Qual è il problema di Kanye West con l’industria discografica?

Articolo di

Greta Scarselli

Negli ultimi giorni Kanye West ha di nuovo invaso Twitter con una di quelle tweetstorm che ogni tanto colpiscono a ciel sereno, per poi far tornare il rapper nel suo silenzio di meditazione.

Questa volta Kanye ha lanciato accuse pesanti – non che sia una novità – verso il mondo discografico e ha pubblicato centinaia di tweet riportando una a una le pagine del suo contratto con Universal. La mossa è stata fatta nel disperato tentativo di riottenere indietro i suoi master, in quanto è proprio il gruppo Universal a occuparsi della distribuzione della GOOD Music. Kanye si sente in trappola, rivuole i diritti sulla sua musica ma il contratto firmato oltre dieci anni fa – e che ha subito diverse modifiche – non glielo permette e i discografici non sembrano avere intenzione di lasciarlo andare.

Sono una delle persone più famose del pianeta e Universal non vuole dirmi quanto costano i miei master perché sanno che potrei permettermeli.

Kanye West su Twitter

Kanye ha interpellato avvocati e artisti per cercare di far luce su un problema che molti altri nella loro carriera hanno affrontato. Una delle persone citate, infatti, è proprio Taylor Swift, che da tempo combatte con Scooter Braun, colui che ha acquisito la sua precedente etichetta discografica entrando quindi in possesso della sua musica, senza più lasciarla andare. Eppure si tratta di un problema che va avanti da molti, moltissimi anni. Kanye ha infatti definito l’industria discografica come le nuove navi schiaviste, ma questo termine fu accostato alle etichette discografiche già negli anni ’90, quando Prince, per protesta, non si tratteneva dal salire sul palco e cantare con la parola “Slayer” scritta sulla guancia.

Il problema dell’industria musicale sembra essere quello di fare contratti a giovani artisti emergenti e inesperti continuando poi a tenerli “intrappolati” anche quando il loro successo è triplicato e sono a tutti gli effetti delle star. Uno degli artisti che ha appoggiato l’appello di Kanye – nonostante i rapporti ormai chiusi – è Hit-Boy, che ha raccontato di come lui sia schiavo del suo contratto firmato a 19 anni, nonostante adesso ne abbia 33 e abbia vinto diversi Grammy, nonché prodotto hit clamorose, basti citare “Niggas In Paris”.

Slave deals are still very real/rampant in 2020

Hit-Boy su Instagram

Di contratti discografici ce ne sono di diversi tipi, ma come affermato da Kanye, il 90% di questi si basa oggi sulle royalties.  

Nel caso del rapper, l’accordo riguardava la realizzazione di ben 6 dischi, per ognuno dei quali l’etichetta avrebbe pagato una somma in anticipo sulla base delle previsioni di vendita; poi, solo una volta recuperato il denaro investito, l’artista avrebbe avuto la possibilità di ricevere le royalties pattuite, ovvero una percentuale sul prezzo proposto ai distributori.

Come suggerito dalle pagine del contratto pubblicato da Kanye, la Roc-A-Fella ha garantito per i suoi dischi una somma minima per la registrazione che parte dai 300.000 e va fino ai 450.000 dollari con gli album successivi. Ma il problema sono le infinite clausole e appigli che impediscono sostanzialmente all’artista di recuperare il denaro che gli spetta, e più un artista diventa famoso più il contratto gli sta stretto, più l’etichetta stringe per tenerlo sotto di sé. Anche perché i master dei brani sono nelle loro mani ed è quello che Kanye sta cercando di riprendersi in modo tale da garantirsi la libertà e svincolarsi da un accordo che ormai non lo rappresenta più.

Il problema con l’industria musicale, quindi, soprattutto in America, non è soltanto Kanye ad averlo, bensì una vasta quantità di artisti che firmano contratti da giovani senza rendersi conto di cosa stanno andando incontro.