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Performance first: la leggenda del Nike Alpha Project

Articolo di

Marco Rizzi

Nel corso degli ultimi anni ci siamo rapidamente abituati a un mercato delle sneakers dominato dal lifestyle e dalle riedizioni dettate dalla nostalgia, ricordando a volte con difficoltà che la performance sportiva è stato il vero motore dell’evoluzione tecnologica in ambito footwear.

Alla fine degli anni ’90 Nike ha dato vita a un particolare progetto che univa marketing, design e sperimentazione sportiva. L’ideale somma di tutta l’esperienza accumulata durante un decennio che in molti considerano la Golden Era del footwear sportivo.

L’Alpha Project debuttò nel 1999 e fu concepito come l’apice della ricerca creativa e tecnologica dei team di ricerca Nike: il miglior prodotto possibile che lo Swoosh possa offrire ai migliori atleti del mondo, dando un contributo determinante alla buona riuscita di performance che possano cambiare la storia dello sport, l’apice della missione intrapresa da Nike a partire dagli anni ’70.

Negli anni precedenti Nike ha dimostrato come l’evoluzione tecnologica e il marketing possano trovare il giusto equilibrio in prodotti che, se affiancati ai giusti atleti, possono raggiungere ottimi livelli di vendita. Da questo punto di vista l’Alpha Project è figlio delle sperimentazioni del 1997/98, che hanno dato vita, per esempio, a Spiridon, Talaria e Foamposite. Questi modelli non hanno soltanto gettato le basi per l’utilizzo di tecnologie mai viste prima nel mondo del footwear sportivo, ma sono diventate rapidamente anche delle vere e proprie icone immortali quando si parla di sneakers.

Per un progetto come questo, il palcoscenico ideale erano i ventisettesimi Giochi Olimpici, quelli di Sidney 2000.
Guidato da Michael Morrow nel ruolo di Global Creative Director, il primo importante compito per il design team è stato quello di trovare un nuovo branding adatto all’Alpha Project. Gli anni dei branding enormi, dei colori fluo e delle collezioni dedicate sono ormai alle spalle. Morrow affida l’ideazione della nuova identità a Ken Black, che si mette al lavoro per ideare un simbolo più che un vero logo, una sorta di “sigillo di qualità” che potesse essere associato allo Swoosh. Nascono così i “cinque punti”, uno per ogni lettera della parola “Alpha”. Secondo la leggenda, l’ispirazione giunse a Black una notte, quando vide un logo riflesso mentre guidava dietro a un camion.

I “cinque punti” furono proposti al board di Nike che li approvarono dopo averli visti applicati a diverse categorie di prodotto, notandone l’assoluta versatilità. Il design dei “cinque punti” è sofisticato, sottile, non invadente. In questo modo il branding di Alpha Project poteva integrarsi nell’estetica della scarpa, lasciando lo spotlight prima di tutto al design, alla tecnologia e alla performance degli atleti.

Il Nike Alpha Project fa il suo debutto ufficiale a capodanno del 1999, con una serie di spot curati per Nike dal regista Michael Bay, autore al tempo acclamato per blockbuster come Bad Boys e Armageddon.

Il primo modello dell’Alpha Project a finire sugli scaffali è la Zoom Citizen, un modello per corse lunghe con un complesso paneling ispirato, al contrario, ai track spikes sviluppati per Michael Johnson, studiato per rendere visibili sia nel tallone che nell’avampiede le unità Zoom Air. Nei mesi successivi sono lanciati anche i primi pro-model sviluppati dal team dell’Alpha Project, ovvero le Zoom GP di Gary Payton e le Zoom Beyond di Andre Agassi.

Riguardando oggi molti dei modelli nati dall’Alpha Project, a vent’anni di distanza dalle release originali, a impressionare è la totale simbiosi tra le nuove tecnologie proposte dai designer e le soluzioni estetiche proposte dal team creativo. I “cinque punti” sono stati spesso integrati nel paneling o negli elementi strutturali dei modelli, come nel caso della già citata Zoom GP o delle Air Chapuka, un ibrido tra runner e scarpa aperta sviluppato sulla base di una serie di modelli da triathlon.

Con ogni probabilità la sneaker più celebre nata dall’Alpha Project è l’Air Presto, modello ideato da Tobie Hatfield che evolveva il concetto di adaptive fit introdotto negli anni ’80 e ’90 con modelli come Air Flow e Air Huarache portandolo a un nuovo estremo, utilizzando una calza in nylon contenuta soltanto da una gabbia in TPU. Una delle tagline scelte per promuovere la Presto è “a T-Shirt for your feet”, concetto legato non solo alla nuova scala taglie da XXS a XXL che sostituisce la tradizionale tabella numerica, ma anche all’introduzione da parte di Nike della stampa digitale per creare nuove colorway mai viste propiziata dall’utilizzo di una tomaia completamente realizzata in tessuto sintetico.

Negli anni successivi il desigin della Air Presto è stato declinato in moltissime varianti compresa la Presto Foot Tent, modello running disegnato da Tinker Hatfield che non riscosse il successo sperato, finendo per essere considerata dal designer come la sua peggior creazione.

L’utilizzo di “gabbie” esterne a supporto di tomaie ultraleggere viene proposto in diversi modelli dell’Alpha Project, come la già citata Chapuka o la celebre Air Kukini, un modello laceless in cui la tomaia è costituita da una struttura in TPU simile alla tela di un ragno. La Kukini divenne rapidamente un modello di culto per il mercato giapponese (così come Zoom Heaven e Zoom Seismic), per cui vennero prodotte anche alcune speciali collaborazione a cavallo del nuovo millennio come quelle con Coca-Cola e Junya Watanabe. Dopo diversi anni pare che la Kukini sia pronta a fare il suo ritorno sugli scaffali nel 2020 in una versione inedita in cui al posto della classica suola con bolla ovale è stata utilizzata quella della Zoom Spiridon Cage.

Come previsto, le Olimpiadi di Sidney furono molto importanti per l’Alpha Project. La velocista australiana Cathy Freeman fu scelta come ultimo tedoforo e accese il bracere olimpico all’interno dello Stadium Australia indossando un paio di Air Presto “Abdominal Snowman”. Le scarpe dell’Alpha Project furono anche protagoniste nel torneo maschile di pallacanestro, soprattutto nella cavalcata verso l’oro di Team USA con le Flightposite II ai piedi di Kevin Garnett e le Shox BB4 indossate da Vince Carter, rese immortali grazie al loro “ruolo” nella schiacciata di Vincredible sul centro francese Frederic Weis.

Un intero capitolo andrebbe dedicato al lato promozionale dell’Alpha Project, che ha generato alcuni tra gli spot e le pubblicità più belle nella storia di Nike. Oltre a quelle prodotte da Michael Bay (tra cui quelli con Gary Payton e Goat Boy)  e alla bellissima campagna sviluppata per il lancio della Air Presto, è obbligatorio citare anche lo spot realizzato in francese per la Presto Foot Tent con protagonista “angry chicken” e quello, apparentemente introvabile, prodotto nel 1998 per il lancio delle Mercurial R9 in cui un Ronaldo in versione Safari va a caccia di porte da abbattere a suon di gol.

L’Alpha Project non è mai stato ufficialmente chiuso da Nike, ma il numero di release dedicate è progressivamente sceso tra il 2002 e il 2003, poco prima della presentazione di Nike Free in occasione delle Olimpiadi di Atene nel 2004. Nonostante molti dei modelli nati durante gli anni di attività dell’Alpha Project siano stati riproposti con successi alterni, in pochi associano questi design insoliti a uno dei programmi d’innovazione più importanti intrapresi da Nike, lasciando il ricordo dei “cinque punti” a pochi cultori e amanti di un genere che, a vent’anni di distanza, può a pieno titolo essere considerato vintage.

L’eredità dell’Alpha Project è importante ed è chiaramente visibile in molte delle nuove attività di Nike, come Mercurial, Hyperadapt, Flyease, Vaporfly e, soprattutto, Breaking 2. Questo ci lascia la grande speranza, un giorno, di veder tornare i “cinque punti” sul meglio che Nike può offrire ai migliori atleti del mondo.

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