Perché Roman Abramovich ha deciso di vendere il Chelsea?

Articolo di

Massimiliano Macaluso

Dopo un’escalation di indizi e notizie non confermate, è arrivato l’annuncio ufficiale: l’imprenditore russo Roman Abramovich, famoso nella sfera sportiva internazionale per avere acquistato il Chelsea nel 2003 rendendolo uno dei club più forti al mondo, ha deciso di lasciare la squadra londinese. I motivi per cui Abramovich sarebbe giunto a questa conclusione sono molteplici e non tutti conseguenti all’attacco russo in Ucraina iniziato qualche giorno fa: il segnale più significativo è stato sicuramente quel criptico comunicato diffuso lo scorso 26 febbraio attraverso cui, in qualità di proprietario, si era ulteriormente allontanato dalla gestione esecutiva che già da anni aveva in realtà progressivamente abbandonato (di fatto, è ormai nelle mani del suo braccio destro Marina Granovskaia e Petr Čech, direttore dell’area tecnica) affidando la cura del club alla Fondazione benefica del Chelsea, e nello specifico a sei trustees nominati a loro insaputa.

Questo dietrofront aveva scosso in primis i tifosi dei Blues e anche alcuni tesserati della squadra ignari di cosa stesse succedendo all’interno della società, tra cui l’allenatore Thomas Tuchel, che qualche giorno fa in conferenza stampa non ha saputo nascondere la sua difficoltà nel trattare questo argomento essendone sorpreso a sua volta. Nelle ultime ore poi erano circolate altre voci provenienti dalla Svizzera che ribadivano la volontà di cedere in fretta tutti gli asset, tra cui la società di calcio e tutte le proprietà immobiliari in Inghilterra: al quotidiano Blick il magnate elvetico Hansjörg Wyss aveva confessato di essere stato contattato dallo stesso Abramovich, desideroso di vendere a un consorzio di ricchi imprenditori per una cifra non ancora pattuita (il club oggi vale oltre 3 miliardi di dollari secondo una stima recente di Forbes).

La scelta di Abramovich, che nelle scorse ore si sarebbe anche recato in Bielorussia per seguire da vicino la prima fase dei negoziati tra Russia e Ucraina, e che poi è stato intercettato anche nei cieli della Turchia, sarebbe probabilmente una mossa per eludere le sanzioni che stanno colpendo l’economia russa, e di conseguenza tanti oligarchi e le loro rispettive attività sparse in Occidente. Ma la prima minaccia per Abramovich proviene dalla classe politica inglese: il leader laburista Keir Starmer ha infatti espressamente chiesto a Boris Johnson di ricomprendere Abramovich tra i destinatari di divieti e sanzioni, dopo che la scorsa settimana un altro parlamentare, Chris Bryant, aveva in più occasioni – e molto duramente – attaccato il milionario russo chiedendo che venisse inserito nella lista dei personaggi da ‘punire’ al più presto. Come Abramovich, che già nel 2018 aveva pagato con la mancata concessione della cittadinanza inglese i suoi trascorsi con Vladimir Putin, anche altri russi proprietari di squadre di calcio in Europa sono stati già vittime di gravi ripercussioni nei loro affari o rischiano di esserlo presto: tra questi Alisher Usmanov, uno dei più grossi sponsor dell’Everton, il patron dell’AS Monaco Dmitry Rybolovlev, quello del Bournemouth Maxim Demin e del Vitesse Arnhem Valeri Oyf.

Ma torniamo al 26 febbraio e alle 110 parole che avevano lasciato più di un dubbio sul reale significato di quel comunicato così sintetico: legalmente infatti non c’era stato alcun passaggio di quote tra Abramovich (o la sua società, Fordstam Limited) e i nuovi ambasciatori del club, scelti tra persone che ricoprono già ruoli di peso all’interno della dirigenza come gli avvocati Bruce Buck e John Devine, ma anche altre più improvvisate come Emma Hayes, manager della squadra femminile, e Piara Powar, che si occupa della community Kick It Out. Secondo voci autorevoli provenienti dall’Inghilterra, i sei delegati al ruolo di stewardship and care sarebbero intenzionati a non accettare questo nuovo incarico per un evidente conflitto di interessi con lo statuto della Chelsea Foundation e altre complicazioni legali che renderebbero impossibile questo passaggio di testimone formale (e dunque il definitivo tracollo di questa operazione e la necessità di una mossa definitiva).

Le modalità della messa in vendita della società, invece, per quanto inevitabile visto lo stato attuale delle cose, hanno lasciato parecchie perplessità ma consentirebbero ad Abramovich di ‘abbandonare la nave’ nel miglior modo possibile, economicamente e moralmente: il russo ha infatti espressamente dichiarato di voler istituire una fondazione benefica a cui poter destinare gli utili della cessione del Chelsea, così da poter mettere a disposizione delle vittime della guerra in Ucraina (ma le vittime di quale fazione?) e tutto ciò lo aiuterà a mantenere una certa reputazione pubblica. Con la cifra ottenuta dal potenziale acquirente il businessman russo riuscirebbe finalmente a riscuotere il maxi credito accumulato negli anni in seguito ai numerosi prestiti nelle casse del Chelsea, qualcosa come 1.5 miliardi di sterline secondo i calcoli che risalgono a fine 2021, quando il club aveva fatto registrare ulteriori perdite per oltre 155 milioni nonostante la conquista della Champions League e numerose cessioni sul mercato.