alla prima convocazione, così ho avuto quattro o cinque giorni davvero difficili, anche a casa non ho voluto parlare con nessuno. È umano. Se qualcosa che ami, proprio mentre si sta per concretizzare, ti scivola via dalle dita, diventa difficile. Però con il supporto del mental training, ho provato a superare questo momento e fortunatamente adesso è passato».

Tendenzialmente, se la vita mi avesse messo davanti a una sfida mentale del genere, non sarei andato a cercarne un’altra. Con un comportamento auto-assolutorio, avrei pensato di godermi un po’ di meritato “riposo” dal dover essere a tutti i costi performativo. Questo – e altri motivi che hanno a che fare con madre natura e il mio 47 storto di piede – è il motivo per cui io non sono un atleta professionista e Robin Gosens sì. Ancora infortunato, infatti, ha deciso di cambiare maglia durante il mercato di gennaio, approdando all’Inter, una squadra che, nel suo ruolo, aveva uno dei migliori esterni della stagione: Ivan Perišić. Perché, allora, con l’ansia di riprendere, non scegliere una via più facile?

«Solo le sfide difficili ti portano a un livello superiore. Se tu affronti sempre e solo le sfide facili non cresci mai come calciatore, ma soprattutto non cresci mai come persona. Ho sempre ringraziato di avere un mindset che mi porta a sfidarmi con i campioni, a scegliere la strada più difficile, così che io possa crescere. Poi è anche vero che queste possibilità nella carriera non vengono fuori tutti gli anni, giocare per una delle squadre più importanti del mondo in uno dei momenti personalmente più difficili è stato interessante. Sapevo che l’inizio non sarebbe stato facile, che avrei visto i miei compagni da fuori per lungo tempo, però faceva parte della sfida. Sapevo che Ivan sarebbe stato un compagno con tantissima qualità, ma se sai che giochi sempre e non ti devi impegnare per giocare, secondo me non ti fa molto bene. Io ora non devo dare solo il 100%, per meritare il posto, ma molto di più».

Della sfida più grande di Robin Gosens, probabilmente, ne abbiamo già parlato. In un periodo storico in cui gli schemi della prima squadra, nei progetti virtuosi, cadono a pioggia anche sui giovanissimi, affacciarsi al calcio professionistico da adulto quasi formato, probabilmente ti mette in una situazione di svantaggio. Eppure, sentendolo parlare, sembra che siano le sfide ad arricchire l’uomo, pertanto è naturale chiedergli in che modo questa sfida lo abbia arricchito.

«Secondo me la cosa più importante è la libertà. Ho giocato a calcio perché mi piaceva, non avevo responsabilità, non avevo pressioni. Forse chi inizia un percorso responsabilizzante sin da giovanissimo può essere anche annientato dalle pressioni, non è un caso che uno su mille diventi un professionista. Non dico che quelli che hanno fatto una strada diversa non amino il loro lavoro, è semplicemente un tipo di amore diverso. So di essere fortunato perché il mio percorso è praticamente unico, saremo in due o tre ad aver percorso questa strada. Non posso sentire pressioni, dunque, devo solo godermi il momento. Non credo, invece, che mi abbia tolto qualcosa. Ovviamente mi ha tolto la possibilità di arrivare preparato a livello professionale. Quando sono arrivato in Olanda, al Vitesse, tatticamente ero molto ma molto più scarso di chiunque altro. Sul livello tecnico-tattico ho dovuto fare molto di più, ma sono molto contento di aver fatto questa strada».

Mentre parliamo, Robin Gosens non ha ancora esordito dal primo minuto, è così che ci congediamo, parlando della possibile pressione di cominciare dall’inizio («Se ho provato gioia da subentrato, nel derby o con la Salernitana, non immagino neanche l’esplosione di gioia di partire dall’inizio, tutti i momenti prima del fischio»), che sicuramente arriverà a breve, dimostrando, ancora una volta, che le sfide sono fatte per essere vinte.