La rivincita del gilet, da elemento marginale del guardaroba agli outfit delle celebrities, maison del lusso e brand streetwear

Articolo di

Marco Marini

Da un paio d’anni a questa parte, il gilet ha guadagnato uno spazio via via maggiore nel variegato panorama della moda maschile, sia nella versione in maglia (in inglese sweater vest), sia in quella dall’impronta utilitaristica, munita di zip, tasche, strap e altri dettagli funzionali. Una ribalta per molti versi sorprendente, soprattutto se si percorre a ritroso la storia di questo ibrido tra maglione e top smanicato, a lungo relegato ai margini del guardaroba e, comunque, considerato agli antipodi rispetto alla coolness di sfilate, marchi ad alto tasso di hype e celebrities dell’industria musicale o cinematografica.

Le origini dell’indumento risalgono alla fine del XIX secolo, ma pare che ad utilizzarlo in pubblico per la prima volta, come parte della tenuta da gara, siano stati nel 1907 i giocatori di una squadra di football del Michigan. I gilet si diffusero quindi soprattutto tra gli appassionati di sport, in particolare golfisti, vogatori e cricketer, per i quali il fattore estetico aveva ben poca rilevanza: rimuovere le maniche al topwear consentiva infatti di avere le braccia libere, mantenendo il busto al caldo. Senza contare che, in un’epoca in cui certamente non abbondavano i materiali, questa soluzione consentiva di risparmiare quantità consistenti di tessuto.

Passando attraverso le discipline sportive, i pullover smanicati iniziarono poi a fare capolino nelle uniformi delle scuole più blasonate degli Stati Uniti e, insieme a blazer, mocassini e camicie button-down, divennero un caposaldo del preppy style, l’abbigliamento collegiale dei rampolli dell’upper class americana. Da lì in poi, il gilet è stato una presenza discreta, e non così ricorrente, nell’armadio degli uomini, associata perlopiù a studenti particolarmente zelanti, che lo indossavano su camicie inamidate e pantaloni chinos; un modo per aggiungere uno strato extra al look e mantenerlo nel complesso “accurato”, trasmettendo l’immagine di una persona laboriosa, ligia alle regole, sostanzialmente estranea a trend et similia

Nonostante una parentesi di (relativa) popolarità negli anni ’70, lo sweater vest costituiva un’opzione tutto sommato marginale rispetto ai ben più gettonati maglioni, cardigan e felpe; a consolidarne lo status di capo démodé, o quantomeno ordinario, contribuivano inoltre film e serie tv: indossava ad esempio un gilet dall’improbabile fantasia maculata Ferris Bueller, protagonista di “Una pazza giornata di vacanza”; oppure Steve Urkel, goffissimo personaggio della sitcom “Otto sotto un tetto”, in aggiunta peraltro a bretelle sgargianti e pantaloni ascellari degni del miglior Fantozzi, e ancora Chandler Bing di “Friends”; non esattamente delle icone di stile, insomma.

Negli ultimi anni, però, ad attribuire piena dignità vestimentaria al capo in questione, magari aggiornato quel tanto che basta per essere in linea con i nostri tempi e non necessariamente abbinato alla camicia, ha provveduto una manciata di luxury brand, innescando un cambiamento poi estesosi all’ambito street e al fast fashion. Bisogna citare in primo luogo Alessandro Michele di Gucci, che sin dal debutto come direttore creativo della maison, nel 2015, ha promosso un’estetica definita geek chic, quella cioè di un immaginario nerd fashionista, occhialuto e dall’animo retrò, che per assemblare il proprio outfit mescola pezzi provenienti da ogni epoca e contesto, incluso il gilet, trattato alla stregua di una tela bianca su cui sbizzarrirsi, di volta in volta, con il monogramma della doppia G, i profili a contrasto, le stampe di cartoon Disney e così via. In parallelo, label come Vetements, Martine Rose e Balenciaga (sotto la guida di Demna Gvasalia), trasformando il cosiddetto normcore in un marchio di fabbrica, hanno conferito una patina di esclusività e ricercatezza ad abiti in precedenza considerati al limite dell’indossabile, tra i quali, per l’appunto, il golf smanicato. 

Senza dimenticare una stilista come Miuccia Prada, abituata da sempre a giocare con i codici di quanto viene generalmente percepito come “brutto” o “sbagliato”, che ha rivisitato da par suo il gilet nelle collezioni più recenti della griffe, arrivando a proporlo in tutte le salse sulla passerella per l’autunno-inverno 2020/21 (a trama grossa, con fantasie optical a tutta grandezza, in pelle lucida e bordato di pelliccia, eccetera). Proprio allargando lo sguardo alle sfilate per la stagione fredda in arrivo, si nota una proliferazione di variazioni sul tema, dal vest a righe multicolor, corto alla vita, di Wales Bonner a quello extra long firmato Jil Sander, che scivola sul corpo a mo’ di tunica, passando per i modelli dai pattern geometrici di Givenchy. Del resto, una maglia senza maniche era già comparsa nell’ormai arcinota capsule collection Dior X Air Jordan, declinata in blu navy, con profili bianchi e logo della co-lab ricamato sul petto. 

I principali nomi dello streetwear, dal canto loro, hanno preferito recuperare l’origine sportiva dello smanicato, accentuandone le caratteristiche più tecniche e performanti, fino a renderlo, in alcuni casi, un surrogato più o meno voluminoso dei capispalla tradizionali. Il quadro, in questo senso, è composito: se designer del calibro di Heron Preston, Matthew M. Williams e Samuel Ross hanno guardato al capo perlopiù come un layer, da sovrapporre alla mise di turno per aggiungere una nota strong, arricchito a seconda delle occasioni da chiusure a velcro, cinghie, ganci, tag e quant’altro, marchi come Stone Island, Carhartt e Nike ACG ne hanno invece fornito interpretazioni più lineari d’ispirazione workwear, contraddistinte dal gran numero di tasche; non manca neppure chi, come l’italiano Letasca, ha fatto del gilet multi-pocket il perno della propria offerta, realizzandolo in numerose varianti materiche e cromatiche.

Analizzando l’ascesa dello sweater vest ai vertici del fashion world non va trascurato, infine, il ruolo di alcune celebrità, capaci di influenzare i propri fan anche in materia di look. Il caso più emblematico è rappresentato senz’altro da Harry Styles, popstar con un debole per i modelli decisamente estrosi, come il gilet childish con disegni di pecorelle sfoggiato a New York nel novembre 2019, o quello giallo con pois a contrasto, scelto per un evento sempre nella Grande Mela lo scorso febbraio, entrambi targati Lanvin. Altri illustri habitué dello smanicato sono Ryan Gosling, che non di rado lo preferisce alla camicia sotto il completo inappuntabile, e Tyler, the Creator; quest’ultimo lo apprezza al punto da averne incluso vari tipi (dagli utility vest a quelli in lana con grafiche all-over) nelle release della sua Golf Wang, linea d’abbigliamento che rispecchia lo stile poliedrico del rapper. A conferma di come questa sorta di rivincita del gilet passi (anche) attraverso la capacità di intercettare un pubblico differenziato per età, gusti e altre caratteristiche.  

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