
La riassumiamo in una riga? “Quest For Fire” di Skrillex è il miglior disco dell’anno fra quelli di cui non si parlerà abbastanza, e a cui non si darà credito abbastanza. Già. Semplicemente così. E il fatto che sia stato seguito a un pugno di ore di distanza dalla release di un altro LP, il corretto ma dimenticabile “Don’t Get Too Close”, non fa che peggiorare la situazione, e garantire che questo imponente e impetuoso ritorno di Skrillex dopo un decennio di silenzio discografico – almeno sul formato lungo – non avrà l’eco che merita, e nemmeno il corretto riconoscimento. Del resto basta passare in rassegna le recensioni delle testate internazionali più importanti, su “Quest For Fire”. È tutto un coro di “Bello, ma…”.
…ma cosa? Perché bisogna essere quasi in malafede per ignorare la ricchezza di “Quest For Fire”: per non restare meravigliati di fronte alla miriadi di trucchi e trucchetti molto stilosi a livello di produzione, per non apprezzare il gusto con cui vengono citati ed evocati tre decenni di musica dance senza però mai, mai, mai suonare retronostalgico. Oppure no, non è questione nemmeno di malafede. È questione, semmai, che Skrillex è stato una overdose di stimoli, di successi, di numeri, trionfi e riconoscimenti nel momento del suo massimo successo (da solo, o con Diplo, o chiamato al capezzale del pop di largo consumo per dargli un po’ di brio…): un successo che lo ha investito duramente anche a livello personale, ne ha parlato lui stesso con ammirevole sincerità, leggi problemi di dipendenza dall’alcool, esaurimenti, eccetera.
Abbiamo allora tutti fatto il pieno, di Skrillex. E nel momento in cui ha iniziato a diradare la sua presenza sul mercato – o a fare delle comparsate “strane”, vedi quelle al fianco dell’alternativissimo Four Tet – abbiamo iniziato a considerarlo progressivamente sempre meno sul pezzo, meno centrale, meno pietra angolare dell’EDM (intesa nella sua accezione più vasta e cinica: musica dance che entra nel campo del pop nonché dell’industria dell’intrattenimento mainstream, e spadroneggia). Lui stava combattendo altri demoni, già; solo che la sua stessa facilità creativa faceva sì che venisse sempre&comunque requisito e arruolato dal mainstream di cui sopra. Ma non era quello che voleva: abbiamo come l’impressione che gli “succedeva addosso”.
Magari ci sbagliamo, magari siamo fuori strada, eppure tutto questo un disco come “Quest For Fire” lo mette secondo noi proprio in chiaro. Uno scrigno di trovate dicevamo, perfino eccessivo, perfino barocco; è come il chitarrista iper-tecnico che a un certo punto preferisce far vedere quanto è bravo a fare assoli con duecentomila note al minuto, solo che essendo baciato dal talento riesce comunque a scrivere brani convincenti. Vorrebbe però fosse chiaro che lui non è schiavo della necessità di fare il brano-che-funziona: è prima di tutto uno che ama l’arte di fare musica, al massimo della creatività, al massimo della difficoltà. Ok? Ma critica e pubblico sono stati abituati troppo a lungo a vedere Skrillex come il “marchio del successo”, non come un nerd che vuole produrre senza compromessi, senza freni, spostando sempre più in alto l’asticella. Risultato? Non lo si sta capendo, questo disco. Non lo si sta proprio capendo abbastanza. Lo si prende sotto gamba. Lo si dà per scontato. E lo si accusa – fatevi se avete tempo un giro sul web – di essere troppo vario, poco coerente, senza una direzione precisa.
Lo è se da Skrillex volete la hit e solo quella, se da Skrillex volete la chiarezza e il nuovo “tono” del pop (come è stato nel sodalizio con Diplo). Ma la sua intenzione era, ne siamo convinti, ben diversa. E siamo altrettanto convinti che il “Don’t Get Too Close” fatto uscire poche ore dopo, un lavoro raffinatino, educatino, carino, noiosino, è nient’altro che un tentativo di Sonny Moore di essere garbato e rispettoso verso chi si aspetta da lui proprio il pop 2.0, l’essere “regolare”, chiaro, efficace, moderno ma rassicurante, urban ma a modino: con in mente sia addetti al settore, grandi discografici & co., che grande pubblico.
Questo perché è un artista e prima ancora una persona di rara gentilezza e sensibilità (chiedete a chi un minimo lo conosce bene…): deve aver avuto quasi paura a voler proporre un disco così “avanti”, dance pop ma drasticamente “avanti” e senza compromessi, come “Quest For Fire”. Ha allora frugato nei suoi archivi – in dieci anni se sei uno dei producer più amati e gettonati al mondo li riempi eccome, gli archivi – e ha tirato fuori tutto ciò che poteva essere composto e rassicurante, buttandolo fuori subito dopo, con l’ansia di dire “Ecco, sono anche questo, ho fatto anche questo, vi do anche questo”.
Da questo si capisce quanto Skrillex sia un artista ancora in convalescenza, come autostima. Se in altri casi uscire con due dischi in due giorni sembrerebbe – e sarebbe – un atto di arroganza e prosopopea, nel suo invece diventa quasi un atto di eccessiva umiltà. Uno “Scusate l’attesa”, seguito da un “Vabbé, non volevo annoiarvi troppo coi miei virtuosismi personali da nerd, ecco qualcosa di più tranquillo e lineare, scusate, scusate”.
Risultato? Di “Quest For Fire” solo i veri nerd dell’elettronica da club e della produzione apprezzeranno per davvero il valore complessivo (e sono nicchia: l’EDM così come l’hip hop hanno basato la loro ascesa sul saper parlare al grande pubblico pur partendo nicchia), è infatti troppo complesso, sofisticato e pieno-di-cose per piacere globalmente ed essere “adottato” da tutti; “Dont’ Get Too Close” non scalderà i cuori di nessuno, perché come album non è uno statement – è una scusa educata, pronunciata timidamente sottovoce. Scuse di cui non c’era bisogno.