Samuel Heron ci ha spiegato come non essere un fenomeno usa e getta

Articolo di

Greta Scarselli

Abbiamo intervistato Samuel Heron e abbiamo capito molto di più di quello che voleva farci intendere con il titolo del suo ultimo album, “Triste”. 

Samuel viene dal ballo, dall’hip hop, quello vero e genuino, che probabilmente conosce meglio di molti di noi. Ne vive ancora i valori, ma li tiene per sé. Nella musica ha deciso di portare altro, una necessità dovuta al suo cambio di vita, al bisogno di stare bene e alla ricerca di qualcosa che va oltre il fenomeno usa e getta che sta dilagando negli ultimi anni.

Forse non lo avreste detto, ma Samuel Heron è uno tra gli artisti più lungimiranti ed è per questo che ha deciso di prendere una strada che ancora non ha un nome, non si identifica in nessun genere. Ed è stato proprio questo che gli ha permesso di portare Lo Stato Sociale, TY1 e Tony Effe su uno stesso disco. Cosa c’è di meglio della libertà e dei rischi quando le scelte sono fatte col cuore?

Nella nostra intervista Samuel ci ha parlato di come è passato dall’old school al nuovo sé, ci ha spiegato la tristezza dei numeri e il condizionamento del business.

Il ballo è stato il tuo primo amore e da quanto abbiamo capito ti ha fatto raggiungere grandi livelli e risultati. Cosa ti ha spinto a lasciarlo per rappare?

“Non è stata una decisione presa da un giorno all’altro, è stato un percorso. In realtà non me ne sono neanche fondamentalmente accorto, è stato un passaggio talmente naturale, forse è stata un’esigenza di esprimersi. Tramite il ballo ci si esprime con il corpo, ma forse avevo dell’altro nella testolina (ride, ndr). Ovviamente le parole mi hanno aiutato di più, però non è stata una cosa giornaliera, sono stati probabilmente anni e quindi se devo individuare un momento non te lo so dire, è stato un passaggio molto naturale.”

Provengo dall’hip hop più radicato e me lo sono sempre portato dietro.

Su YouTube sono ancora presenti i brani del tuo primo progetto e per quanto non ci si possa aspettare sono perfettamente old school. Cos’è successo da quel momento fino a quando non hai deciso di tornare?

“Le tracce caricate su YouTube appartengono a un periodo di vita in cui avevo molta rabbia e vivevo situazioni molto legate a un ambiente street. Ero molto affascinato da quel mondo lì, lo vivevo e stavo con gente che viveva quella realtà; avevo questa sorta di rabbia e di senso di rivalsa verso determinate cose, quindi anche la voce e l’attitudine erano molto diverse. Provengo dall’hip hop più radicato e me lo sono sempre portato dietro.”

“Cos’è successo poi? La mia prima uscita diversa fu quella con i Bushwaka. In realtà fu un cambio di vita, da La Spezia a Milano, quindi innanzitutto fu un passaggio da determinate cose legate a un immaginario più street – i casini che facevo, le scorribande – a un cambio di vita, cercando la positività, cercando di stare meglio e di mandare via le cose negative che erano successe. Questo incontro avvenne con Mike e ci siamo messi a tavolino per dirci proprio, okay, cosa possiamo fare per cambiare? Non solo proprio come persone, ma anche a livello artistico. Questo fu il passaggio, fu una cosa calcolata quasi.

Il tuo percorso ha molto di hip hop, a partire dalla breakdance fino all’omaggio a Gil Scott-Heron che porti nel nome. Secondo te in Italia l’hip hop si vive abbastanza? Le persone sanno davvero cos’è?

“Assolutamente no, c’è una diseducazione incredibile. Ma è data anche dalle persone che c’erano prima, nel senso – se così vogliamo dire – i pionieri, la versione hip hop italiana si è sviluppata principalmente in ambienti politici, o comunque centri sociali. Quindi ha sempre avuto questa radice più legata a dei valori della società ed è rimasto sempre un po’ fermo secondo me. Ovviamente è stata una cosa positiva, perché è stato anche simbolo di protesta, però è stato un po’ anche il freno, avere questi valori legati alla politicizzazione del genere. 

Ce ne siamo staccati secondo me con gli anni, nel senso che poi ovviamente chi apparteneva a quella scuola non è stato più da freno, però si sono perse poi anche le cose positive, quindi i valori che appartenevano a quella cultura.

Io li conservo per me, li condivido con pochi amici ecco. Né il pubblico adesso giovane, né gli esponenti della musica urban conservano questa cosa, non penso.”

Devo essere anche realista e dire che c’è una decadenza nell’arte, nella musica, nella comicità, in tutto. Però non è legata all’hip hop, ecco.

Secondo te la situazione migliorerà in futuro?

“Io sono molto catastrofico, la situazione non la vedo tanto rosea, ma non per l’hip hop o per questi valori. Per altri valori che vengono a mancare, per il rispetto della musica, dell’artisticità, della profondità, del pensiero. Sicuramente non la vedo male perché non è considerato l’hip hop, non sono uno di quelli che dicono che le cose devono essere fatte per forza così, sono molto aperto, sono stato io uno dei primi a staccarsi da determinate cose. Quando da La Spezia mi sono mosso a Milano sono sempre stato di larghe vedute, però devo essere anche realista e dire che c’è una decadenza nell’arte, nella musica, nella comicità, in tutto. Però non è legata all’hip hop, ecco.”

Non mi voglio radicare a un genere, sentirmi parte di qualcosa, ma solo della musica.

In un’intervista hai detto che essere parte della scena rap attuale non è una cosa buona per restare a lungo. Perché?

“Si parla sempre di Samuel, io parlo della mia visione vissuta in prima persona. Penso che legarsi a un genere solo, a una realtà, uno stile e basta, vuol dire limitarsi. Se adesso dovessi appartenere a una scena trap ovviamente non sarebbe un limite, sarebbe una marcia in più, no? Potrebbe essere un valore aggiunto. A livello temporale – io sono abbastanza lungimirante, ma perché penso sia anche la caratteristica di chi fa questo lavoro, quella di vedere sempre avanti – quando il genere muterà, quando le idee cambieranno, quando le persone cambieranno, bisognerà cambiare – cioè “bisogna”, almeno io voglio cambiare – e secondo me essere così radicati a un genere o a uno stile tante volte frena questo cambiamento e quindi porta alla morte artistica dell’individuo.

Io penso questo, quindi ecco non mi voglio radicare a un genere, sentirmi parte di qualcosa, ma solo della musica. Ed è difficile eh, non è facile farlo capire, perché poi sembri uno che odia il genere. Io non demonizzo nessun artista o nessun genere, è semplicemente un discorso di durata, nel senso, a 50 anni poi dobbiamo comprarcelo il pane (ride, ndr).”

Pensare che fosse una buona idea era rischioso quanto ammettere di essere una persona triste.

Il tuo ultimo album è intitolato “Triste”. Di solito è il lato che si tende a nascondere, cosa ti ha fatto pensare che metterlo in copertina a caratteri cubitali fosse una buona idea?

“Probabilmente non è stata una buona idea (ride, ndr). L’intenzione era quella, pensare che fosse una buona idea era rischioso quanto ammettere di essere una persona triste, quindi è sempre un mettersi a nudo e le persone, quando sei allo scoperto, possono giocare più facilmente a sconfiggere i tuoi lati deboli.

Metterlo in mostra è un avviso, un avviso di quello che sicuramente sono io e di quello che sarò, di non mascherasi dietro a questa superficialità che dilaga nella musica e nei social. Ho voluto lanciare questo micro segnale, chi l’ha percepito sicuramente è una persona attenta e sono contento, per gli altri ci sarà ancora tempo per digerire la cosa. Però sicuramente questa parola, che è parte integrante della mia vita, per il mio carattere, la mia persona, andrà a uscire sempre di più nella musica e questo non vuol dire che farò dei testi tristi, ma che verrà fuori la mia personalità.”

“Tutti vogliono sapere chi è Liberato, ma chissene frega”. Qual è – se c’è – il lato veramente triste di fare l’artista?

“Per me è il fatto che non si ha più – almeno io, non vedo – la libertà di mostrare una determinata parte dell’essere artisti, cioè quella un po’ più profonda. Ovviamente cambia da persona a persona, per me è così. È difficile mettere in musica quelle sensazioni, quei sentimenti più veri e raccontare magari cose, non scomode, però sicuramente non pop. Alla fine si ricade sempre nella musica fatta per il business. Ecco, fare musica oggi è limitante perché ci sono una serie di cose che condizionano l’artista, dei meccanismi che ovviamente ci influenzano. Io penso che ognuno di noi quando si mette a scrivere qualcosa pensa già ai plays su Spotify e alle views su YouTube.”

Siamo un po’ dipendenti dai numeri.

“Esatto, siamo dipendenti dai numeri e questa secondo me è una delle cose peggiori dell’essere artisti. Penso questo, nel senso, tanto io soffrire soffro, ma almeno ho la giustificazione di far musica. E invece quando non hai neanche quel godimento perché lo fai, tante volte, condizionato, è una doppia sofferenza. Poi trovare persone che la pensano come me credo sia raro, però io sono fatto così.”

Gianluca è un nome presente nelle tue canzoni e proprio grazie ad esse sei riuscito a incontrarlo di nuovo. Non è schiacciante comprendere il peso e la potenza che possono avere le tue parole in un brano?

“È molto bello, non vedo un lato negativo nell’esposizione delle parole. Se uno con consapevolezza riesce a usarle con criterio, spero che le persone percepiscano cose buone e ne traggano la parte migliore. Non mi sento la responsabilità di dire oddio, se dico qualcosa qualcuno la prenderà male, quella roba lì non me la vivo per fortuna, sono abbastanza leggero. Al massimo in maniera positiva, per far accendere qualche lampadina (ride, ndr).

Riuscire a incontrare di nuovo questa persona è stata una cosa stupenda, la metto tra le cose belle che sono successe tramite questo disco, sul podio sicuramente. È più facile colpire le persone che mi capiscono, è sempre stato più difficile per me poter ampliare la mia parola, non so perché. Forse come penso, come mi pongo, tengo ad essere un po’ più escluso. Quindi poi chi realmente comprende le mie parole, vuol dire che allora colpiscono, riesce ad apprezzarle. Poi non ho un’esposizione nazionalpopolare da poter dire che tutti sono condizionati da quello che dico, perché non è così, però lo spero (ride, ndr).”

Nell’album ci sono pochi featuring, ma ricoprono stili completamente diversi. Come sei passato da Lo Stato Sociale a TY1, fino a Tony Effe?

“Sono legati tutti dal fatto che sono una conoscenza, reale e personale. Quindi ovviamente deriva innanzitutto dalla stima, in secondo luogo dal fatto che ci conosciamo e tutto è nato in maniera molto naturale. Il salto stilistico – se così si può dire – per me non esiste, come dicevo prima, non legandomi a nessun tipo di paletto di genere poi non mi lego neanche a nessun tipo di personalità con cui poter collaborare, quindi per me è davvero tutto naturale.

Però ecco il collante tra tutte queste persone in realtà poi sono io e sono le mie idee, quindi veramente… Tony con Lodo (ride, ndr), ma è un bell’incontro in realtà, a livello di vita Lodo è molto più rockstar di Tony, fidati.”

È un progetto di lunga veduta e non usa e getta. Due o tre anni fa magari potevo avere questa mentalità. Tutti un po’ ci cadono, è normale.

“È rischioso prendersi libertà così ora. Almeno, per quello che vedo io, o meglio, per come la gente mi ha identificato, a causa anche mia. Ovviamente ho fatto capire io determinate cose alle persone e magari ho messo io un limite, per me in questo momento era rischioso poter prendere una decisione del genere. Nel senso, io ho sempre rischiato, da quando ero io a quando abbiamo fatto i Bushwaka, da quando poi abbiamo deciso di finire il progetto e ripartire. Ho sempre preso decisioni anche musicali e d’immagine molto rischiose, tra virgolette, ma ho sempre fatto quello che mi sentivo, questo sì. E si sta un po’ perdendo.”

“Io nel mio lo sto facendo, poi so che è un percorso sicuramente più lungo, è un progetto di lunga veduta e non usa e getta. Due o tre anni fa magari potevo avere questa mentalità. Tutti un po’ ci cadono, è normale. Io alla fine ho 28 anni, ho cambiato il mio modo di vivere e quindi di conseguenza anche la mia musica e il mio approccio cambia, è normale.”

Adesso che è passato un po’ dall’uscita del tuo disco possiamo chiedertelo. Le persone hanno capito quello che volevi dire?

“Mi ricollego al discorso di prima, le persone che sono più interessate e quelle che sicuramente sono più sensibili a capire la mia parola l’hanno capito, tutte le altre no. Ma non che non gli sia piaciuto il disco, attenzione, sono due cose diverse, c’è chi ascolta il pezzo divertendosi con gli amici, ed è giusto così, e c’è chi percepisce poi realmente quello che c’è dietro, il messaggio e la personalità dell’artista. Penso che chi abbia avuto l’interesse reale l’abbia compreso, sì. 

Questo è l’inizio di un nuovo percorso, anche nei testi non mi sono limitato ma sono ancora in fase embrionale di una mia crescita. Non potevo, o meglio, non mi sono sentito di fare un passaggio netto da una cosa all’altra, ma un accompagnamento a quello che sarò.”

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