Sneakers

Processo alla pigrizia – Supreme x Nike Air Force 1

Articolo di

Marco Rizzi

Da sempre esiste tra gli sneakerhead la voglia di sostituirsi a designer, marketing manager e direttori creativi con l’idea di poter fare un lavoro migliore di chi viene pagato per ideare e produrre le scarpe che poi noi tutti finiamo per comprare. Mi ci metto anche io, la passione che muove molti di noi è troppo forte per farci accettare Retro poco fedeli, release di scarsa qualità o collaborazioni scialbe che ben poco hanno da offrire se non, in casi sempre più rari, qualche euro a resell.

Nelle ultime settimane sui social impazza un’enorme polemica, protagonisti ancora una volta Supreme e Nike. L’ormai tradizionale meccanismo dei leaks ha mostrato in netto anticipo sul calendario dei brand una Air Force One che i meglio informati dicono potrebbe essere rilasciata questa primavera. A far storcere il naso a molti è il fatto che si tratti di una normalissima Air Force One Low, completamente bianca se non per un piccolo Box Logo pressato sul tallone.

Le foto hanno dato il via a un susseguirsi di commenti che decretavano la collabo, ancora prima della sua release, come un fallimento totale: troppo banale, troppo noiosa, l’ennesima forzatura di Supreme per dimostrare di poter vendere qualunque cosa.

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Supreme®/Nike® Air Force 1 Low. Spring/Summer 2020.

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Da sempre sostengo che uno degli elementi che rendono oggi interessante il mondo delle sneakers sia come due persone completamente differenti per età, gusti e background, possano ritrovarsi ad apprezzare o meno una sneaker per motivi completamente differenti.

Io, per esempio, ho trovato una chiave di lettura per questa collaborazione che potrebbe suonare forzata a molti degli iper-critici, ma vorrei proporvela per introdurre un argomento più ampio.

Negli anni a cavallo tra fine ’90 e inizio ’00 Supreme ha reso un’arte l’utilizzo di rip-off e reference oscure alla pop culture americana in ambito streetwear, spiegando molto raramente le sue “citazioni” e andando a pescarle spesso fuori dall’ambiente skate in cui il brand era nato. Un ottimo esempio è la forte influenza che la scena Hip-Hop di quel periodo ha sempre esercitato sul brand (Ruff Ryders, Capone n’ Noreaga, Raekwon e Ghostface, la Box Logo hoodie ispirata all’outfit leggendario di Juelz Santana, solo per citare qualche caso), aspetto ulteriormente accentuato dal fortissimo legame tra Supreme e la cultura newyorkese in generale. La sneaker simbolo della scena HH di NYC è sempre stata la Air Force One, non è un caso quindi che la prime sneakers “own brand” di Supreme, la Downlow e la Mid-Town prodotte tra il 2001 e il 2003, non fossero modelli da skate ma un rip-off della Air Force One. Quest’ultima è stata scelta anche nel 2012 come prima sneaker in collaborazione con Nike a non appartenere alla linea SB, aspetto vissuto da molti come un sacrilegio che portò il brand newyorkese a fare scelte imbarazzanti come rilasciare la successiva Flyknit Trainer in un box Nike SB.

Qualche anno più tardi Supreme rilascerà ben tre colorazioni della Air Force One Hi, tutte ispirate a una versione “NYC” dello stesso modello lanciate nel 1995 e divenuta rapidamente uno street cult.

Proprio in quel periodo tra le sneakers più desiderate dai collezionisti e dagli appassionati c’erano le versioni “promo” della Air Force One che Nike aveva realizzato per diversi artisti. Le più famose sono probabilmente le Roc-a-Fella o le Terror Squad, ma ci sono anche casi più oscuri come le 40/40 Club, soltanto 120 paia create in occasione dell’inaugurazione di uno dei Club di Jay Z. Spesso si trattava di AF-1 completamente bianche o in colorway molto semplici, con il solo logo ricamato sul tallone. Avere il proprio nome sul tallone della scarpa più bella di sempre, la Air Force One White-on-white, era uno status symbol che spingeva molti artisti emergenti a realizzare dei custom o dei bootleg, per mettersi alla stessa altezza di artisti del calibro di Jay Z o Fat Joe.

Come detto, in tempi più semplici bastava un materiale esotico utilizzato nel modo giusto o un logo ricamato su una scarpa leggendaria per far spiccare una collaborazione sullo scaffale di uno sneaker store. Oggi la situazione si è ribaltata. Soltanto dieci anni fa il fatto di vedere una Air Force One realizzata da Supreme avrebbe fatto preparare a molti le sedie da campout, oggi è soltanto un’altra collabo di Supreme, pure noiosa. L’unico modo che hanno oggi i brand per rendere interessanti le loro sneakers è (oltre a renderle esclusive al punto di renderne inutile la distribuzione) caricarle di uno storytelling esagerato e melenso, tra eroi sportivi e storie strappalacrime di ogni sorta che servono solo a far scrivere qualche post in più ai blog per poi essere dai più dimenticate. Il fatto che le reazioni per questa AF-1 di Supreme siano state da subito così negative è, secondo me, uno specchio di questa situazione. Non prendiamoci in giro, la scarpa andrà sold out in ogni caso e Supreme è un brand che ha avuto la capacità di fare del suo branding spesso minimale un vero punto di forza.

Magari, invece, questa Air Force One di Supreme sarà soltanto un “mattone 2.0”, una dimostrazione di forza da parte di un marchio che sa di poter vendere qualunque cosa, con uno sforzo minimo.

Lasciarle sullo scaffale sarebbe il più efficace atto di sfiducia nei confronti di un brand ritenuto pigro, lasciando che a comprarle siano soltanto quelli che, per un motivo o per l’altro, le trovano belle e interessanti.

Ma sappiamo tutti che questo non succederà mai.

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