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Si è parlato troppo poco dell’ultimo film di Jonah Hill

Articolo di

Andrea Mascia

Red carpet e le innumerevoli promo di film e serie tv come “Mercoledì” e “Bones And All” hanno – senza alcun dubbio – oscurato l’uscita de “Il metodo di Phil Stutz”, il secondo progetto da regista di Jonah Hill. Dopo il debutto di “Mid90s”, il nativo di Los Angeles ha lasciato da parte la narrazione della volontà di ribellione giovanile e della cultura dello skateboarding: niente tavole e niente kickflip di Olan Prenatt, “Il metodo di Phil Stutz” è un terreno fino ad ora inesplorato da parte dell’attore e regista che oggi compie 39 anni.

Il progetto non è stato promosso in alcun modo da Jonah Hill. Una conseguenza di una scelta portata avanti dal personaggio che, dopo aver fatto l’ultima comparsa a eventi di gala in occasione del red carpet del film “Don’t Look Up”, ha raccontato ai fan di essere tormentato da una forma di ansia sociale che lo terrà lontano dai futuri eventi di promozione dei suoi progetti. In seguito a queste dichiarazioni, Hill si è anche cancellato da Instagram, dichiarando come attività come il surf e il jiu jitsu lo stiano aiutando moltissimo in questo periodo, e che non farà una nuova comparsa sul mondo digitale, quantomeno nel breve termine.

Una delle ancore di salvezza in questo periodo della vita di Hill è lo psicologo Phil Stutz, 75enne professionista del mestiere che è stato vicino al losangelino negli ultimi cinque anni, aiutandolo ad affrontare un accadimento sconvolgente della sua vita come la morte di suo fratello Jordan Feldstein, ex manager dei Maroon 5. Proprio Phil Stutz è il protagonista del recentissimo progetto di Jonah Hill, che nonostante si basa su una lunga conversazione tra i due su un set in cui è stato ricreato lo studio di quest’ultimo (le riprese della pellicola sono durate circa due anni!) mette proprio lo psicologo in primo piano, permettendogli di esprimere, nella maniera più chiara e comprensibile possibile, i cosiddetti tools, metodi con cui non solo insegna ai suoi pazienti come affrontare le avversità e le più ardue dinamiche della vita di ognuno, ma che hanno contribuito a ridisegnare il rapporto tra medico e paziente.

Il film di Hill si presenta però come un dono ambivalente; da un lato perché si tratta di un ode a una persona fondamentale nel suo percorso, Phil Stutz, elevato a superstar all’interno di un film diretto da una superstar stessa. Dall’altro lato, perché “Il metodo di Phil Stutz” è un regalo destinato a tutti i fan del regista a cui lo stesso vuole dimostrare come sia normale, per una celebrità, provare difficoltà, ansie e timori. La pratica di chiedere aiuto, trovare un appiglio nel buio, va normalizzato, e Jonah Hill lo fa intendere facendo trasparire – all’interno del film – un rapporto intimo con il suo psicologo, quasi incredibile se si riflette su un dato anagrafico: l’attore ha 39 anni, Stutz 75.

Stiamo vivendo un Jonah Hill diverso; sì lontano dai personaggi fittizi interpretati nella sua lunga carriera (21 Jump Street, Suxbad, The Wolf of Wall Street) – e molto più vicino a una figura senza veli che ha voglia, ma soprattutto bisogno, di raccontarsi e mettere in luce tutte le insicurezze che lo caratterizzano.