Fashion

Octi, chi è la nuova stella nascente della gioielleria?

Articolo di

Leonardo Brini

Quando si sente parlare di gioielleria, c’è chi si immagina pietre gigantesche e luccicanti, chi anelli costosissimi o chi addirittura la corona della regina. Ed effettivamente per molto tempo il termine è stato utilizzato solamente per descrivere prodotti che avevano come caratteristiche principali la ricercatezza, l’esclusività dei materiali o i prezzi da capogiro. Oggi però la situazione è cambiata drasticamente e il panorama fashion è stato invaso, fino ad essere quasi dominato da singole menti creative che hanno deciso di trasformare il proprio estro artistico in un lavoro vero e proprio, dando inizio a piccoli business indipendenti. Negli ultimi anni, infatti, sui social sono nati, soprattutto nel campo degli accessori, numerosissimi brand con al centro un unico comune denominatore: la libertà di espressione. Nessun calendario, nessuna scadenza, nessuna pressione da parte di investitori e grandi capi, la sola cosa che conta è portare il proprio punto di vista con prodotti innovativi, in totale autonomia.

Tra le paladine di questo nuovo modo di fare moda c’è Octi, una giovane ragazza inglese che da soli due anni ha deciso di coniugare tutte le sue passioni, dal design alla scultura, per dare vita al proprio brand di gioielli. Nel suo caso dimenticatevi però i diamanti alla “pantera rosa” o appariscenti costruzioni, perché quello che Octi – reduce dalla sua prima collaborazione con il marchio italiano di calzature ROA – vuole fare non sono solamente anelli e collane. Osservando e reinterpretando le texture e i pattern del mondo naturale intorno a lei, il suo obiettivo è quello di dare un nuovo significato al termine “gioielleria”, creando piccole sculture in grado sì di decorare il corpo di chi le indossa ma anche di impreziosire qualsiasi capo sul quale si vanno ad aggiungere.

Tra calchi di bucce di limone e la creazione di mappe topografiche ispirate alla Forcella della Roa, Octi ha deciso di spiegarci meglio da dove nascono i suoi design e come può un piccolo brand indipendente brillare tra la miriade di stelle del settore.

Quando e come è nata la tua passione per i gioielli? C’è stato un momento preciso in cui ti sei resa conto che non si trattava di semplici accessori ma di un modo per esprimere te stessa?

In realtà credo sia stato più un processo che si è sviluppato nel tempo e mi ha portato dove sono oggi. I miei primi studi sono stati alla Central Saint Martins e riguardavano la scultura, ma successivamente mi sono iscritta a un corso di Design alla Goldsmiths, sempre mantenendo un grande interesse anche per la moda in generale. 

Quando ho realizzato che per me i gioielli non sono altro che piccole sculture da indossare, mi sono resa conto che era il modo perfetto per riunire tutto quello che mi piaceva e che avevo sperimentato in precedenza. Pensandoci, quando ero piccola non riuscivo a tenermi lontana dalla stupenda collezione di gioielli di mia madre, rimanevo sempre affascinata dai pezzi più “chunky” e materici proprio come accade oggi con ciò che creo.

Cosa ti attrae, quindi, del mondo della gioielleria? Cosa c’è oltre ai metalli e alle pietre preziose?

Ciò che mi affascina di più è sicuramente il concetto di “permanenza” che i gioielli manifestano, in primis sul corpo. Le persone indossano gioielli quasi tutti i giorni, per molti anni, fino a essere tramandati da una generazione all’altra. A questo si aggiunge un aspetto legato alla “permanenza” nel mondo, perché credo che i gioielli rappresentino una tipologia di prodotto più sostenibile rispetto ad altri, non fanno parte della “cultura dello scarto”. 

Come sei arrivata a creare i tuoi primi gioielli? Era nato solo come un hobby o avevi già intenzione di portare la tua passione a uno step successivo?

La mia avventura è iniziata nel 2020, quando ho cominciato a realizzare i miei primi accessori alla sera e durante i weekend. Avevo un lavoro a tempo pieno ma mi sentivo insoddisfatta dal punto di vista creativo, è stato molto importante iniziare a fare qualcosa per me stessa durante il tempo libero. Chiaramente non ero certa che un giorno avrei effettivamente avuto la possibilità di trasformarlo nel mio vero lavoro, ma alla fine lo è diventato e da gennaio mi occupo solamente di questo. Ne sono molto grata. 

Molte delle tue creazioni nascono da elementi organici che trovi intorno a te, come la buccia del limone o del cetriolo. Come ti è venuta l’idea di trasformare questi materiali in accessori?

Sono sempre stata attratta dalla buccia di frutta e verdura perché pensavo fosse un peccato che qualcosa con una texture così interessante venisse buttata via. Negli anni ho quindi cercato spesso un modo per riutilizzarle ma ogni volta rimanevo scoraggiata dal fatto che marcissero. Adesso invece sono arrivata ad usare queste bucce come stampo per gioielli in argento e oro, trasformandole in qualcosa di immutabile ed eterno. 

Come funziona quindi il tuo processo creativo? Cerchi ispirazione anche in altre forme d’arte o è qualcosa che semplicemente arriva da ciò che ti circonda?

Sono affascinata molto la natura in generale e nello specifico dalla teoria della geometria frattale (elaborata dal matematico Benoît Mandelbrot). Questa teoria sostiene che molte delle forme presenti in natura siano irregolari ma che formino allo stesso tempo dei pattern che si ripetono in tantissimi modi differenti su piccola e grande scala. Mi capita spesso di notare questi dettagli intorno a me ed essendone affascinata provo a riprodurli nei miei gioielli. La buccia del cetriolo, per esempio, mi ricorda un insieme di formicai, mentre quella dell’avocado somiglia alla lava. 

Per quanto riguardo la fase di realizzazione, crei tutto da sola? Quanto tempo ci vuole per trasformare un’idea in un prodotto finito, in qualcosa di materiale?

I miei gioielli vengono tutti sviluppati con la tecnica della fusione a cera persa, quindi sono libera di progettare tutto da sola e sperimentare in completa libertà. Per le fasi successive lavoro invece a stretto contatto con alcuni fonditori di metallo a Hatton Garden o sulla Holloway Road a Londra. Solitamente faccio molti esperimenti con la cera per trovare la forma e la texture che più mi piace, ma da quando raggiungo il design finale a quando lo vedo effettivamente realizzato passano un paio di settimane, in quanto si devono completare le operazioni di rifinitura e marchiatura. 

Due dei tuoi gioielli più conosciuti sono chiamati “drip” e “topology”: come sono nati? 

Quando lavoravo ai primi esperimenti con le bucce dei limoni e dei cetrioli, versando la cera negli stampi di silicone inevitabilmente si spargeva tutto ovunque anche sul tavolo. Dopo un paio di volte cominciai a notare che in realtà le forme che nascevano per caso mi attraevano parecchio: in questo modo è nato ad esempio l’orecchino “drip”. Ed è lavorando a questo, invece, mi sono resa conto che tutte quelle sagome irregolari che provavo a ricreare mi ricordavano delle altre forme viste in natura: così sono nati i primi pezzi “topology”. Sembra assurdo, ma mi piace il fatto che molti dei gioielli che realizzo siano nati da un altro in modo così spontaneo e “organico”, proprio come accade in natura. 

La tua prima collaborazione è arrivata qualche mese fa ed è realizzata insieme al brand ROA. Per l’occasione hai creato tre ciondoli che valorizzano il corpo ma anche per le scarpe o qualsiasi altro capo. Come è nato questo progetto e perché hai scelto proprio quei pezzi?

Patrick, il Brand Manager di ROA, mi aveva contattato per chiedermi se volessi fornirgli alcuni dei miei prodotti da mettere a disposizione sul loro sito e se volessi eventualmente collaborare con loro. Ovviamente ero estremamente entusiasta della proposta. 

In particolare, il pattern dei gioielli della collaborazione è ispirato alla mappa topografica della Forcella della Roa (il panorama montuoso che ha ispirato anche il nome e il logo del brand) e sono dotati di un moschettone in modo che ognuno possa utilizzarli come preferisce. In passato avevo già giocato con i miei accessori cercando di trovare modi di diversi di utilizzarli e mi era piaciuta l’idea che una scarpa potesse diventare la “destinazione d’uso” per un gioiello. Quando sono stata contattata da ROA mi è quindi sembrata l’opportunità perfetta per dare una chance a questa mia idea.

In che modo il tuo mondo e la tua estetica si sono fusi con l’approccio più tecnico di ROA? 

Penso che ROA sia un brand estremamente lungimirante e in grado di guardare al futuro: questo è sicuramente ciò che ha permesso di far nascere una collaborazione tra un brand di calzature da montagna e uno di gioielli. In più, questo nuovo trend del gorpcore, che ha diffuso l’abbigliamento e le scarpe tecniche, arriva da un interesse sempre maggiore delle persone verso la natura e l’outdoor, elementi che calzano a pennello con la mia estetica e il mio concept. 

Negli ultimi anni, come te, tantissimi altri brand e creativi indipendenti hanno deciso di lanciare i loro progetti sui social (Instagram prima e TikTok dopo). Come ti stanno aiutando i social a espandere il tuo network e a condividere la tua creatività? 

Instagram è un mondo un po’ pazzo e ci sono molte cose che ancora non mi piacciono, ma per un creativo o per chiunque voglia lanciare un brand è fondamentale e io lo utilizzo in due modi: adoro guardare i lavori delle altre persone e allo stesso tempo lo sfrutto per mostrare i miei. La cosa più importante, però, è che in maniera velocissima un tuo progetto può raggiungere persone in ogni angolo del mondo.

Il mondo della gioielleria è normalmente associato al lusso e per molti è sinonimo di brand storici del settore. Come può, secondo te, un piccolo business entrare in questa industria e attirare l’attenzione del pubblico? Quali sono state le difficoltà che hai incontrato e che incontri tuttora? 

Personalmente credo che la chiave sia fare qualcosa di diverso da questi grandi brand e continuare a sperimentare creando nuovi design per comprendere cosa funziona e cosa no. Ovviamente è stato complicato creare la mia realtà da zero, specialmente con così tanta concorrenza, e ho ancora molta strada da percorrere, però mi da molta soddisfazione vedere che la gente mi capisce e apprezza ciò che faccio. In più, la possibilità di collaborare con grandi marchi è importantissima, sia per quanto riguarda l’esposizione che si guadagna sia per espandere il proprio lavoro e migliorare l’approccio. 

Un altro fattore molto importante nella gioielleria riguarda la qualità e i materiali. Pensi che le persone oggi siano alla ricerca di nuove menti e design più audaci rispetto a “semplici” pietre preziose e ai pezzi iconici dei brand più conosciuti?

Sì, credo che ci siano molti giovani interessati a scoprire cos’è effettivamente la gioielleria ma soprattutto cosa potrebbe essere, sia per quanto riguarda materiali sia per il design in sé. Mi sembra anche che alle persone ora piaccia scoprire piccoli marchi, cercare qualcosa di nuovo da indossare. Allo stesso tempo, però, credo che ci sia ancora spazio per accessori più classici: i gioielli vengono indossati dalla maggior parte delle persone, in modi differenti e in altrettante culture diverse. Si tratta di qualcosa che può avere un valore sentimentale molto importante, che possederai per sempre o che semplicemente fa parte di un trend temporaneo. 

Cosa pensi di essere in grado di portare in questo settore che magari brand più riconosciuti non hanno o non possono più dare a causa della loro grandezza? 

A volte le persone mi dicono che i miei gioielli sono difficili da descrivere agli altri e questo mi dà soddisfazione perché significa che probabilmente sto creando qualcosa di unico. In generale, come già detto prima, il mio approccio è quello di creare sculture da indossare e mi piace realizzare pezzi che non siano solo pensati per il corpo ma che si possano attaccare anche ai vestiti, per esempio. Spero che questo mio modo di vedere la gioielleria porti il brand a espandersi in diversi campi.  

Questo modo di lavorare, fatto di prodotti “made to order”, vere e proprie menti creative così come grandi società, è il futuro della gioielleria e del fashion in generale? 

Realizzare i miei prodotti solo su ordinazione per me funziona perfettamente perché mi permette di limitare gli scarti di produzione e di non rimanere con prodotti invenduti. Questo implica che i gioielli impieghino più tempo per arrivare, ma i miei prodotti sono fatti per durare nel tempo e spero che ai miei clienti non dispiaccia aspettare un po’ di più.

Questa impostazione funziona nel mondo della gioielleria perché si può lavorare su scala variabile e permette di produrre piccole quantità e design unici, e allo stesso tempo incrementare senza problemi se necessario. Il mio compagno Jean-Luc è un designer di abbigliamento e spesso mi parla di come funzionano le aziende nel suo settore e del famoso “ordine minimo”: a meno che un brand non si occupi interamente della produzione (che sarebbe impensabile su larga scala), non credo che la stessa cosa sia fattibile nel mondo della moda. 

Hai qualche progetto a cui stai lavorando? Cosa c’è nel futuro di Octi?

Presto lancerò il mio shop online insieme a tanti nuovi design e per quest’anno ci sono già in programma anche diverse collaborazioni: non vedo l’ora che il pubblico possa finalmente scoprirle. Per il resto, non so cosa mi riserverà il futuro ma il obiettivo è solo continuare a lavorare e esprimere la mia creatività: ovviamente spero di avere la possibilità di dare vita a nuove collaborazioni, conoscere persone stimolanti e lavorare con tanti brand diversi.