Orientarsi nella moda

Torniamo indietro, alla Milano Fashion Week di gennaio, e andiamo anche avanti, pensando a come gli uomini si vestiranno in autunno. La sensazione generale nel panorama della moda maschile milanese è quella di un ritorno alla normalità. Ops, volevo scrivere formalità. Il tutto unito a un generale allontanamento dallo streetwear. Sarà perché abbiamo molte maison storiche, o forse per le tante aziende tessili e manifatturiere, quello che definirei “cultura industriale”, ma è chiaro che in Italia, specie in tempi incerti, vince la tradizione. Quindi eleganza e cura sartoriale da tutte le parti.

Un certo tipo di moda, quella identificata come alta, viene vissuta come “bene rifugio”, ci si sente più sereni nello spendere per qualcosa di conosciuto e rassicurante (un marchio di qualità, ad esempio) anziché scommettere sul nuovo che debutta. Ed è così che, mentre da Gucci, in attesa del nuovo direttore creativo Sabato De Sarno, abbiamo visto un recupero d’archivio che ripercorre le varie fasi del marchio, Giorgio Armani ha trionfato con le sue collezioni eleganti e gentili. Dolce & Gabbana, invece, dopo le divagazioni delle ultime stagioni, è voluto ritornare a fare quello che sentiva davvero, in una collezione chiamata per l’appunto “Essenza”, incentrata sull’abilità sartoriale dei completi in nero, eleganti e senza tempo, con l’aggiunta di elementi femminili quali corsetto e trasparenze, valorizzati ulteriormente dal bellissimo styling di Simone Rutigliano. Proprio perché i tempi sono complicati, anche in casa Prada, la Signora e Raf Simons, mai in perfetta armonia creativa come questa volta, hanno scelto di lavorare sulla riduzione degli orpelli e dei decori, concentrandosi sulla creazione di pezzi così asciutti e impeccabili nella linea che perfino i vestiti sembrano camici da laboratorio. Questi, portati con camicia, cravatta e pantaloni smilzi, sono perfetti, presentati in maniera così ineccepibile che mai porterebbero l’osservatore ad avere dubbi sulla loro utilizzabilità nel quotidiano.

Recentemente, nell’atmosfera generale di sartorialità e neoformalismo, le gonne sono state realmente protagoniste delle sfilate uomo. Ma nella vita di tutti i giorni, chi sono i maschi che le indossano? Sono una reale fetta di mercato o è solo il fashion system che cerca una legittimazione inclusiva proponendo l’abolizione dei limiti di genere pensando magari di poter arrivare a un nuovo pubblico femminile tramite le sfilate dell’uomo? Il pubblico maschile è pronto a scegliere i vestiti che vedono solo perché piacciono, senza ricondurli a orientamenti di genere definiti? In generale, credo che la risposta sia no. O meglio, non ancora, ma ci arriveranno presto. Finché guardando i tacchi di Marni nell’ultimo show di Tokyo, le gonne di Kim Jones per Dior, così ben tagliate sulla fisicità maschile, o quelle a tubino di Rick Owens ispirate alla discrezione vittoriana, ci sarà qualcuno che ancora li associa, sbagliando, alla femminilità. La domanda “ma chi se li mette?” resterà legittima, però nel 2023 non è più pertinente. Me l’ha confermato Manuel Marelli, Head of Creative and Buying di MACONDO Store. Una gonna lui non l’ha mai indossata, ma non avrebbe nulla in contrario a farlo (quelle di Thom Browne, ad esempio), è solo perché non ha ancora trovato qualcosa che gli stia davvero bene. Chiacchierando, mi fa notare di quanto esista un gap culturale tra l’Italia e altri paesi, specie quelli nordici o asiatici. Siamo un paese in cui ancora esiste il genere nei capi di abbigliamento, però davvero non ha più senso. È un dato di fatto che molti nuovi designer non facciano più distinzione di genere nelle loro collezioni e, anche se in realtà negli store si mantengono spesso le due aree denominate “donna” e “uomo”, il cliente nella scelta si muove liberamente da una parte all’altra. Quindi per Marelli, la domanda su chi indossa le proposte moda è ormai senza senso, perché ognuno indossa quello che gli pare. A fine conversazione però non posso fare a meno di notare una rilevante puntualizzazione sull’aspetto del casting: a suo avviso nelle sfilate maschili manca ancora una vera ed effettiva diversità nella fisicità dei corpi, ancora eccessivamente omologati tra di loro. Limitanti, se vogliamo, verso la comprensione del pubblico.

Mi sono anche confrontata con Riccardo Grassi, presidente di RG Showroom, distributore da sempre di marchi tra i più interessanti nel panorama moda. Anche lui afferma che le gonne nelle passerelle maschili non sono più una battaglia di genere, siamo già oltre la fase della manifestazione identitaria. Non sa dire se diventeranno un fenomeno di massa. Probabilmente no, o più semplicemente non si sa, ma di certo c’è che la nuova generazione ha già risposte sul tema: non ci sono abiti da donna o da uomo, ci sono abiti che si indossano perché piacciono. Fine. E aggiunge (come Manuel Marelli) che l’Italia in questo è ancora abbastanza tradizionale, ancora legata a stereotipi precisi. Che sia per quell’heritage di maison e cultura industriale che si diceva all’inizio? Probabile. Fatto sta che appena si superano i confini, a Londra, ma anche in Corea o a Los Angeles, il mondo è differente.

Il cambiamento è stato pilotato dalla Gen Z: numerosa, con grande potere d’acquisto (soprattutto all’estero) e dalla mente fluidissima. L’ho capito su TikTok due anni fa, quando ho debuttato sulla piattaforma: all’improvviso eccomi vicina a loro, quel nuovo mondo a me sconosciuto. Da subito mi sono resa conto che per i ragazzi unghie colorate, matita nera sugli occhi e filo di perle (preferibilmente di Vivienne Westwood) erano solo dei modi per raccontare la propria libertà di pensiero e non avevano niente a che vedere con affermazioni di orientamento sessuale. E man mano che apparivano nella colonnina dei “Per Te”, mi aiutavano a scardinare canoni antichi di estetica, di genere, di bellezza a cui ero abituata (l’equivalente digitale di ciò che Alessandro Michele ha voluto fare nel suo periodo da Gucci).

Quindi ben vengano le collezioni genderless, ma conta più di tutto aver la libertà (mentale, soprattutto) di poter scegliere i pezzi che si sentono più appropriati. In effetti, gli acquisti dei più giovani sono sempre meno governati dal genere di appartenenza.

Io sono she/her, il mio genere è conforme al mio sentire, però essendomi dedicata negli ultimi anni alla moda uomo, ne sono particolarmente attratta. Nel 2015 volevo comprare qualcosa della prima collezione di Gucci firmata da Alessandro Michele, una sorta di mio omaggio personale al suo lavoro. In negozio da Gucci mi son ritrovata, senza pensarci troppo, a provare un paio di pantaloni nel reparto uomo: tuttora sono un pezzo forte del mio guardaroba. E se un tempo guardavo le sfilate maschili pensando “con un uomo vestito così ci uscirei”, nelle ultime stagioni sono gentilmente slittata verso “questo me lo comprerei”. Una libertà di pensiero che mi fa stare bene.