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Ricordando il caporedattore di Thrasher Mag: Jake Phelps

Articolo di

Redazione

È di circa dieci ore fa la notizia che il caporedattore di Thrasher Magazine, Jake Phelps, ci ha lasciati. Lo sgomento si è diffuso tramite un articolo sul sito internet Thrasher, successivamente il tam tam mediatico l’ha portato alle orecchie di tutti. Si è spento all’età di 56 anni in circostanze ancora da definire.

Classe 1962 nasce in California, dopo vari spostamenti si stabilisce a San Francisco dove inizia a lavorare in uno skate shop. Grande amatore della tavola, in varie interviste ha raccontato di come scorrazzava su e giù lungo le ”San Francisco’s hills” da quando aveva 13 anni. In poco tempo è diventato un’icona in strada e un punto di riferimento in quel piccolo negozietto, tanto che il redattore di Thrasher  (Kevin Thatcher) fu il primo a commissionargli un articolo: una piccola colonna per recensire un nuovo prodotto. Divenne Editor-In-Chief nel 1993, dopo essere stato addetto alle spedizioni di magliette e cappellini. La sua personalità forte e burrascosa trova espressione nella miriade di storie -più o meno vere- che si raccontano sul suo conto. Era il più amato e il più odiato del mondo dello skateboard, infatti bastavano poche sue parole per portare all’apice o buttare nel baratro uno skater.

San Francisco gli deve moltissimo, uno dei più noti e più antichi skate park, il Potrero del Sol, è stato abbozzato da lui su un tovagliolo all’età di 16 anni, sebbene se ne vergognasse e non lo ammettesse quasi mai poiché la realizzazione risultò davvero terribile. Su uno dei muri storici ci sono disegnati ancora i suoi iconici occhiali squadrati a rendergliene grazie. Non si sa se sia nato prima lui o  il motto ”Skate and Destroy”, sappiamo però che nessuno avrebbe potuto rappresentarlo meglio. A questo proposito, in una recente intervista aveva raccontato come avesse passato più tempo in ospedale che un criminale in carcere: era infatti stato morso da un ragno velenoso, quasi ucciso da un proiettile, caduto da un cammello, investito da autobus, macchine e van. Nel 2017 fu  vittima di un incidente più grave dei precedenti ruzzolando sull’asfalto di Dolores downhill, riportando un grave danno alla testa, forse la causa della morte stessa. Dopo un viaggio in Sudafrica gli era stato consigliato di iniziare a prendere le distanze, o quanto meno degli accorgimenti, da quello ”Skate and Destroy” che lo stava davvero distruggendo, ma la sua risposta è diventata un mantra per tutti quelli che credono alla religione della strada : ”Lo skateboarding raramente uccide gli skater, le attenzioni lo fanno.”

A un certo punto della sua carriera ha ammesso di non essere più coinvolto nella produzione della rivista, quanto piuttosto di essere ormai un prestanome di quella identità street che si è inginocchiata sotto i colpi del boom economico della prima decade degli anni 2000, che hanno portato ad abbattere, recintare, o comunque rovinare la maggior parte dei punti d’aggregazione di quella sottocultura. Lo sviluppo della tecnologia e dei media poi, hanno fatto il resto: una pubblicazione di nicchia destinata a perdere la sua voce a poco a poco.

La grande forza di questo idolo, però, ha portato Thrasher Mag a superare anche questo ostacolo, dandogli la forza di restare al passo coi tempi, diventando un punto di riferimento dell’informazione online, registrando video ed eventi in skate park demoliti (in cui Phelps narra, o meglio, protesta, in un megafono), oltre che essere co-produttore di un web show con Vice (Thrasher King of the Road).

L’ultimo suo contributo risale a dicembre quando,  sulla vetrina di un Thrasher Shop, Phelps ha scritto : “Skateboarding vs. San Francisco is war“, epigrafe riassuntiva di tutti i suoi anni di militanza attiva in strada, servo di una cultura che l’ha assunto come padre spirituale di migliaia di ragazzi in tutta l’America e in tutto il mondo. Una San Francisco che si compone di 49 miglia di strade piene di poliziotti, vie dissestate e hills, vagabondi, gang e criminali. E ora questa battaglia riecheggerà per sempre, nel cuore di chi l’ha conosciuto, negli occhi di chi l’ha visto cadere sull’asfalto quasi senza vita solo per sfidare quelle colline che tanto odiava, nei piedi che fremono mentre spingono prima di un nuovo flip, nella memoria di chi, coscientemente o meno, ha condiviso gli ideali di uno sconosciuto e li ha fatti propri, e che nel silenzio continua a portare avanti questa battaglia di autenticità che solo la strada può dare.

Ci teniamo a riportare una frase del post commemorativo pubblicato da Tony Vitello:

There was no myth. The man was the myth.