Music

Seven 7oo Mixtape è il Sanremo della drill

Articolo di

Andrea Bertolucci

Mi fa sempre sorridere quando i media generalisti, spinti dall’avvicendarsi dei fatti di cronaca, si trovano a dover raccontare cosa sia la Seven 7oo. Dai tentativi più goffi e delicati di certi quotidiani radical chic, fino agli irritanti sermoni di Mario Giordano, nessuno è mai riuscito a fornire una narrazione onesta di come San Siro sia effettivamente divenuto in pochissimo tempo il quartiere più caldo di Milano, posizionato ormai anche sulla mappa europea. 

Forse da questo, o dall’emulazione di certi mitologici artisti francesi come i PNL (che i ragazzi del collettivo non hanno mai nascosto di apprezzare), la volontà – mutata poi in un dogma – di puntare su una sottrazione mediatica che ha finito da una parte per riportare tutto a una dimensione più diretta, dall’altra per valicare secondo qualcuno il terreno dell’insolenza. Niente interviste, niente tv e pochissimi pensieri resi pubblici oltre a quelli che Rondo, Saky, Vale Pain, Neima Ezza, Keta e Kilimoney hanno deciso di sputare fuori nelle proprie rime, date in pasto come eucaristie alle seconde generazioni di tutta Italia, per la prima volta e forse anche grazie a loro fiere di esserlo. 

Ora che la musica li ha stanati dalle trenches, liberati dai cappucci delle Tech Fleece dentro cui si riparavano dal freddo alle fermate degli autobus e ha finito anche per mettergli in tasca qualche soldo lecito, i “figli delle street” di San Siro si sono incontrati in un mixtape collettivo, il cui titolo è il soprannome che loro stessi hanno dato alla banlieu che li ha cresciuti e svezzati: Seven 7oo.

Il lirismo spietato sulle difficoltà della vita adolescenziale di strada, ipermascolina e priva di diritti, in alcuni brani sopprime le emozioni a favore di riferimenti più nichilistici e violenti, in altri offre invece una valvola di sfogo fondamentale per esplorare i propri sentimenti, come l’amicizia verso un compagno detenuto, o i propri demoni, quali la perdita di un amico o di un parente. Questa tendenza emerge soprattutto in quelle tracce più marcatamente cloud, che attraverso la magistrale supervisione artistica di NKO si amalgamano al resto su un tappeto musicale crudo e impervio, addolcito solo dalla presenza di una major che sta iniziando realmente a capire il valore commerciale che ha tra le mani. 

Il mixtape di Seven 7oo non è un disco di rottura, ma un disco di profondo posizionamento. Lo dimostrano le collaborazioni, quasi tutte fuori dai confini nazionali e che potrebbero essere solo l’antipasto di quello che sta diventando il Sacro Graal della scena italiana, ovvero il feat. con Drake. Lo dimostra il cambio di rotta estetico, che elimina definitivamente la pellicola da piccoli gangsta con il codice postale scolpito sulla bio di Instagram, a favore di una maggiore cura fotografica e di un vero e proprio apparato cinematografico. Lo dimostra anche l’aver consolidato un immaginario unico, quasi turistico, della propria zona: anche chi non ha mai messo piede nel Settimo Municipio di Milano, porta nitide nei propri occhi le immagini dei bimbi che giocano a calcio in Piazzale Selinunte o delle feste di fine Ramadan in via Zamagna.

Eppure, più di ogni altra cosa, il Mixtape di Seven 7oo dimostra la determinazione a prendere in mano lo scudo della cultura drill in Italia. L’accanimento da parte delle istituzioni verso questa scena – per carità, spesso anche giustificato – non legittima però l’ondata di censura che sta investendo l’Europa e il mondo intero. Partendo da New York, dove il sindaco democratico Eric Leroy Adams vorrebbe vietare la drill con delle leggi ad hoc, anche nel Regno Unito, sempre più spesso e in modo preoccupante, i testi delle canzoni stanno spuntando nelle aule dei tribunali. In un’analisi di 30 sentenze d’appello tra il 2005 e il 2020, una professoressa di legge della London School of Economics di nome Abenaa Owusu-Bempah ha scoperto che i pubblici ministeri usano costantemente testi e video musicali drill per rafforzare gli stereotipi sui ragazzi stranieri. Questo ha coinvolto anche artisti inglesi molto noti, come ad esempio Digga D e Skengdo & AM, penalizzati da ordini di comportamento che hanno finito per limitare quando, dove e in che modo potessero registrare, pubblicare e suonare la propria musica.

Appare piuttosto chiaro da questo esperimento che il futuro discografico del collettivo viaggerà su binari separati, nonostante sia altrettanto evidente che i ragazzi di Zona 7 continueranno ad incontrarsi on da track in Italia, in Europa e chissà in quali altri luoghi. Un lavoro di questa portata ha dei costi ingenti per una major, che vanno giustificati. E ha messo ancor più in evidenza la distanza artistica, progettuale e d’investimento dietro a ciascuno dei singoli componenti del collettivo. Eppure, questo mixtape ha il grosso pregio di essere un lavoro ostinatamente elementare e popolare, come “le case che c’hanno il flow”. Un vero e proprio Sanremo della drill, da cui non ci si deve aspettare nulla se non l’urgenza di fare irruzione nelle tv di tutti gli italiani per raccontare davvero – una volta per tutte – che cosa sia la Seven 7oo.