Fashion

Il percorso di Guillermo Andrade e 424 tra Los Angeles e Milano

Articolo di

Edoardo Cavrini

Se vuoi fare cinema vai a Los Angeles, se vuoi fare moda, invece, vai a Milano. Questa città è la capitale della moda a cui mi sento più vicino. Mi sono sempre sentito legato all’Italia.

Guillermo Andrade

La scorsa settimana il fondatore e direttore creativo di 424, Guillermo Andrade, è atterrato in Italia per la sua prima sfilata – seppur in digitale – alla Milano Fashion Week. Dopo 6 anni dalla fondazione del suo brand, il designer si è definito pronto: “ora ho un’idea chiara su ciò che voglio mostrare e ciò che voglio condividere. Sento che il momento è arrivato”. E noi possiamo confermarlo.

Abbiamo avuto modo di ammirare il fashion film realizzato per la consacrazione del marchio all’interno del calendario della moda maschile. Ambientato a Los Angeles, il film girato dal fratello minore di Guillermo, Diego Andrade, offre un’anteprima di ciò che ci aspetta all’interno della collezione primavera/estate 2022, lasciando intravedere uno spiraglio sulla vita più intima del designer, fatta di affetti e amicizie, tutti rapporti che l’hanno sempre accompagnato nel suo percorso dentro il fashion system.

Con questa linea, 424 si pone l’obiettivo di realizzare un guardaroba completo adatto a tutti i giorni e per tutti i momenti. E quale miglior modo per farlo, se non facendo proseguire la conversazione instauratasi nelle scorse stagioni tra abbigliamento casual e sartoriale? La collezione concretizza un nuovo concetto di raffinatezza applicato alla quotidianità, che prende forma grazie a completi formali più relaxed pensati per la vita di tutti i giorni, abbinati a comodi denim.

California-Italia è l’asse geografico che collega i materiali utilizzati nei capi di 424 alla vita personale del designer, oltre che sottolineare la crescita del marchio. Per comprendere meglio il percorso del brand abbiamo parlato direttamente con Guillermo Andrade, mente dietro il progetto, che ci ha raccontato dei suoi primi giorni a Los Angeles, del suo personale approccio alla moda e del rapporto con il calcio e le sneakers.

Partiamo dalle origini della tua carriera, quando 424 è diventato uno store. Il tuo obiettivo era quello di far conoscere marchi meno noti al pubblico, educandolo a un nuovo concetto di “streetwear”. Come era la scena street quando sei arrivato a Los Angeles? E come si è trasformata dopo il tuo arrivo?

Quello che vivevo allora per me non era street, era niente di meno che semplice moda. Al tempo non sapevo ben distinguere quale fosse la linea di confine che separava questi due termini, ma ricordo nitidamente che una cosa era preponderante su tutto, la skate culture. Fairfax Avenue (viale di LA su cui si trovano i più importanti store di streerwear e sneakers della città, ndr) era – e lo è tuttora – la mecca di Los Angeles in cui potevi trovare store come Supreme, Diamonds, The Hundreds, ognuno quali deve la propria notorietà al culto della tavola a quattro ruote. Quando approdai a LA il mio vestiario non era certamente considerato cool, vestivo Rick Owens, e in quell’ambiente ero visto come un outsider.

In che modo 424 ti ha aiutato a inserirti in questo ambiente?

È buffo perché il mio è un percorso che va al contrario, sono partito dal mondo del retail, per poi concentrarmi sulla creazione di prodotti. Mi sono sempre sentito a mio agio, ciò che facevo e come mi vestivo era naturale per me, anche se per la città non lo era. Il negozio mi ha aiutato a diffondere la mia visione delle cose, per come sono fatto amo condividere le cose che scopro e che mi affascinano, e 424 mi ha permesso tutto questo. Si è trasformato presto in un hub in cui persone potevano conoscersi e imparare nuove cose, io in primis.

Guillermo Andrade, fondatore e direttore creativo di 424

Hai accennato al fatto che il tuo modo di vestire non fosse inizialmente visto di buon occhio, o per lo meno non era comune vederlo per le strade della città, soprattutto a Fairfax. Quando il tuo stile ha iniziato a esser considerato cool?

Diciamo che LA è un vortice all’interno del quale sei costantemente soggetto a nuovi spunti e ispirazioni, di conseguenza girando per la città puoi incappare in persone che sono solite vestirsi in modi mai visti prima. Dall’altro lato, lasciare un segno indelebile con i propri outfit è davvero difficile, soprattutto far apprezzare ciò che indossi in un ambiente, come quello di Fairfax, in cui le sottoculture sono ben radicate. Fortunatamente è venuta in mio soccorso la nascita di Instagram, e il conseguente “trasloco” dei blog Tumblr su questo social, che all’epoca era considerato totalmente nuovo. Così facendo è stato più semplice mettersi in contatto con realtà e stili differenti, lasciandosi ispirare da ancora più sorgenti.

Parlando invece del tuo brand, qual è stato il passaggio che ti ha portato a cambiare settore, passando da retailer a designer di un marchio?

È stato alquanto semplice, i miei amici e i clienti del negozio hanno iniziato a chiedermi di realizzare delle semplicissime t-shirt. Inizialmente non ero troppo convinto, la sentivo come una cosa differente da quella che già stavo facendo con la gioielleria. Col passare del tempo le richieste sono aumentate e sono diventate sempre più insistenti, in contemporanea Vogue mi ha inserito tra le persone meglio vestite di LA, e così le persone hanno iniziato a chiedermi dove comprassi ciò che indossavo. Ho quindi preso coraggio e mi sono buttato in questa avventura, parallela al mondo del retail.

Hai nominato il mondo della gioielleria, come è nato tutto?

Prima di approcciarmi al retailing ho mosso i primi passi nel mondo dei gioielli, realizzando accessori per le sneakers, in particolare sneaker crowns. Un giorno un artigiano che si occupava della produzione mi chiese di utilizzare uno dei pezzi di scarto per realizzarci una collana. Rimasi del tutto sorpreso del risultato, e così iniziai a trasformare ogni sneaker crown in un pezzo di gioielleria. Ho letteralmente iniziato dal basso, dalle sneakers.

Suppongo dunque che le sneakers abbiano sempre ricoperto un ruolo importante nella tua vita. Qual è il tuo rapporto con loro?

Quando provieni da una famiglia povera inizi a vedere la sneaker come uno degli oggetti di maggiore valore in tuo possesso. La prima scarpa di cui ho ricordo è la classica Air Force 1 “Triple White”, ogni volta che tornavo a casa la prima cosa che facevo era pulirle con lo spazzolino per lasciarle immacolate. Ho sempre visto la sneaker come uno status symbol, si presenta alle persone al posto tuo e dice che persona sei, per questo motivo le curavo in maniera maniacale. Ora è incredibile, il trend sembrerebbe essersi totalmente invertito.

Ora le persone pagano per farsi invecchiare le sneakers, è quasi assurdo.

Il settore della moda è uno dei più ciclici, i trend vanno e vengono, sta a noi scegliere quali seguire. Io in primis sono passato dal tenere pulite le mie scarpe al distruggerle, e persino a decolorarle, come i boots che indosso. Per molte persone la sneaker culture è stato un punto di inizio, sarà curioso scoprire come questo trend influenzerà la nuova generazione di creativi.

Boots della SS’22 di 424

Restando in tema sneakers, non possiamo non parlare del tuo lavoro con adidas. Come è nata la collaborazione?

Sono un fanatico di tutta l’oggettistica che può essere indossata nel quotidiano, allo stesso tempo però cerco di elevarla, in maniera tale da donarle un valore unico. Con adidas ho applicato questa filosofia. Mettendo mano alle Shell Toe ho cercato di dare un twist a un prodotto già largamente conosciuto e apprezzato dal pubblico, senza snaturarne la sua identità. Quando creo, cerco sempre di offrire alle persone gli essentials di cui hanno bisogno per costruire la loro identità.

424 x adidas Shell Toe

Torniamo ora a 424, quando hai aperto il tuo brand ti sei posizionato come un marchio streetwear, per poi passare verso una direzione più high-end. A cosa è dovuta questa scelta?

Questo cambio di posizionamento non penso sia dovuto a una precisa azione del brand, ma piuttosto a un cambio della percezione che ha il pubblico del mio marchio. Io, come 424, sono sempre lo stesso e nei prodotti che realizzo cerco di trasmettere la mia visione. Quando ho iniziato il tutto non sapevo nemmeno ci fossero diversi settori e suddivisioni all’interno del mondo della moda. Le persone hanno bisogno di una definizione, un qualcosa che permetta loro di categorizzare ciò che vedono, di conseguenza lascio che gli altri mi definiscano come meglio credono, l’importante è riuscire a creare un collegamento con il cliente finale.

Mentre la tua concezione di 424 è rimasta intatta, possiamo affermare che la qualità dei tuoi capi è notevolmente migliorata. Hai inoltre spostato la produzione qui in Italia, vivi qui al momento?

Migliorare il livello qualitativo di ciò che realizzo è sempre stato un obiettivo a cui ho sempre mirato, sin dagli inizi. Quando Los Angeles ha iniziato a non esser più sufficiente in termini di manifattura e tessuti, mi sono espanso e l’Italia mi è sembrato il paese migliore in cui poterlo fare. Ora la mia produzione è interamente collocata in Italia, tra Milano, il Veneto e le Marche, un po’ ovunque. Così facendo ho anche avuto la possibilità di innamorarmi della vostra cultura, il calcio, il cibo e la moda, le tre “F” insomma (in inglese sono football, food e fashion, ndr). Per ora però sono ancora collocato a LA.

Il calcio è una delle tematiche più calde e sentite qua in Italia. Da fan di questo sport quale sei, hai una squadra preferita?

Non posso dirtelo, nessuno comprerebbe più 424 in Italia (ride, ndr).

Non puoi però negare di essere tifoso dell’Arsenal, club con cui hai persino collaborato. Quali sono le difficoltà più grandi, creativamente e tecnicamente parlando, che hai riscontrato nel lavorare con una squadra di calcio?

Se fossi nato e cresciuto nel Regno Unito sarei senza ombra di dubbio un tifoso dei Gunners. Lavorare con un club di calcio è stato estremamente stimolante per me, non parlerei di difficoltà, ma di limitazioni. Hai diversi punti da dover rispettare, sia a livello estetico che culturale: come prima cosa devi tenere in considerazione l’heritage della società, poi devi pensare alla rosa e infine ai singoli giocatori. Il calciatore deve sentirsi a suo agio in quello che indossa, per potersi allenare meglio, e di conseguenza giocare meglio le partite. Un altro fatto da tenere sempre bene a mente sono i cambiamenti dell’ultimo minuto, flessibilità e spirito di adattamento sono essenziali quando si lavora in questi contesti pieni di variabili.

Il tuo progetto con l’Arsenal è stato innovativo nel settore del calcio. È stata una delle prime volte in cui moda e calcio si sono uniti in una partnership continuativa e non “one-shot”. Che cosa ti ha spinto a favorire questo tipo di approccio? E perché hai dato la precedenza al formal wear, rispetto allo sportswear?

L’idea di portare avanti un progetto duraturo nel tempo è partita dal profondo rispetto che provo nei confronti dei tifosi, loro hanno la necessità di ricevere con costanza qualcosa di bello e nuovo. La collaborazione, non lo nego, è stata disegnata per loro. Per quanto riguarda invece il motivo che mi ha portato a dare la precedenza all’abbigliamento formale è semplice, lo trovavo più interessante e ambizioso, mi ha messo in difficoltà. Sono partito da quello che mi rendeva più insicuro, e curioso, cosciente del fatto che mi avrebbe occupato più tempo. Il lato sportswear è invece stato semplicissimo, è sempre stato nelle mie corde, in 35/40 minuti avevo già disegnato tutto, la linea l’avevo in mente da diverso tempo.

Concludiamo con una domanda riguardo il tuo stile. Qual è il tuo outfit ideale che indosseresti sempre?

Tre capi d’abbigliamento sono l’essenziale per un mio outfit. Mi basta una t-shirt o camicia, sotto un pezzo outerwear e infine un paio di jeans. Sotto il denim metto sempre dei boots, ormai non sono più un tipo da sneakers. 424 è lo specchio di ciò che amo indossare, che vestirei 24/7 e che vorrei vedere addosso alle persone nella loro vita di tutti i giorni.