Fashion

Quando la moda incontra i Giochi Olimpici

Articolo di

Leonardo Brini

I Giochi Olimpici non rappresentano solamente la più grande competizione sportiva moderna ma anche la fotografia di un’epoca. Conflitti politici e temi sociali sono spesso stati al centro della manifestazione, basti pensare al pugno alzato di Tommie Smith e John Carlos nel 1968 o alla squadra di rifugiati creata per Rio 2016. Le Olimpiadi rappresentano, per qualsiasi stato, il palcoscenico migliore per accendere i riflettori sulla propria storia. Così, considerando che la cerimonia d’apertura è da sempre uno dei momenti più seguiti dei giochi, negli anni numerose nazionali hanno deciso di farsi aiutare da designer affermati per trasformare le proprie divise nella massima espressione dell’identità del paese. 

Per Tokyo 2020 Telfar Clemens ha deciso di onorare le sue origini disegnando 70 capi per la Liberia, mentre Kim Kardashian e il suo brand Skims vestiranno gli Stati Uniti. Ma diamo un’occhiata anche ai tempi passati e ripercorriamo i momenti più significativi dell’unione tra moda e Giochi Olimpici, con collaborazioni ben riuscite e tentativi più pigri. 

TEAM USA 

In qualità di nazionale con il maggior numero di medaglie complessive e di medaglie d’oro, gli Stati Uniti sono da sempre il paese da battere, non solo sulle piste d’atletica ma anche dal punto di vista fashion. In più di cento anni di storia, infatti, il Team USA si è presentato in mille vesti diverse grazie all’aiuto di grandi nomi della moda, a partire da Halston nel 1976 fino a Ralph Lauren, creatore di tutti i capi delle ultime tre edizioni dei giochi. Uno dei momenti più significativi risale al 1980 quando, in occasione delle Olimpiadi Invernali, fu il brand Levi Strauss & Co. a disegnare il guardaroba degli atleti statunitensi. Per celebrare l’orgoglio nazionale, pantaloni e gonne in denim abbinate a giacche in shearling e cappelli da cowboy trasformarono, in maniera quasi caricaturale, i partecipanti nell’emblema della cultura americana. L’esaltazione del sentimento nazionalista e il richiamo al “glorioso west” riscossero l’interesse del mondo intero, ma ad attirare l’attenzione fu soprattutto il contrasto che si creò tra le divise del Team USA e le enormi pellicce scure con colbacco scelte dall’U.R.S.S., in un periodo di grande tensione diplomatica e ideologica tra i due Stati. La situazione era così critica che per motivi politici gli Stati Uniti decisero di boicottare i Giochi Olimpici di Mosca dello stesso anno, ma la collaborazione con Levi’s non si fermò e cambiò decisamente rotta per l’edizione 1984 di Los Angeles.

Per coinvolgere il pubblico e aumentare l’interesse intorno alle Olimpiadi, infatti, il brand lasciò che fosse la gente a scegliere le nuove divise degli 800 atleti e, grazie al voto di quattro milioni di americani, lo stile “active” vinse contro quello “classic” e il già proposto “Western”. Durante la parata, gli Stati Uniti si presentarono quindi con un look più sportivo e casual composto da una giacca tricolore rossa, bianca e blu, e da un trackpant, abbinati a un classico “baseball cap”. Tra gli altri capi creati appositamente per la nazionale, ai vincitori venne regalata una speciale edizione degli iconici 501 mentre durante le premiazioni sfoggiavano una felpa in ciniglia blu, in modo da “risaltare anche attraverso la televisione”, decorata dal nuovo logo di Levi’s e da una banda bianca sul fianco, la quale veniva svelata quando l’atleta alzava le braccia per festeggiare. 

Dopo ventiquattro anni e diverse nuove partnership (come adidas e Reebok) nel 2008 il Team USA scelse di lasciare i propri atleti nelle mani di un altro designer che potesse rappresentare il paese e creare l’immagine di una nuova America: Ralph Lauren. Questa volta, però, lo stilista decise di abbandonare sia le tute in materiale sintetico sia gli stivali da cowboy, a favore di uno stile più elegante e “snob” ispirato ai club sportivi dell’IVY League. Da quell’anno, gli atleti statunitensi hanno sfilato durante le varie cerimonie di Tokyo 2008, Londra 2012 e Rio 2016 con blazer blu scuro, sui quali spiccava (non senza polemiche) il cavallo di Ralph Lauren, e pantaloni eleganti, sempre insieme all’immancabile cappello. 

TEAM LITUANIA 

Se la potenza degli Stati Uniti dentro e fuori dalle Olimpiadi è innegabile, lo stesso non si può dire per la Lituania. Nonostante i pochi successi a livello sportivo e il ruolo secondario nella politica mondiale, il paese si presentò ai Giochi Olimpici del ’92 con uno dei look che meglio rappresenta il binomio moda e sport. La nazionale lituana arrivò a Barcellona come delegazione indipendente dall’Unione Sovietica (dopo un’assenza dai giochi durata 64 anni) e per l’occasione venne vestita dal designer giapponese Issey Miyake. Grazie alla mediazione del chirurgo californiano Dr. Edward Domanskis, fisioterapista del team, Miyake venne contattato per disegnare le divise di uno dei momenti più importanti della storia del paese e il risultato fu senza eguali. Gli atleti sfilarono nello stadio olimpico indossando una giacca bianca, sulla quale spiccava la bandiera del paese, e pantaloni argentati; il dettaglio unico era però costituito dalla costruzione plissé, che trasformava l’abito in un’opera di design mai vista prima. Presentata per la prima volta nel 1988 e diventato l’elemento più riconoscibile dello stilista, la tecnica di plissettatura inventata da Miyake si distingueva da quella tradizionale poiché non veniva realizzata sul tessuto ma termicamente dopo la fase di cucito: unendo questa nuova tecnologia all’uso di poliestere sottilissimo, i capi erano inaspettatamente leggeri e potevano essere piegati senza che si sgualcissero. Nel caso delle divise della Lituania, però, il livello di complessità nella costruzione fu ancora più elevato poiché il collo poteva essere trasformato in un cappuccio grazie a una zip e perché la stampa tricolore, il nome del paese e gli anelli olimpici dovevano essere progettati per essere leggibili anche dopo la piegatura del tessuto.

Poco tempo dopo, come parte della collezione primavera/estate 1993, Issey Miyake decise di espandere questo progetto e disegnare le divise di altri paesi, utilizzando lo stesso stile della precedente e immaginando un’utopistica parata olimpica nella quale tutti i paesi sono uguali. 

TEAM CUBA 

Un’altra collaborazione che accese i riflettori su un paese spesso in ombra fu quella tra Christian Louboutin, Henri Taï e la nazionale cubana. Per Rio 2016 il designer francese delle iconiche calzature dalla suola rossa e l’ex giocatore di pallamano vennero incaricati di far conoscere al mondo un nuovo lato di Cuba: non quello idealizzato fatto di macchine d’epoca e colori pastello, ma l’immagine contemporanea dell’isola. Il risultato fu un’uniforme, indossata durante la cerimonia di chiusura, composta da giacche sartoriali beige o rosse adornate da patch con la bandiera cubana e ispirate alle tradizionali camicie “guayabera”. Ai piedi, gli atleti indossarono invece sneakers in pelle e sandali in pieno stile Louboutin e caratterizzati dalla stella bianca simbolo del paese. Rispetto all’edizione di Londra 2012, quindi, Cuba decise di salutare i giochi con un look moderno e meno stereotipato ma allo stesso tempo chiaramente ispirato alla tradizione e alla sua storia. 

TEAM GRAN BRETAGNA

Mentre nei casi precedenti il contributo creativo dei vari designer lasciò positivamente sorpresi atleti e spettatori, la visione di Stella McCartney per Londra 2012 non venne ritenuta all’altezza del Team Great Britain. La rinomata designer, la prima nella storia a disegnare il kit completo per gli atleti di una nazionale, presentò al pubblico ben 590 capi realizzati in collaborazione con adidas per 26 discipline differenti, ciò nonostante deluse le aspettative dei cittadini britannici. Tutti pezzi, dai costumi dei nuotatori alle maglie dei tennisti, erano infatti caratterizzati da una versione della “union jack” colorata solamente in sfumature di blu e spesso tagliata in sezioni difficilmente riconoscibili. La quasi totale assenza del colore rosso, simbolo di forza e coraggio, e le strane scelte di posizionamento non furono accolte in maniera entusiasta dal pubblico, sebbene la designer stessa avesse dichiarato di voler mantenere uno stile sobrio ma “british”. In ogni caso, le uniche persone in grado di esprimere un giudizio obiettivo, gli atleti, si definirono soddisfatti soprattutto per l’apporto qualitativo garantito dai materiali adidas scelti. 

Nonostante una prima esperienza non brillantissima, Stella McCartney mantenne l’incarico anche per l’edizione successiva di Rio 2016 ma questa volta le scelte audaci misero d’accordo sportivi e pubblico. Eliminata la sbiadita bandiera britannica, l’elemento principale divenne un particolare stemma disegnato per l’occasione dal College of Arms di Londra: i due leoni che sorreggono lo scudo con dietro una versione astratta della Union Jack era la rappresentazione grafica perfetta dell’animo combattivo e fiero degli sportivi inglesi. Anche dal punto di vista tecnico, le nuove divise garantirono agli atleti performance migliori grazie a tessuti più leggeri e in grado di adattarsi ai diversi climi del Brasile, mantenendo per esempio il ricircolo d’aria e eliminando ogni trattenuta di calore grazie alla tecnologia Climachill di adidas. 

TEAM ITALIA 

L’ultima delle collaborazioni più significative tra designer e nazionali olimpiche è quella ormai consolidata tra Giorgio Armani, con il suo brand Emporio Armani, e il team italiano. La passione di Re Giorgio per lo sport è nota a tutti e si estende a numerose discipline: dal basket con la sua Olimpia Milano, alla quale contribuisce da main sponsor con il marchio AX Armani Exchange, al calcio e la Nazionale Italiana, per la quale ha disegnato la divisa formale in occasione degli ultimi Europei. 

A livello olimpico, Armani e il CONI sono uniti dal 2012 quando lo stilista creò un kit di cinquanta pezzi che si distingueva per classe ed eleganza e per una palette che combinava il bianco con il tradizionale blu notte, in uso fino agli anni Settanta. A fare la differenza però furono i dettagli, che esaltavano lo spirito patriottico degli atleti e rendevano unico ogni capo. All’interno di ogni giacca e felpa Armani decise di stampare, in corsivo dorato, il testo originale dell’Inno di Mameli e di posizionarlo sul lato del cuore, dove ogni atleta e ogni italiano avrebbe appoggiato la mano per cantarlo. Nelle polo, invece, le prime righe del testo erano riportate in modo da essere visibili solo a colletto alzato. 

Al contrario di Stella McCartney, la seconda volta di Armani fu quella deludente. Per l’edizione 2016 dei giochi, il kit composto da tute, giubbotti waterproof e polo con colletto tricolore non convinse per la massiccia presenza del logo di Emporio Armani EA7, ma a risollevare gli animi fu l’outfit preparato per la cerimonia d’apertura. Come a Londra, anche a Rio la nazionale sfilò con un perfetto abito doppiopetto blu scuro: guidati dalla portabandiera Federica Pellegrini, gli atleti azzurri spiegarono al mondo cosa rappresenta la moda italiana e l’inconfondibile stile di Armani. 

Se Levi’s fece sorridere per i look cliché e Issey Miyake convinse con la sua arte, l’unione del lato creativo della moda con gli aspetti tecnici dello sport ha sempre creato risultati che fanno discutere e siamo convinti che Tokyo 2020 ci farà parlare ancora.