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Secondo il CEO di Spotify gli artisti dovrebbero lavorare di più e lamentarsi di meno

Articolo di

Greta Scarselli

Foto di

Akio Kon

Daniel Ek, CEO di Spotify, è stato chiaro: gli artisti dovranno pubblicare molta più musica in futuro se vorranno effettivamente ricavarci qualcosa. Ma le sue affermazioni non sono piaciute.

In una recente intervista, il miliardario Daniel Ek ha parlato del suo impero, Spotify, e di come questo si evolverà nel prossimo futuro, andando ad infilarsi fastidiosamente tra l’artista e il suo bisogno di fare musica. Daniel in questo non vede nessun problema, gli artisti, secondo lui, dovrebbero rendersi conto di avere un impegno con i propri fan, e dovrebbero quindi soddisfarli pubblicando brani e album in tempi molto più brevi di ciò che viene fatto adesso. Eppure, la critica che gli è stata mossa da molti a seguito dell’intervista, è il fatto di vedere la musica come un prodotto sfornato, incartato e spedito agli utenti. La musica nasce da un bisogno, dall’esigenza di trasmettere emozioni, ed è impossibile, nonché dannoso, forzare questo tipo di processo.

Ma la piattaforma di Ek non si fermerà certo di fronte a questo. Nonostante le numerose e continue critiche da parte degli artisti verso il metodo di retribuzione utilizzato, Spotify non cambierà di una virgola, anzi, in futuro non sarà più possibile pubblicare un album ogni tre anni, dice Daniel, gli artisti che oggi tutto sommato se la cavano, dovranno mettersi al lavoro per ottenere di più.

Artisti che in passato hanno lavorato bene, potrebbero non ottenere gli stessi risultati in futuro. Non sarà possibile registrare musica una volta ogni tre o quattro anni, non possono pensare che basterà.

Daniel Ek

In poche parole, il mercato musicale è cambiato e lo farà ancora, ma si sposterà sempre più nella direzione descritta da Ek, inutile lamentarsi per le royalties, i musicisti devono semplicemente lavorare di più.

Spotify utilizza un modello pro rata per pagare gli artisti, e questo, purtroppo, favorisce soltanto gli artisti di punta, mentre lascia a mani vuote quelli meno famosi. Ciò accade perché i guadagni di ogni brano si basano sulla quantità di volte che questo è stato riprodotto in confronto ai brani più ascoltati della piattaforma. I 9.99€ che paghiamo mensilmente, quindi, non vanno dritti nelle tasche degli artisti che abbiamo ascoltato, bensì andranno a far parte di una somma totale che verrà poi suddivisa in proporzione a tutti i tempi di ascolto, e non in base ai download che il singolo artista ha accumulato. Il risultato è che ogni mese questi valori variano e, mentre i grandi musicisti vengono abbondantemente pagati, quelli minori ne ricavano pochissimo.

Purtroppo le polemiche nel tempo, così come quelle odierne, non sono servite. Artisti quali Taylor Swift, Jay-Z o i Coldplay hanno lottato per anni, arrivando al punto di ritirare la propria musica dalla piattaforma, ma ad oggi nessuna di queste battaglie ha portato a grandi cambiamenti e gli stessi artisti, tra cui l’ultimo Jay-Z, hanno ricaricato su Spotify la propria discografia.

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