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Sangiovanni ha appena cominciato

Articolo di

Matilde Manara

Sangiovanni è considerato uno dei cantautori più promettenti mai usciti dal talent Amici. Classe 2003, nato a Vicenza, al momento leader indiscusso delle classifiche con il suo primo EP “Sangiovanni”, è l’artista dai molteplici dischi di platino che quest’anno tutti hanno conosciuto. Questa è la presentazione che in molti farebbero di lui, noi però ne abbiamo scelta una un po’ diversa.

Mi sono sempre chiesta cosa volesse dire essere artisti, cosa significasse avere successo da giovani, se fosse difficile, se fosse stressante, se fosse bellissimo. Se automaticamente si diventa investitori e investiti del da grandi poteri derivano grandi responsabilità e se, a quel punto, si ha la possibilità di fare la differenza. Mi sono sempre chiesta, anche, cosa succede quando tutte queste cose incontrano una persona genuina, introversa. Ed è da questo presupposto che è iniziata la nostra conversazione.

Quando fai un talent e da un giorno all’altro cambi casa, vita, routine e soprattutto ci sono tanti occhi che ti guardano fare cose solitamente private. Fai colazione in pigiama, esci malconcio dal letto la mattina, ma c’è tutta Italia che ti guarda. Cosa vuol dire, da persona riservata, vivere sotto le telecamere di Amici? «Sicuramente all’inizio è stato un po’ pesante perché, come hai detto tu, sono riservato su certe cose e mi piace il privato e soprattutto mi piace stare in una vita normale, semplice. Quindi all’inizio sì, è stato strano, ma quando sei lì ti abitui, dopo non ci fai nemmeno caso alle telecamere e non pensi più al fatto che ti stanno guardando tantissime persone, e infatti sono riuscito ad essere me stesso e fare un percorso trasparente. Poi sai, io lo volevo talmente tanto che tutto il resto è passato in secondo piano».

Non ho mai rivisto Amici dopo essere uscito, è una cosa che ho vissuto e voglio rimanga nella mia testa così. Mi è capitato di riguardare qualcosa, magari in famiglia, ma non tutto il percorso.

Sangiovanni ad Outpump

Sangiovanni, come dice lui stesso, ha davvero desiderato questo percorso ma, come è fisiologico che sia, farcela prevede dei cambiamenti e diverse conseguenze, molte legate anche alla notorietà. «Beh, è un po’ quello che stavamo dicendo prima, no? Il fatto di fare un percorso così pubblico fa sì che tutte le cose che vivo non siano più private. Ma in particolare prima di Amici io mi esprimevo con la musica, dicevo delle cose, e nessuno avrebbe mai saputo a chi fossero indirizzati i testi che scrivevo e ora probabilmente invece sì, questo mi destabilizza».

Il suo ragionamento, sul momento, mi ha colta di sorpresa perché, tra tutte le cose che immaginavo potessero turbarlo dell’essere un personaggio pubblico, il timore di perdere l’universalità delle sue canzoni a discapito del suo privato non era un concetto che avevo preso in considerazione. Non la privacy, non la normalità, non l’attenzione mediatica quindi. Il focus per lui è sulla musica. “Io scrivevo una canzone e poi ognuno la poteva rendere propria con le sue esperienze, ora invece tutti si immaginano a chi sono destinati i pezzi, per chi li scrivo, e ho paura che per chi ascolta non siano più canzoni universali, non riescano più a trasportarle nelle loro vite».

Durante il percorso ad Amici, proprio perché pubblico, di Sangiovanni non è emersa solo la musica ma anche la personalità. Una serie di ideali e pensieri di inclusione per i quali, fuori dal programma, è diventato presto un simbolo di apertura, un riferimento per molti che condannano la mascolinità tossica e non si rispecchiano nel canone di uomo preconfezionato. «È brutto parlarne nel 2021 perché non dovrebbe più esistere, ma la mascolinità tossica per me è basarsi su tanti stereotipi, tanti limiti della mente, portati avanti da uomini e donne che riescono ad accettarsi come tali solo in determinati casi. In questa visione l’uomo chiaramente deve essere alto, bello, muscoloso…tutte cose che per me non esistono. Credo che in ogni persona ci sia un po’ di tutti e due i sessi e forse alcuni lo reprimono per questa paura di essere visti come non idonei».

La riflessione, come spesso mi è capitato di notare parlando con lui, non si ferma a un giudizio sugli altri, c’è sempre anche una fase di autoanalisi, e infatti continua a spiegarsi ampliando questo concetto. «Nel mio caso riconosco di avere dei lati femminili e mi piacciono, sono me stesso sempre. Ho sentito anche dei commenti banalmente per il fatto che uso lo smalto, sembra che lo smalto influisca sulla virilità. Da un lato non capisco perché l’uomo di oggi debba essere per forza virile, dall’altro ugualmente non so perché lo smalto dovrebbe sottrargliela».

Su questo tema il cantante si è esposto in più casi, ma sempre in modo educato, poco rumoroso, in linea con la sua persona. Da dove si passa per cambiare queste concezioni? «Se avessi la soluzione avrei già cambiato le cose, davvero (sorride, ndr). Io lancio il mio messaggio senza magari fare tanto rumore, come dici tu, perché le parole sono molto forti, io ci do tanto peso, quindi se vengono ascoltate si può cambiare qualcosa. Per farle ascoltare, però, non serve per forza ricorrere a modi rumorosi, bisogna cercare di capire cos’hanno le persone nella testa e tanta unione. C’è bisogno anche di ideali positivi che promuovano questo pensiero, so che è un paragone lontano, ma io mi rifaccio sempre a quello che ha fatto Martin Luther King. Con un enorme discorso ha trovato il seguito di tantissima gente e forse è proprio questo che serve: trovare le persone giuste che vogliano ascoltare quello che hai da dire, e che a loro volta, dopo, lo dicano a qualcun altro».

So che non si arriverà mai a cambiare la mentalità di tutti, ognuno è libero di pensare quello che vuole, però io ci spero tanto.

Sangiovanni ad Outpump

Guardando al panorama internazionale, ci sono realtà molto meno succubi di noi degli stereotipi. Basti pensare agli Stati Uniti con tutta l’ASAP MOB, in particolare ASAP Rocky, ASAP Nast, ma anche Lil Nas X in un’altra maniera, artisti liberi a 360° nel loro modo di essere e apparire, con un pubblico che li accetta perfettamente senza mettere in discussione la loro credibilità. La musica come convoglio di normalizzazione sembra un concetto più lontano in Italia, ma che potrebbe avere un enorme potenziale. «Sicuramente si potrebbe fare di più, credo sia proprio quello che dicevo prima: se tu in qualche modo diventi un idolo per la tua musica, per la tua arte, e sei te stesso fottendotene della credibilità, alla gente arriva. Penso anche a Justin Bieber, all’inizio ad ascoltarlo erano solo le ragazzine e tutti gli davano dello sfigato perché era femminile, cantava con la vocina sottile, e guardatelo ora, è diventato talmente tanto un idolo che tutti lo seguono e, anche se ci sarà ancora qualcuno che avrà qualcosa da dire, ha allargato la mente a tantissima gente. Perché mai non si potrebbe fare lo stesso in Italia?». 

Perché non si potrebbe? In effetti si potrebbe, e qualcuno ci sta provando, ma nella lettura di questo argomento esistono diversi punti d’osservazione e uno lo mette in luce proprio Sangiovanni: «È vero anche che in America è tutto più ingigantito, loro sono molti di più e sono tanti artisti tra cui trovare un proprio punto di riferimento, con delle idee in cui ti rispecchi. Anche il pubblico italiano lo fa ma tende a guardare direttamente gli Stati Uniti per trovare il proprio, passano proprio oltre la musica italiana senza considerarla una possibilità in questo senso. Ma sarebbe figo che ci fosse qualcuno anche qui in grado di diventare un’ispirazione».

Ci siamo confrontati sull’Italia, sugli italiani ma anche sull’italiano come mezzo di espressione, e ne abbiamo discusso perché dentro ad Amici lui ha deciso di puntare molto sulla nostra lingua, una scelta diciamo impopolare rispetto alle ultime edizioni del programma e alle tendenze che, in generale, spingono ad internazionalizzarsi. «Sì, in realtà io credo fortemente nella forza della nostra parola anche all’estero e forse si sta anche muovendo qualcosa da questo punto di vista. Diversi artisti italiani stanno riuscendo ad affacciarsi sull’Europa e sul mondo. Credo che la nostra cultura sia interessante e sono assolutamente fiducioso, penso che possa funzionare tantissimo».

Diversi elementi, per il momento, gli danno ragione sulla scelta che ha preso e tra questi anche i numeri: il suo EP d’esordio ha totalizzato e sta totalizzando grandi risultati che moltissimi artisti, anche maturi, non raggiungeranno mai e che per altri rappresenterebbero l’apice della carriera. Questa, in un certo senso, può essere un’arma a doppio taglio per un cantante così giovane. «Io dico sempre che se avessi paura non farei quello che faccio, ovviamente ci sono tante pressioni, tante cose che diventano pesanti, però non ho paura di quello che mi è successo. Parto sempre da un concetto molto puro e cioè che faccio musica per fare bene alle persone».

Sangiovanni è grato del riscontro ricevuto e spera di non cedere a dinamiche diverse: «Ho la fortuna di poter rimanere molto puro in quello che faccio quando penso alla musica e mi auguro che ad un certo punto non diventi solo business, mi impegnerò per non entrare in una logica solo rivolta a quello, perché è una cosa troppo sacra, che mi appartiene».

Di questa questione della lingua italiana parliamo anche in relazione ad un altro argomento che sono le cover e la loro valutazione/svalutazione. Sangiovanni dentro Amici, come prevede sempre il programma, ha fatto anche delle rivisitazioni di brani di altri artisti, che sono state molto apprezzate. Le cover sono un argomento caldo vista la recente scalata dei Måneskin con la loro versione di “Beggin’” e l’artista vicentino ha una sua visione. 

«Secondo me dipende sempre dal brano che fai e dalla reinterpretazione che ci metti, ci sono cover che hanno spaccato molto più della versione originale, ma sicuramente ad oggi chi ascolta un artista vorrebbe sentire cose inedite, nuove, quindi sì, credo sia sottovalutata come operazione. Se hai spaccato con un brano che già quando è uscito, nella sua versione originale, ha avuto tanto successo vuol dire che l’hai fatto veramente bene. Fare la cover di una hit è molto difficile».

Sangiovanni capisce, in generale, quello che le persone vorrebbero dalla sua musica, quello che sentono vicino, ed è un’analisi che, di nuovo, sa riflettere anche su sé stesso e sulle sue sensazioni. «Parto dal presupposto che se un pezzo non mi rappresentasse credo non lo pubblicherei proprio, sono tutte esperienze che ho vissuto ed emozioni forti, ma forse ad oggi quello che io sento di più è “Tutta La Notte”, perché l’emozione che ho sentito quando ho scritto e registrato quel pezzo non l’ho mai avuta per nessun’altra traccia. Quel giorno lì sono andato in studio per un’altra canzone, si era fatta sera e dovevo tornare a casa, avevo dieci minuti contati e questo mezzo testo che avevo scritto due giorni prima. In dieci minuti ho fatto due rec e ho detto a Bias, che è un amico oltre che produttore, ti prego fammi urlare che ho bisogno di sfogarmi ed è uscita “Tutta La Notte”. Le rec di quella sera sono le stesse che si sentono tuttora nel pezzo. “Malibù”, invece, ad oggi forse è il brano che mi dà meno sensazioni, ma per il semplice fatto che è un pezzo più leggero, più happy, è sicuramente una sensazione diversa, sì».

Dopo il percorso in un programma televisivo può capitare di chiuderti in una bolla in cui non riesci a vedere le cose chiaramente, in cui sei quasi sollevato da terra. Quella, forse, è la sensazione che più di tutte ti può anche distrarre una volta tornato nella vita normale, ed è probabilmente la parte pericolosa di questo tipo di formazione. «La mia percezione è quella di non aver fatto ancora niente, quindi mi sento ancora al piano terra, per sollevarmi devo costruire un grattacielo enorme. Al di là di questo, credo che quella sia più la percezione che hanno gli altri di te che ti porta a sentirti così: quando esci da un programma televisivo alcune persone ti vedono come un supereroe, a volte un idolo, un qualcosa da seguire non solo per la musica ma anche solo per il fatto di essere stato in TV. Ieri parlavo con Zef (ndr. Stefano Tognini) proprio di questo. Lui facendo il produttore è sempre stato magari un po’ dietro l’artista, non ha mai avuto persone che per strada chiedono foto o cose di questo genere, nemmeno nel suo paese, anzi soprattutto nel suo paese magari lo prendevano in giro per la sua scelta lavorativa. Quando l’hanno visto in TV mille chiamate per dirgli wow Zef sei il numero uno, sei pazzesco, come se la televisione fosse l’ultimo piano a cui puoi arrivare. In realtà per me non è assolutamente così, per me è più un punto di partenza. Io non mi sento sollevato e punto a stare più a terra possibile».

Sangiovanni ha parlato spesso di ciò che gli piacerebbe fare in futuro, anche in termini di collaborazioni. Il suo rapporto con Madame è speciale, e potrebbe tradursi anche in un lavoro a quattro mani, mentre in altre occasioni ha ammesso che il suo featuring dei sogni sarebbe Justin Bieber che per lui, come ha fatto intendere, è un grande esempio. Per quanto diversi, gli artisti citati sono entrambi vicini all’immaginario di Sangio; qual è invece il featuring meno confident che potrebbe fare, la collaborazione più ambita con l’artista più lontano possibile dalla sua comfort zone? «È facile rispondere a questa domanda (ride ndr), ti dico Taxi B. Secondo me lui, assieme a tutto il progetto FSK, è una delle cose più fresche in circolazione. Chiello probabilmente fa cose più vicine alla mia roba, no? Penso anche ad “Acqua Salata”. Senza nulla togliere a Sapo poi, Taxi ha qualcosa che tutte le volte che lo sento cantare mi vengono i brividi. Io l’ho sempre seguito e ora ci siamo scambiati due messaggi ed è assurdo, fino all’altro giorno me lo ascoltavo e ora posso avere la possibilità di confrontarmici. Fosse per me farei un featuring oggi, adesso (ride nrd)».

E i produttori invece? «Questa è una domanda interessante perché fortunatamente ora posso avere la possibilità di collaborare con diverse persone e il produttore non è come l’artista, ha meno esigenze relative a momenti in cui non può fare featuring o limiti di uscite ecc. Proprio perché un producer da questo punto di vista è più libero, spero che si possa realmente concretizzare qualche pezzo. Comunque mi piacerebbe lavorare con Mace, perché il suo ultimo disco per me è veramente forte, e forse ti direi anche tha Supreme, la sua grandezza sta nella capacità di produrre, comporre, fare tutto da solo e questo mi affascina molto e credo sarebbe davvero interessante come proposta trovarci noi due assieme».

Quindi potremmo aspettarci una traccia Sangiovanni feat. Taxi B, prodotta da tha Supreme? «Sarebbe una vera hit, no? Lo farei subito».