Fashion

Quanto è importante l’oversize oggi?

Articolo di

Chiara Lanzavecchia

I veterani dell’oversize rimangono fedeli anche quest’anno e accanto a loro si schierano un’infinità di brand pronti ad allungare gli orli, allargare le spalle e ammorbidire le silhouette. Balenciaga, Diesel, Marc Jacobs e Dries Van Noten in prima fila tra maniche troppo lunghe, cappotti traboccanti e completi sartoriali baggy. Ormai sono anni che il trend dell’oversize torna ciclicamente. Tra i vestiti e lo styling, la sua presenza quasi prepotente su ogni passerella fa pensare a qualcosa di più di un trend. E se l’oversize fosse diventato un requisito fondamentale per la riuscita di una sfilata?

Parlare di oversize oggi facendo riferimento allo street style in auge negli anni ’80 e ’90 è ben più che riduttivo. Quando anche la couture ritiene fondamentale inserire degli elementi oversize nelle collezioni, allora è chiaro che non si tratti più di un trend o un tributo ai cari nineties. Non si parla neanche unicamente di comodità o di liberazione del proprio corpo, ma di un atteggiamento apparentemente rilassato e sciolto verso la vita che in realtà nasconde l’impegno e lo studio dietro ad ogni look, solo apparentemente effortless. 

Nella settimana della moda uomo appena conclusa, sono stati tantissimi i brand che si sono affidati all’oversize per il raggiungimento di uno stile mai toccato prima. Ermenegildo Zegna per primo ha lasciato cadere i codici ottocenteschi del vestito formale e ha regalato svago, morbidezza e semplicità alla silhouette maschile donandogli un’aria così nonchalant da rientrare nell’eleganza più estrema e distillata. Al loro fianco brand come Balenciaga e Vetements che invece fanno di questo fit la loro peculiarità da anni, a metà tra un’estetica post-sovietica molto poco donante e un’esasperazione dei volumi austera e distopica, che sforma corpi e proporzioni. Un atteggiamento che è tornato anche nello show couture di Balenciaga che ha ingigantito cappotti, frock e scollature, ridimensionando l’idea di lusso verso una visione più libera, rilassata e varia dei vestiti di alta moda.  

Che sia dettato dal desiderio di comodità, o dal desiderio di avvicinarsi a un pubblico giovane? O semplicemente dalla stessa spocchia di Paris Hilton che stava al telefono e si fingeva annoiata alle feste solo per sembrare talmente a suo agio da desiderare di essere altrove? Sicuramente il concetto di effortless è altamente desiderabile oggi, per ragioni quasi inspiegabili ma che portano inesorabilmente a un unico credo: l’oversize. Perché quando Prada — presumibilmente per mano di Raf Simons — mette ai suoi modelli dei pantaloni sartoriali così larghi da necessitare di cinture cucite internamente che li tengano su, sappiamo di aver raggiunto livelli altissimi legati all’idea di effortlessly cool. Si tratta di piccoli dettagli, come un blazer troppo largo, un abbinamento di colori apparentemente improbabile o la scelta di un look informale per un evento formale, i capelli scompigliati o una scarpa da ginnastica sotto al completo. Come Carolyn Bessette e John Fitzgerald Kennedy Jr., sta tutto nell’apparire talmente al di sopra della situazione, da non dover prestare alcuna attenzione all’apparenza per non rischiare un risultato troppo pettinato.

Perché non si parla più di eleganza, di esuberanza, di divertimento o avanguardia davanti a una sfilata: l’unico criterio di giudizio è la coolness di un abito, di una collezione o di un accessorio. Un concetto che vive in modo indipendente, totalmente slegato da definizioni da vocabolario o canoni precisi. Un concetto così astratto da essere incredibilmente reale agli occhi di chi guarda o giudica una collezione, soprattutto se abbinato all’idea di effortless. Perché anche sfilate incredibilmente forti e scenografiche come quella di Marc Jacobs nascondono un desiderio di apparire nonchalant, arruffati, scombinati e — perché no — un po’ annoiati dai vestiti normali, quelli che cadono giusti sui fianchi, dei colori giusti e che stanno bene con tutto, quelli adatti alla nostra forma fisica e perfetti per ogni occasione. Anche l’oversize di Lemaire — da sempre minimalista all’estremo — ha un’esagerazione distratta che si fa di cinture improvvisate, lunghezze poco donanti, comodità e sovrapposizioni. I maxi maglioni di Loewe sfiorano lo sgangherato, tra maniche straripanti e vestiti in maglia che necessitano di essere sollevati per poter camminare. I volumi esagerati di Louis Vuitton — che con le sue colossali divise sportive duplica le dimensioni dei modelli — e il modo di vestire profondamente rilassato di Alyx sembrano dimenticare il corpo sottostante, perché alla fine, è davvero così importante? Rick Owens è l’unico a bilanciare oversize e pelle scoperta, maxi cappotti o maniche lunghissime con corpi nudi sotto a trasparentissime reti di maglia oversize con buchi e simmetrie alterate in un tripudio di silhouette distorte.

Se ci trovassimo ad indossare uno spumeggiante vestito color glicine della collezione couture di Schiaparelli, il nostro obbiettivo sarebbe quello di unire estrema eleganza con comodità e nonchalance. Perché sono l’esagerazione della silhouette e il suo carattere fortemente oversize che caricano questo vestito — altrimenti molto semplice — di drammaticità e teatralità: le maniche traboccanti, la mancanza di un punto vita, la lunghezza spropositata e nessun accenno al corpo sottostante. Questi i termini per cui lavora l’oversize e che determinano la riuscita di una sfilata oggi. Perché sì, questo fit — che più che un semplice modello è un’attitude precisa alla vita — è davvero diventato il requisito fondamentale che determina i top e flop nel mondo della moda attraverso un radar il cui unico parametro è la coolness di un capo. 

Dopo anni di lotta alla body positivity e altre mille questioni legate al corpo e al suo ruolo dentro i vestiti, oggi la coolness è strettamente legata all’indifferenza nei confronti di esso. Perché tra un revival anni ’70 o 2000, l’oversize ha trovato il suo spazio e si è fatto strada dentro a ogni singola collezione. Una tendenza ballerina che rotea tra le influenze hip-hop dei ghetti, il grunge nei nineties, l’essenzialismo di Martin Margiela e la poesia di Rei Kawakubo, per arrivare a noi nella forma di completi sartoriali rilassati, maxi maglioni, vestiti e camicie oversize e maniche chilometriche.