Fashion

Supreme e Joel-Peter Witkin ci ricordano Alexander McQueen

Articolo di

Ruben Di Bert

La scorsa settimana, in occasione del quinto drop della collezione autunno/inverno 2020, Supreme ha presentato una delle sue nuove collaborazioni, ovvero quella con il fotografo Joel-Peter Witkin. Come riportato dal comunicato stampa, il brand newyorkese ha unito le proprie forze con il controverso artista statunitense per dare vita a una capsule collection formata da felpe con cappuccio, maglie a maniche lunghe e t-shirt raffiguranti le opere “Mother and Child (With Retractor, Screaming)“, “Harvest” e “Sanitarium“.

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Joel-Peter Witkin/Supreme. 09/24/2020

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Per chi non lo sapesse, Joel-Peter Witkin è uno dei più criticati ma al tempo stesso ammirati artisti della nostra epoca. È nato nel 1939 a Brooklyn e deve l’inizio della sua impronta artistica a un macabro fatto risalente alla sua infanzia. Da bambino, infatti, assistette in diretta a un incidente stradale avvenuto di fronte a casa sua, nel quale una bambina venne decapitata. Da allora in lui nacque un malato interesse nei confronti della morte e della vulnerabilità del corpo umano. Questa concezione lo porterà intanto a recarsi negli anni ’60 in Vietnam come reporter di guerra, dedito a immortalare i decessi dovuti a incidenti e suicidi. Possiamo dire che questa esperienza andrà a formare per lui la cosiddetta “gavetta”, seguita dall’inizio di una carriera come artista fotografo.

Con il tempo svilupperà una tecnica tutta sua, che consiste nell’utilizzo ricorrente del bianco e nero e dell’esposizione alla camera oscura per conferire un’estraniazione nei confronti dello spazio e del tempo, rifinendo il tutto con graffi, macchie, pigmentazioni manuali e l’applicazione di cera d’api.

Ciò che però colpisce di lui non è soltanto l’approccio tecnico, bensì la sua visione estetica. Nel suo pensiero c’è un completo ribaltamento del bello, una violazione assoluta del tabù e un duro contrasto nei confronti della normalità socialmente accettata. Tutto ciò si traduce in composizioni estremamente grottesche e turbanti, nelle quali i soggetti sono persone deformi, transgender, ermafroditi, mutilati, carcasse di animali, protesi e addirittura cadaveri umani. Non mancano poi riferimenti allo stile barocco e continue citazioni ai più noti artisti del passato, tra cui Picasso e Botticelli. Proprio le pose dei corpi aggraziati nei dipinti di quest’ultimo sono riconducibili alla già citata opera “Sanitarium”, utilizzata sia da Supreme che da Alexander McQueen, nella cui versione originale una donna molto formosa è ritratta nuda e semi distesa, con ali d’uccello e una vecchia maschera di gomma rovesciata dalla quale partono dei tubi collegati ai genitali di una scimmia.

“Sanitarium” – Joel-Peter Witkin, 1983

Sentendo nominare quest’opera, come vi abbiamo anticipato, è impossibile non ricordare una delle più strabilianti sfilate di Alexander McQueen. Era infatti il 2001 quando il genio ribelle della moda scioccava per l’ennesima volta il pubblico con uno dei suoi più memorabili e disturbanti show. Per farvi comprendere al meglio il contesto a cui si rivolgeva la collezione “Asylum“, dobbiamo innanzitutto partire dalla location: il défilé era ambientato in un vecchio deposito per autobus di Londra, dove gli invitati sono arrivati al suono di un cuore che batteva nell’oscurità e sono stati costretti ad aspettare per un’ora guardando i propri riflessi in uno specchio. Al termine dell’attesa la stanza si è illuminata di colpo rivelando la ricostruzione degli interni di un manicomio. In questo inquietante scenario le modelle si aggiravano sfoggiando dei capolavori di alta sartoria, tra teste fasciate, copricapi formati da uccelli rapaci e movimenti conturbanti, quasi a manifestare la propria sofferenza alla platea. Alla fine della presentazione le pareti che formavano un cubo interno tutto a un tratto caddero frantumandosi, esibendo Michelle Orley circondata da farfalle e falene mentre posava nuda sdraiata su una chaise longue con tanto di viso coperto da una maschera dalla quale pendevano dei tubi. Il significato dietro a questa performance voleva suscitare una sorta di riflessione nei confronti dei canoni di bellezza ed era un palese omaggio a Witkin.

In realtà questa non fu la prima volta che McQueen citò l’artista. Il primo vero e proprio riferimento avvenne già in occasione della collezione autunno/inverno 1996, intitolata “Dante“. Anche in quest’occasione il leggendario designer dalla personalità estremamente complessa andò a toccare delle tematiche molto profonde come la blasfemia, il concetto di bellezza e la morte, attuando una denuncia nei confronti delle idee di formalità e perfezione che allora serpeggiavano nel fashion system. Dedicando il défilé all’inseparabile amica e musa Isabella Blow, McQueen portò infatti in passerella una sincera allegoria dell’Inferno, tra sensazioni d’ansia e scalpore. Questo gesto non venne interpretato solamente come un’espressione della sua interiorità, ma si poteva leggere tra le righe una sorta di affronto a Givenchy, maison che proprio in quell’anno lo nominò direttore creativo, ma con la quale sviluppò un rapporto altalenante conclusosi con un brusco “divorzio”. L’ambientazione corrispondeva alla chiesa di Christ Church a Londra, circondata da un assordante ritmo musicale a base di organi e beat da club, con un suggestivo gioco di luci e ombre che talvolta rivelavano alcuni scheletri seduti in prima fila. I capi esprimevano al meglio la padronanza dello stilista nell’haute couture, tra corsetti, croci, ispirazioni gotiche, stampe raffiguranti alcune scene della guerra del Vietnam e numerosi accenni all’Era Vittoriana. In tutto questo, un dettaglio preciso colpì il pubblico, ovvero la mascherina con al centro Cristo crocifisso indossata dalle modelle. Anche questo elemento andava a omaggiare Witkin, che ne fece uso in un suo ritratto del 1984.

Il tema chiave era dunque la sacralità, un concetto non molto approfondito da McQueen ma decisamente importante per Witkin, che a causa della sua turbolenta educazione religiosa (madre cattolica e padre ebreo) la considerò come una delle sue più importanti influenze.

Insomma, il rapporto tra Lee Alexander McQueen e Joel-Peter Witkin era piuttosto consolidato, non soltanto per i due esempi sopra citati, ma per una inquietante condivisione di ideali frutto di due menti senza ombra di dubbio visionarie, ma altrettanto turbate dal mondo circostante.

Non trovo che Joel-Peter Witkin sia estremo. So che altre persone lo considerano tale, ma io lo trovo poetico.

Alexander McQueen