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“Puro Sinaloa” non è la nuova “Puro Bogotà”, e non vuole neanche esserlo

Articolo di

Riccardo Primavera

Foto di

Adriana Tedeschi

Milano, 13 anni dopo, una generazione dopo. Era l’ormai lontanissimo 2007 quando i Club Dogo pubblicavano “Puro Bogotà”, contenuta in “Vile Denaro”, il terzo album in studio del gruppo milanese. Erano anni in cui il rap in Italia era ancora davvero di nicchia; non lasciatevi illudere dal fatto che Mondo Marcio e Fabri Fibra fossero già finiti nel mainstream, non esisteva un movimento con visibilità nazionalpopolare. C’era qualche lampo di visibilità, ma l’industria faceva presto a rimettere il rap nel cassetto e quest’ultimo tornava subito a proliferare nell’undeground.
È questo il clima nel quale “Puro Bogotà” ha visto la luce. Un manifesto di potenza lirica, tecnica, stilistica, sonora. Don Joe, Guè Pequeno, Jake La Furia, Marracash e Vincenzo da Via Anfossi hanno scritto una pagina indelebile della storia del rap italiano, una delle vette più alte del genere, per valore assoluto e per importanza storica – è da ipocriti sostenere il contrario. Tredici anni dopo quel lontanissimo 2007 torna più attuale che mai, grazie all’iniziativa di Ernia. Il rapper di Bonola, nel suo nuovo album “Gemelli”, ha infatti inserito “Puro Sinaloa”: un omaggio alla traccia originale, sulla stessa strumentale, in compagnia di Tedua, Rkomi e Lazza.

La cover di “Gemelli”, il nuovo album di Ernia

Internet si è spaccato in due. Da un lato c’è chi apprezza davvero l’iniziativa, cogliendone a fondo lo spirito. Dall’altro, chi la critica poiché non la ritiene all’altezza dell’originale, o perché secondo lui non avrà lo stesso impatto e lo stesso peso specifico. Quest’ultima osservazione è forse la più surreale. Nel momento in cui si dà vita ad un tributo così esplicito, ad un omaggio che è un modo per riconoscere lo status di leggenda a chi ti ha preceduto, l’intenzione di fare meglio – o di avere la stessa rilevanza intergenerazionale – è completamente assente. “Puro Bogotà” è un pezzo che ha segnato una generazione, quella che ascoltava e faceva rap nel 2007, ed è riuscita poi a entrare nel cuore delle successive. Anzi, ha ispirato le successive, sotto molteplici punti di vista. Ecco perché nasce “Puro Sinaloa”: l’intento di Ernia è quello di celebrare il lascito dei Club Dogo, di Marracash, di Vincenzo da Via Anfossi. Non voleva creare una versione 2.0 della traccia, una versione migliore, una versione rinnovata. Ecco perché lui, Tedua, Rkomi e Lazza rappano, in maniera dura e pura, come si faceva nel 2007. È il loro modo di omaggiare quelli che sono stati – e sono tuttora – i loro idoli, gli artisti che li hanno spinti a mettersi in gioco con il rap. Rapper con i quali oggi si trovano anche a collaborare, spesso e volentieri, ma per i quali continuano a nutrire un rispetto incredibile e una sorta di reverenza che non andrà mai via, perché loro sono gli OG.

“Puro Sinaloa” a livello qualitativo non è sullo stesso piano di “Puro Bogotà”? Possibile, ma anche questo è un paragone che non ha senso di esistere. Ernia e i suoi colleghi non volevano misurarsi con il valore storico della traccia, sarebbe stata una battaglia persa in partenza. Lo stesso vale per il discorso qualitativo: in tredici anni il singolo di “Vile Denaro” ha assunto uno status leggendario, è un’opera iconica, una traccia appena uscita non ha speranze a confronto. “Puro Sinaloa” è una scelta di cuore, è un modo per riportare un sound – e un approccio – rap di un certo tipo, magari lontano dagli ascoltatori attuali di Ernia, di Tedua, di Rkomi, di Lazza. È un modo per educare gli ascoltatori senza sembrare degli asciugoni bacchettoni. È un modo per permettere alla musica di riecheggiare nel tempo, rimanendo fedele a sé stessa, raggiungendo cuffie e orecchie che altrimenti, probabilmente, non avrebbe mai raggiunto. E non è un caso che, proprio dopo l’uscita del brano di “Gemelli”, “Puro Bogotà” sia rientrata in classifica su Spotify. È un circolo che si autoalimenta, un circolo che andrebbe accolto a braccia aperte da qualunque amante del rap.

Se avete amato “Puro Bogotà”, se la ritenete un capolavoro immortale, se piazzate i Club Dogo, Marracash e tutta la Dogo Gang nell’Olimpo del rap italiano, non potete non apprezzare “Puro Sinaloa”. Non potete non ritrovarvi nelle barre di Ernia, Tedua, Rkomi e Lazza. Non potete non ritrovarvi nei loro omaggi, nelle loro citazioni, nel loro amore smisurato per questa roba. Se non vi sentite così, probabilmente non siete davvero innamorati di “Puro Bogotà”. Siete innamorati del 2007, di un passato che non c’è più, e preferite arroccarvi tristemente al suo interno, piuttosto che vivere un presente che rispetta davvero le sue radici.

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