Reese Cooper: un brand indossato da Travis Scott e il documentario con StockX

Articolo di

Ruben Di Bert

Il 15 aprile, seguito dal lancio di una t-shirt esclusiva, è uscito in tutto il mondo “We’re Not Particularly Talented We Just Try Hard“, un documentario realizzato in collaborazione con StockX che racconta il processo creativo di Reese Cooper portandoci in un viaggio privato nel cuore delle fashion week.

Quando abbiamo conosciuto Reese, abbiamo subito colto il suo talento unico. Attraverso le nostre continue collaborazioni, abbiamo scelto di attingere a una nuova generazione di artisti che è in grado di raccontare una storia di grande impatto attraverso il proprio lavoro creativo. Per questo, siamo entusiasti di poter condividere uno sguardo intimo nella storia di Reese con gli spettatori di tutto il mondo.

Tom Woodger, VP of cultural marketing di StockX

Dietro questo irriverente titolo si cela però una vera e propria filosofia, nella quale è racchiusa la chiave del successo di uno degli stilisti emergenti più promettenti, che in pochi anni ha riscontrato un successo molto considerevole, tanto da ricevere la definizione di heritage brand del futuro, riscuotere premi prestigiosi nel settore e vedere indossati i suoi capi da star del calibro di Travis Scott e Bella Hadid.

Per comprendere al meglio il suo mondo e la strada che l’ha portato ad arrivare fino a qui, abbiamo parlato direttamente con lui, affrontando anche temi attuali che riguardano il mondo della moda, come l’ipotetica morte dello streetwear e il fenomeno del resell.

Com’è nata la tua collaborazione con StockX?

È nato tutto in maniera molto spontanea, avevo diversi amici in comune con Ben Fainlight – Director of Experiential Marketing di StockX – e non appena si è presentata l’opportunità di lavorare insieme l’abbiamo colta.

Hai mai ordinato su StockX? Cosa ne pensi del resell?

Sì, ho ordinato un porta documenti di Louis Vuitton, quello con la catena arancione, per tenerci dentro il mio iPad.

Il resell è un argomento molto bollente al momento. Nonostante venga etichettato in maniera negativa, ritengo che doni ai più giovani un’idea riguardo domanda e offerta, permettendo loro di applicarla al proprio business. Inoltre, il mercato secondario ti dà l’opportunità di comprare, anche se a prezzi maggiorati, un prodotto sold out che altrimenti non sarebbe più reperibile.

“We’re Not Particularly Talented, We Just Try Hard” è un titolo piuttosto irriverente, qual è il messaggio che vuoi trasmettere?

Questo titolo rappresenta la mia filosofia di lavoro, ritengo che l’unico modo per migliorare sia provare e allenarsi, bisogna solo cominciare.

Come possiamo vedere nel documentario, sei passato da sfilare alla New York Fashion Week, a presentare le tue ultime collezioni durante la Paris Fashion Week. Perché questa scelta?

Ho sempre presentato le mie collezioni a Parigi, la NYFW è stata un’eccezione, quella settimana ha coinciso con la mia vittoria del CFDA Vogue Fashion Fund. Tuttavia amo l’energia che si vive a Parigi durante la Fashion Week e presentare una collezione su un palco così importante è sempre stato un sogno per me.

Pur non avendo una formazione nella moda, nel giro di tre anni sei arrivato secondo al CFDA Vogue Fashion Fund 2019, il tuo nome risulta nella classifica Forbes 30 Under 30 del 2020, i magazine più prestigiosi ti considerano come uno dei designer più promettenti e ora stai presentando un documentario su di te. Svelaci il segreto del tuo successo.

Penso che il segreto sia ancora una volta riconducibile al titolo del documentario, non bisogna mai fermarsi e continuare a provare. Quando metti impegno e dedizione in ciò che crei le persone lo percepiscono e apprezzano, così facendo il tuo network di conoscenze si espanderà e avrai modo di instaurare rapporti più sinceri con chi ti segue.

Com’è per uno stilista emergente inserirsi in un mercato saturo come quello della moda?

Al giorno d’oggi trovare il proprio spazio è una vera e propria sfida. Non sono ancora stato inserito nel programma ufficiale per le sfilate e come si può vedere nel documentario ho dovuto organizzarmi da solo per presentare alla PFW. Penso costantemente a modi originali per rendere il mio brand unico coinvolgendo i clienti, per questo motivo ho lanciato un D.I.Y. project in cui chiunque può acquistare il necessario per creare il proprio Chore Coat. Queste iniziative penso portino una ventata d’aria fresca anche in un mercato così saturo.

L’ipotetica morte dello streetwear sembra essere l’argomento più discusso dal fashion system, eppure pur facendo parte di questa categoria il tuo brand sta dando ottimi risultati. Cosa ne pensi?

Ritengo che lo streetwear sia all’apice del proprio successo in relazione ai grandi problemi climatici che stiamo vivendo. La serigrafia e la stampa digitale, applicate a una t-shirt, penso siano le tecniche più accessibili per chiunque voglia aprire un brand. Oltre a essere lavorazioni estremamente economiche, donano anche la possibilità di condividere in maniera diretta la visione del brand. Chiunque scelga di avventurarsi nel mondo della moda oggi comincia da una semplice t-shirt, non da un atelier.

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