Norihiro Sekitani x Supreme: l’arte per il disgusto di ciò che è celato

Articolo di

Roberta Gervasio

Supreme non è nuova allo scegliersi, come partner, artisti che sono notoriamente considerati un po’ ai margini della realtà socialmente accettata ma che, non per questo, vivano la loro condizione  come un minus per la loro espressione artistica. Di recente, infatti, possiamo annoverare in questo elenco il videomaker e musicista Chris Cunningham che ha fatto dell’esagerazione deforme e robotica dei veri e propri modelli transbiomorfi (insomma, degli individui in cui non era più netto il confine tra umano-alieno-androide). Meno estremo ma comunque controverso, sicuramente è  l’emblematico Mike Kelley e il suo bagaglio di morbidi pupazzi, i quali, sotto una spessa superficie di dolcezza, celano un denso strato di protesta sociale, rifiuto dell’autorità, ambivalenza tra emergenza e soppressione di spinte pulsioni infantili e animali, insufficienza affettiva, desiderio di rassicurazione e tutta una serie di features che mi auguro che, all’inferno, dopo il suicidio, si sia ricongiunto col caro vecchio Freud!

Fatto il piccolo recap tanto necessario quanto stringato, questa volta tocca relazionarci con il controversissimo Norihiro Sekitani, la cui trattazione potrebbe risultare più difficile del previsto, considerato che tutto ciò che abbiamo di lui sono le sue opere. Certo, potremmo partire da quelle, ma non sarebbe affatto differente dallo sfogliare il lookbook Supreme, esprimere un commento piccato e andare oltre. Ci tocca andare agli albori e, per non perderci troppo, affrontare insieme un discorso per tappe.

Una delle prime e più note forme di espressione comunicativa giapponese, oltre ai dipinti, è sicuramente il fumetto. Conosciuto comunemente come ”manga”, che letteralmente si traduce con ”immagini derisorie”, ha tutt’altra espressione rispetto alla fumettistica occidentale. Sin dall’inizio si sono fatti portatori di messaggi sociali, emozionali ed erotici e, forse, quest’ultimo aspetto è sempre stato preponderante. Come qualsiasi forma artistica, anche questa segue dei flussi e delle mode, e dunque tutto inizia nei ruggenti anni 20 che, in Giappone, tanto ruggenti non sembravano.

In quella cortina di ferro di apatia e incertezza sul futuro si sviluppa il movimento Ero Guro che unisce, sotto un’unica nomenclatura, il significato di erotico-grottesco-nonsense. Si ritiene che siano di ispirazione medica, data la dovizia e la cura con cui si rappresentano le componenti fisiche, fino a deformarle attraverso l’esagerazione. Questa corrente è stata incrementata, col passare degli anni, da nuove caratteristiche e protagonisti, tra cui sicuramente il più noto risulta Suehiro Maruo, fumettista contemporaneo tradotto nella maggior parte dei Paesi.

Ricco di un universo di significati da esplorare, oltre al grottesco, vengono rappresentate e trasposte tutta una serie di immagini mentali deliranti. Abbiamo preso come esempio una delle sue opere più note: ”La ragazza delle camelie”. Questa storia narra le avventure della giovane Midori che, abbandonata e delusa dalle figure di riferimento, cade nella trappola di un venditore di camelie. L’uomo le offre un posto in cui stare (un circo, ma dai??) e qui, la malcapitata resta vittima di abusi, violenze e mutilazioni da parte sua e degli altri artisti. Questo racconto si inseriva già nell’immaginario folkloristico giapponese, però, la sua penna lo ravviva con tratti esageratamente grotteschi, riducendo il suo dolore esemplare ed esemplificativo, ad una pena spropositata tale per cui, dalla pietà, si può passare allo scherno. Il tutto, infine, è giocato su una moltitudine di piani di significato, iniziando dalla rappresentazione delle sue labbra (tratto fine, delicato, che indicano l’impossibilità di sfuggire alla durezza delle pene), alle cantilene ripetute e osannate, alla trasposizione cinematografica, ai luoghi chiusi e soffocanti, e a tutti quegli indizi più o meno evidenti che ci rendono partecipi della gabbia in cui si trova.

Eppure, l’universo di sensi dell’artista non si esaurisce qui, infatti dona a Midori una via di fuga, e ai mostri una giustificazione. La ragazzina inizia a rifugiarsi in visioni deliranti, distorte, senza alcuna regola. Ai mostri, invece, esagerati nella loro stessa funzione (sono caricature in un circo, ricordiamolo) riesce sempre a trovare una via giustificante, che sia la necessità di denaro, la perversione, l’invidia e, in ultima istanza, la follia più lucida che possa esistere: la follia della ricognizione con sé stessi.

Questo background, riassuntivo ai limiti del legale, è sicuramente necessario per delineare i confini artistici in cui si muove l’artista.

Se arrivati a questo punto ancora non vi fosse chiaro perché abbiamo scelto questi riferimenti per il percorso storico-interpretativo che abbiamo delineato fin qui, allora è il caso di introdurre questo genio riportando il modo in cui si descrivono le sue opere: “Medical books that meet mangas that meet porn.”

Poco sappiamo della sua vita, come detto in incipit. Artista giapponese, classe 1979, nasce ad Osaka. Più che per la sua individualità, dunque, conosciuto per la sua creatività (o eccentricità? O follia? O un po’ tutto, insomma) che si esprime attraverso collage con colori ipersaturi in cui, spesso, in primo piano è posto un elemento ”proibito” del corpo umano (dove proibito va inteso nella correlazione Hidden\Forbidden, per esprimere la proibizione che nasce dall’occultamento, dal nascondere, dall’ignorare volutamente). È tutto qui il senso delle sue opere: eredi di 2000 anni di pittura e comunicazione in cui il primo punto di ricerca era sul piano dei sensi, dei significati occulti, di rompere il velo delle muse (del buon vecchio Foscolo) per guardare la realtà con le deformità, e i rifiuti, e l’incompletezza e l’insensatezza che offriva.

Norihiro Sekitani fa cadere la maschera. Delle poche cose che ci dice, ribadisce a gran voce il monito di non cercare significati, non c’è niente da leggere tra le righe, ci sono budella dai colori vivi e dalle forme curiose, ci sono occhi strabuzzati, cervelli, scheletri, ventricoli e ossa, ma non andate oltre. Cosa c’è di disgustoso nelle sue opere? Cosa c’è di disgustoso in un intestino? Sarà che ciò che non siamo abituati a vedere ci repelle a vista. L‘ispirazione è chiaramente da attribuire a Mr. Maruo, sebbene la dimensione psicologica che aveva una enorme rilevanza, crolla sotto i colpi della dimensione reale, del qui ed ora in cui si trovano l’osservatore e la rappresentazione. La struttura sociale, le giustificazioni dell’agire umano, lo spessore dell’IO, invece, lasciano spazio all’esplicita rappresentazione dell’animale che c’è nell’essere umano: alle budella che si attorcigliano per rabbia, agli occhi che escono fuori per lo stupore, alle devianze psichiche a cui (tristemente) ci sottraiamo per non allontanarci dal velo di normalità che cela il reale.

Da quel che si evince dalle sue opere, sicuramente l’intenzione di fondo è creare una creatura quanto più antropomorfa possibile e, al contempo, spiacevole ai sensi. La sgradevolezza alla vista è lampante, il collage di immagini contestualmente indeterminate crea un caos di significati e associazioni che disturbano. Non è tutto però, il disgusto è accentuato dalla messa in gioco degli altri sensi, spesso si può provare il dolore di un coltello che ti infilza, di un cibo sgradevole che sei obbligato a mangiare, di sorrisi e occhi allucinati dinnanzi a realtà a cui possiamo solo sottometterci. Negli ultimi anni, le sue opere si sono fuse in una sinestesia non più solo interpretativa, diventando protagoniste nei videoclip della band giapponese Maruosa. Questo gruppo traspone musicalmente l’aggressività di questi item, snodandosi tra l’hardcore punk e la musica elettronica. 

Ebbene, da grande conoscitore di anatomia e arti visive, credo tu abbia dimenticato che l’uomo non può fare a meno di dare un senso, interpretare e spiegare ciò che gli si para davanti, ancor di più se ciò è inusuale o l’insieme di più elementi diversi. Non siamo riusciti a non dare un senso, né a viverci l’immagine delle budella col distacco di un chirurgo, non esiste l’arte per il gusto dell’arte e non esiste la sensazione pura, esente da costruzioni di senso vincolate alla nostra singolare individualità. O forse no, immagino che tu sappia anche questo, e che magari lo scopo ultimo delle tue creazioni arrivi proprio a voler mettere in luce la discrepanza tra dove arriviamo noi realmente e dove idealmente ci saremmo dovuti fermare.

Honihiro, ci hai messo dinnanzi al disgusto primordiale per far sì che chiudessimo gli occhi ancora una volta, stavolta più riluttanti di prima rispetto alle terribili (e temibili!) budella, organi riproduttori, vasi sanguigni e masse muscolari in cui si accumulano tutti i sentimenti bestiali (e soffocati) di cui ci nutriamo.

Dopo aver riportato il piacere dell’arte per il gusto di fare arte, i canoni dell’estetismo puro, hai richiamato le file per lo scopo primordiale: l’arte per il disgusto di ciò che è celato.

 

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