Music

Sanremo: quando gli artisti non fanno silenzio

Articolo di

Marta Blumi Tripodi

Tutti lo vanno ripetendo da anni: la nostra soglia dell’attenzione si sta drammaticamente abbassando, e non si può più contare sul fatto che il pubblico si prenda il tempo di fare analisi più profonde sui contenuti proposti. Vale anche per le canzoni di Sanremo, ovviamente. Così succede che quei messaggi impegnati che una volta venivano semplicemente accennati, o nascosti tra le righe, oggi devono essere esplicitati in maniera sempre più netta, altrimenti il rischio è che non se ne accorga nessuno. A un primo esame, quindi, potrebbe sembrare che quello del 2024 sia un Festival particolarmente “coraggioso”, in cui gli artisti si esprimono su argomenti complessi prendendo posizioni anche scomode. In realtà, in una certa misura, lo hanno sempre fatto: più semplicemente, nell’era del costante multitasking e della distrazione perenne, è necessario essere chiari e didascalici se si vuole che il messaggio salti all’occhio (anzi, all’orecchio).

Quello dell’Ariston è sempre stato un palco in cui le rivendicazioni hanno trovato grande spazio. A volte si tratta di istanze collettive: nel 2016, ad esempio, buona parte degli artisti in gara aveva cantato stringendo tra le mani un fascio di nastri arcobaleno, schierandosi a fianco della comunità LGBTQIA+ per convincere il governo ad approvare la legge sulle unioni civili. Altre volte, invece, è il singolo cantante a presentare testi con un particolare significato. Solo per guardare alle edizioni più recenti, nel 2007 Simone Cristicchi si è esposto sul tema della malattia mentale con Ti regalerò una rosa, scritta dal punto di vista di una persona rinchiusa in un ospedale psichiatrico (e aveva anche vinto); un espediente narrativo simile lo ha usato Mirkoeilcane nel 2018 con Stiamo tutti bene, un altro monologo da brividi, stavolta dal punto di vista di un bambino migrante su un barcone alla deriva nel Mediterraneo. Sempre nel 2018 Nina Zilli era in gara con Senza appartenere, contro la violenza sulle donne; e nel 2020, in un Ariston privo di pubblico causa pandemia in corso, Willie Peyote si è presentato con Mai dire mai (la locura), ricca di riferimenti alla situazione disastrosa del settore dello spettacolo dal vivo durante il Covid. E gli esempi sarebbero ancora tanti.

Quest’anno parecchi tra gli artisti in corsa hanno scelto brani dalle tematiche impegnate, ma soprattutto testi talmente auto-evidenti da non necessitare di ulteriori spiegazioni: quando li ascolti per la prima volta, capisci subito di cosa parlano. È il caso di quello di Fiorella Mannoia, Mariposa: un inno alla forza del genere femminile, in cui fin dai primissimi versi (“Sono la strega in cima al rogo / Una farfalla che imbraccia il fucile / Una regina senza trono”) il significato arriva diretto e chiarissimo, senza giri di parole. Idem per BigMama, che con La rabbia non ti basta presenta una lettera aperta alla sé stessa del passato, con forti riferimenti al bullismo: se anche qualcuno avesse dubbi sulla persona a cui si rivolge, svaniscono non appena si arriva al ritornello (“Guarda me / Adesso sono un’altra / La rabbia non ti basta / Hai cose da dire”). La battaglia per le seconde generazioni portata avanti da Ghali in Casa mia emerge doppiamente, sia dalle sue barre (“Ma qual è casa tua? / Ma qual è casa mia? / Dal cielo è uguale, giuro”) che dal fatto che in ogni sua performance è accompagnato dal pupazzo di un alieno, simbolo dello straniero; la parola alien in inglese significa proprio questo. Per Ghali sono poi state necessarie delle spiegazioni, date con un post su Instagram in cui l’artista afferma di essere andato a Sanremo per portare un messaggio: dobbiamo evitare che il silenzio suoni come assenso.

C’è anche chi ha sentito il bisogno di spiegare alla stampa e ai fan di cosa parlavano i brani, onde evitare spiacevoli fraintendimenti. Il Tre, che si presenta con le strofe più intricate e metricamente complesse di tutto il Festival, ha preferito dichiarare a monte l’argomento del suo pezzo Fragili, ovvero la salute mentale: “è una canzone che dedico a chi non ha ancora imparato a convivere con i propri tormenti e a chi, come me, fa ancora fatica a guardare le crepe sul proprio corpo” aveva scritto su Instagram già due settimane fa. Non solo: durante tutta la settimana a Sanremo presenterà degli incontri dedicati al tema. Alessandra Amoroso ha invece spiegato la genesi di Fino a qui (che in un primo momento sembrava parlare di attacchi d’ansia e di panico) nel corso della prima conferenza stampa sanremese. A causarle un periodo di fortissimo stress sono stati i suoi hater sui social, di cui ha letto svariati e violentissimi commenti davanti ai giornalisti attoniti: la canzone, quindi, è soprattutto una denuncia di come l’odio online può avere ripercussioni anche nella vita reale. 

C’è poi chi è stato frainteso a monte, tipo Mr. Rain, che con Due altalene si mette nei panni di un padre che ha perso tragicamente i suoi due bambini. A un primo ascolto superficiale praticamente nessun giornalista l’aveva capito, e molti l’avevano scambiata per una semplice canzone d’amore, cosa che ha reso necessaria un’ulteriore spiegazione da parte dell’ufficio stampa (come ad esempio era già successo qualche anno fa con Musica leggerissima di Colapesce e Dimartino, una traccia apparentemente spensierata che in realtà parlava di depressione). La Sad, a perenne rischio fraintendimento perché il look oscura il contenuto, ha messo in scena una performance per farsi capire fino in fondo. Autodistruttivo poteva essere preso per un pezzo sulla voglia di sballarsi e fare casino anche a costo di farsi del male, ma parla in realtà di tendenze autolesioniste e di suicidio, in particolare tra i giovanissimi. Così il trio ha portato sul palco un gruppo di volontari del Telefono Amico, la helpline a disposizione di chi teme di essere a rischio di commettere un gesto estremo: mostravano cartelli con i messaggi di alcuni ragazzi che si erano rivolti a loro, corredati dalla didascalia “Non parlarne è un suicidio”. 

Menzione speciale, infine, a Dargen D’Amico, la cui canzone Onda alta ha un sound talmente particolare e martellante che l’argomento (i migranti, i viaggi della speranza, gli sbarchi, la povertà nell’area del Mediterraneo) poteva passare quasi inosservato. Come d’altra parte era già successo con Dove si balla, che conteneva anche questa tematica, all’epoca ignorata dai più: per credere, provate a leggere con altri occhi i versi “Per restare a galla / negli incubi mediterranei / che brutta fine, fermi al confine / la nostra storia che va a farsi benedire”. Stavolta, nel dubbio, ha deciso per una strategia a prova di ottuso, per così dire: oltre ad avere accompagnato la canzone con una serie di iniziative ad hoc (ad esempio il ciclo di incontri Edicola Dargen, moderato da Tlon e con ospiti mirati, da Cecilia Strada di ResQ a Alessandro Porro di SOS Méditerranée), sul palco dell’Ariston ha dichiarato apertamente la sua posizione in merito alla questione. Alla fine della sua esibizione, dopo aver fatto i complimenti alla sua nipotina che studia a Malta, ha aggiunto: «Nel Mar Mediterraneo però ci sono bambini sotto le bombe, senza acqua, senza cibo. E in questo momento il nostro silenzio è corresponsabilità. La storia, Dio, non accettano la scena muta. Cessate il fuoco». Ogni riferimento a Gaza non è puramente casuale. Nonostante la standing ovation per l’unico che ha avuto il coraggio di esprimersi davvero su questa tragedia in corso, anche Dargen ieri sera si è sentito in dovere di dare una spiegazione, iniziata con un «non volevo essere politico» a cui Diodato ha risposto «io ti ho sentito solo umano». Non a caso, Dargen si è espresso più volte sull’argomento: anche ieri sera, dopo il medley di Morricone e Modigliani, ha invocato nuovamente un cessate il fuoco, richiamando l’attenzione sul fatto che a poche centinaia di chilometri da noi ci sono bambini che vengono operati senza anestesia, in condizioni igieniche tragiche, alla luce di una torcia per cellulari.

E arriviamo appunto alla serata delle cover, che in teoria dovrebbe essere la più frivola e poco impegnata dell’intera kermesse, una specie di gigantesco karaoke a beneficio dell’Ariston e dei telespettatori. E invece nell’edizione 2024 è stata la più politica di tutte, finora. Oltre al già citato gesto di Dargen (accompagnato tra l’altro dalla Babelnova Orchestra, formata da migranti), è andata in scena una performance se possibile ancora più forte e significativa, quella di Ghali. Accompagnato da Ratchopper, producer tunisino che ha arrangiato il suo medley Italiano Vero, ha attaccato con il testo in arabo di Banya, che è sì la traccia d’apertura di Sensazione Ultra, ma soprattutto è il nome della nave che ha finanziato e donato all’ONG Mediterranea Saving Humans, e che finora ha già salvato 227 persone, tra cui un bambino di appena due mesi. Poi è passato a Cara Italia, che negli anni è diventato un manifesto delle seconde generazioni, e soprattutto una spina nel fianco per Salvini e soci; e infine ha chiuso con L’italiano di Toto Cutugno, un pezzo che è conosciuto ovunque nel mondo, ma che cantato da lui assume tutto un altro senso.

L’impatto è stato enorme, tanto che – pur se non partiva tra i favoriti – alla fine della serata Ghali si è classificato quarto, votato in massa da chi si è sentito finalmente rappresentato su quel palco. Ricordiamo che è il primo artista davvero di seconda generazione (cioè figlio di due immigrati, e non di un/a immigrato/a e un/a italiano/a) a partecipare tra i big. Su Twitter è stato sommerso da una valanga di consensi da parte della sinistra italiana, ma stranamente gli esponenti di spicco di quella destra che non si lascia mai scappare l’occasione di commentare non ha ancora osato esprimersi. Così come non si sono espressi, e ci aspettiamo che lo facciano, su Geolier che vince la serata asfaltando tutti al televoto. Ieri il critico musicale de Il Giornale, Paolo Giordano, rivelava che nella seconda serata Geolier ha ottenuto da solo più televoto degli altri 14 concorrenti messi insieme, e anche questa è una notizia: con buona pace della destra e di parte della sinistra, che lo considerano violento e diseducativo, il rap italiano ha dimostrato ancora una volta di essere qui per restare. Ed è possibile che per la prima volta vinca Sanremo: con il governo attualmente in carica, questo è l’atto più politico in assoluto.