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Slam Dunk ha creato una generazione di appassionati di basket e di sneakers

Articolo di

Luca Ngoi

È l’1 ottobre del 1990 quando sulla celebre rivista Weekly Shonen Jump compare qualcosa di mai visto prima. In Giappone la pallacanestro è uno sport poco diffuso e ancor meno amato. In quell’anno, il primo di un decennio iconico, la Nazionale maschile di basket non approda ai Giochi Olimpici da quattordici anni e non vince una medaglia d’oro ai campionati asiatici da quasi venti.

In quel contesto di forte disinteresse generale, Shueisha (la casa editrice della rivista di cui sopra) decide di dare fiducia a un giovane autore con all’attivo una sola opera di poco conto, il manga d’azione Chameleon Jail. Il giovane autore si chiama Takehiko Inoue, e il suo nuovo lavoro si chiama Slam Dunk. Dal 1990 al 1996 si attesterà stabilmente tra i titoli più letti e più venduti della più importante casa editrice di fumetti giapponesi, ma il suo impatto andrà ben oltre le vendite e i numeri.

Slam Dunk si può riassumere come la storia di uno studente liceale, Hanamichi Sakuragi, la cui vita viene letteralmente stravolta dalla pallacanestro. A contorno della storia del suo protagonista si svolgono le vicissitudini della squadra nella quale finisce, un po’ per caso, a giocare e dei suoi compagni e avversari.

La copertina del primo volume di Slam Dunk.

Il manga di Inoue si inserisce perfettamente all’interno della categoria spokon (i manga sportivi), ma al tempo stesso la rivoluziona. Quasi tutti gli spokon sono caratterizzati da elementi simili: partite e “tecniche” sportive ai limiti del surreale, un protagonista-bravo ragazzo pieno di buoni sentimenti e, non meno importante, un lieto fine. Pensateci: il manga sportivo più famoso di tutti i tempi, e per certi versi il più importante, Captain Tsubasa (in Italia “Holly e Benji”) è l’esempio più lampante di tutti questi tre elementi e su di essi ha fondato il proprio successo in patria e nel mondo. Slam Dunk prende questi tre elementi, li passa nel tritacarne e li restituisce completamente rinnovati. Il risultato? Un mix esplosivo che ha trasmesso anche in Giappone la mania della pallacanestro.

Ma allora cosa ha reso Slam Dunk, un manga su uno sport a quell’epoca poco considerato e praticato, un fenomeno mondiale di dimensioni gigantesche che ha influenzato milioni di ragazzi? I motivi sono probabilmente da ricercare all’interno dell’anima stessa di questa opera. La storia si sviluppa in un liceo della prefettura di Kanagawa, lo Shohoku, e ha come protagonisti dei ragazzi normali nei quali chiunque può immedesimarsi.

Il protagonista, il già citato Hanamichi Sakuragi, è il bullo della scuola, che sta buttando via la sua vita una rissa dopo l’altra, ma decide, forse inconsapevolmente, di cambiare per amore. Si innamora, infatti, di Haruko Akagi, la sorella del capitano della squadra. Non ha alcun “superpotere” sportivo: non padroneggia nessuna tecnica speciale, non è un buono nel senso classico che la storia della narrativa ha attribuito a questo termine. Eppure siamo portati a tifare per lui proprio perché, per raggiungere i suoi obiettivi, è costretto a passare per innumerevoli fallimenti.

Lo stesso si può dire per Hisashi Mitsui, uno dei compagni di Hanamichi allo Shohoku. Ex stella dei campionati delle scuole medie, è costretto a rinunciare al basket a causa di un infortunio, che lo porterà sulla strada della depressione prima e della piccola criminalità poi, fino alla redenzione in una delle scene più toccanti del manga. Pensando alle storie personali di amici e conoscenti, o persino di giocatori NBA attuali o del passato, non sono inusuali episodi di questo genere che riportano l’intera opera in una dimensione realistica e vicina alle esperienze personali di chi la approccia.

Un’immagine dell’anime.

Slam Dunk dunque affronta lo sport, in particolare la pallacanestro, da un punto di vista estremamente radicato nella realtà della quale fa parte. Il liceo Shohoku è la scuola di un piccolo paesino situato nella parte orientale del Giappone. È lontano da quella metropoli tentacolare che è Tokyo, con le sue luci, le vie affollate e la sua estrema dinamicità. Ciò che viene raccontata in quest’opera è una realtà urbana sporca, dura, fatta di bande che si contendono la supremazia nella piccola criminalità locale e di ragazzi che vedono nella pallacanestro il loro unico modo per sfondare nella vita e, a tratti, per sopravvivere.

Il tratto di realismo più sorprendente all’interno della storia di Slam Dunk, però, sta tutto nel finale. Ogni spokon che si rispetti conclude il proprio arco narrativo con un grande torneo che vede irrimediabilmente il protagonista come trionfatore assoluto. È un canone ormai standardizzato e accettato da pubblico e critica che ha fatto il successo di moltissime opere. Inoue, nel caso di Slam Dunk, non si accontenta del finale che chiunque si sarebbe aspettato nel 1996, e ancora una volta rivoluziona i canoni per crearne di nuovi. Anche in quest’opera il torneo conclusivo finale c’è: si tratta delle finali nazionali del campionato liceale giapponese, un grande evento tuttora realmente esistente e al quale hanno partecipato, tra gli altri, Rui Hachimura e Yuta Watanabe, gli unici due giocatori giapponesi attualmente presenti in NBA.

Lo Shohoku arriva al torneo nazionale dopo aver battuto i rivali del Kainan in uno scontro dai toni epici e deciso soltanto nel finale (su questo torneremo in seguito). Nella fase nazionale, però, il percorso di Sakuragi e compagni si arresta all’inizio della fase a eliminazione. Dopo l’impresa contro i campioni uscenti del Sannoh Kogyo, battuto in una partita estenuante e decisa all’ultimo secondo, lo Shohoku si arrende contro l’Aiwa. I rivali sono semplicemente più forti di Hanamichi e compagni che, stremati dalla partita precedente, non riescono ad avere la meglio e vedono spegnersi il loro sogno di conquistare il campionato.

L’intensità di una scena di gioco.

La retorica degli spokon, ma più in generale dei manga rivolti ad un pubblico di adolescenti, aveva sempre fatto leva, fino a quel 1996, su un assunto principale, quasi dogmatico: se ti impegni al massimo, vincerai. Inoue ribalta completamente questo principio, fermando bruscamente il cammino dei propri protagonisti, facendogli fare i conti con una realtà che molto spesso va contro la nostra volontà, i nostri desideri e il nostro impegno.

La genialità e il realismo di Slam Dunk però non sta solo nella potenza della trama e nell’assoluta credibilità dei personaggi. Anche dal lato tecnico Inoue dimostra di essere al proprio meglio, perché ci regala tavole dal tratto duro, ma estremamente funzionale a ciò che vuole raccontare. Le scene di pallacanestro sono realizzate con una finissima sapienza, che proietta il lettore al centro dell’azione: in alcune fasi si può percepire chiaramente la fatica dei personaggi, sembra di poter respirare la loro stessa aria e di poter toccare fisicamente lo sforzo che stanno compiendo.

Anche volendo analizzare l’opera da un punto di vista tecnico, quasi da addetti ai lavori, si nota come i fondamentali della pallacanestro vengano resi su carta a regola d’arte. In varie scene possiamo vedere diversi giocatori, ad esempio Kaede Rukawa, il principale antagonista di Hanamichi, intenti in un tiro in sospensione che rasenta la perfezione per i manuali del basket. Il polso spezzato; la mano d’appoggio aperta con le dita che puntano verso l’alto; la mano di tiro con il pallone che esce perfettamente dai polpastrelli; le gambe larghe quanto le spalle. Un qualsiasi allenatore non avrebbe nulla da eccepire, e per un ragazzo che si sta appassionando a questo sport può avere anche una valenza educativa in quanto la tecnica che si può ammirare tra le pagine del manga o guardando l’anime è esattamente quella che andrebbe a ritrovare qualora si presentasse in palestra.

La squadra dello Shohoku.

L’ispirazione estetica e stilistica principale di Slam Dunk è il mondo NBA e streetwear tipico degli anni ’90. Giubbotti e giacche rigorosamente oversized la fanno da padroni, in un abbigliamento che vuole andare sistematicamente contro i canoni giapponesi dell’epoca e che ha contribuito a formare l’estetica di quel decennio così iconico. Le stesse squadre che vediamo sfidarsi all’interno dell’opera prendono ispirazione, o forse dovremmo dire che copiano interamente le squadre NBA più di successo di quegli anni. E così lo Shohoku è sostanzialmente una riproduzione in scala 1:1 dei Chicago Bulls, lo Shoyo del playmaker Ryota Fujita sono i Boston Celtics, il Kainan prende ispirazione a piene mani dai Los Angeles Lakers, e il loro capitano Maki ricorda, per stile di gioco e carisma, una specie di Magic Johnson.

È dovuto probabilmente anche a questo il grande successo internazionale di Slam Dunk, che non si è limitato ai confini giapponesi, ma si è espanso andando ad influenzare anche tanti ragazzi dalle nostre parti. Gli adolescenti di tutto il mondo guardavano l’anime o leggevano il manga riconoscendo nei protagonisti dei reali giocatori NBA. Non solo Maki-Magic Johnson, dunque, ma anche Akagi-Hakeem Olajuwon o Uozumi-Patrick Ewing. Particolare e curiosa, tra l’altro, proprio la figura di Uozumi il quale, come il grande centro dei New York Knicks, è stato rappresentato da Inoue come un giocatore fenomenale che, però, si eclissa nei finali punto a punto delle partite importanti.

Se vogliamo entrare più nel dettaglio, la cura per l’aspetto estetico di Inoue è quasi maniacale. All’interno del manga possiamo trovare, ad ulteriore riprova della ricerca di elementi il quanto più possibile aderenti alla realtà, diverse sneakers uscite durante la realizzazione del manga stesso. Kaede Rukawa indossa delle Jordan 5. Le scarpe di Hanamichi nella seconda parte dell’opera (dal 1995 al 1996) sono delle Jordan 6, sempre perfettamente abbinate con la divisa da gioco dello Shohoku. Non è un caso che Jordan abbia dedicato un paio di Jordan 6 dedicato all’opera di Inoue nel 2014, una scarpa caratterizzata dai colori dello Shohoku e dal numero 10 di Hanamichi come parte dello “Slam Dunk Pack” assieme a una Jordan Super.Fly 3.

Le scarpe che vanno per la maggiore, comunque, sono una scelta conservativa da parte dell’autore che gioca in casa e fa vestire ai propri personaggi delle Asics, marchio poco famoso per la sua linea da pallacanestro nel nostro Paese ma decisamente preponderante nel Sol Levante, dove le vendite delle sneakers Asics schizzarono alle stelle proprio in contemporanea alla diffusione sempre più capillare del manga di Slam Dunk.

Poche le eccezioni al duopolio Asics-Jordan, con le sole ma pur sempre intramontabili Converse, vestite dal playmaker dello Shohoku Ryota Miyagi e dalla stella del Ryonan Akira Sendoh. Ogni tanto compare anche qualche Mizuno e addirittura delle Pony.

La grande ricerca stilistica sulle sneakers da parte di Inoue, però, ha un fine ben preciso, evidenziato da una scena in particolare dell’anime. Ci troviamo in un negozio di scarpe da basket, dove un cliente vorrebbe comprare delle rarissime Jordan 1 Retro High OG “Bred”, ma il negoziante non vuole vendergliele perché il ragazzo non ha intenzione di indossarle, ma solo di collezionarle. A quel punto nel negozio arriva Sakuragi, al quale le scarpe vengono invece vendute perché promette di utilizzarle per giocare in partita, cosa che farà. Con questa breve scena, dai toni umoristici e volutamente esagerati, Inoue lancia un messaggio che, analizzato oggi, fa quasi sorridere per la propria purezza, ma che ci ricorda lo scopo reale di oggetti pur splendidi come alcune scarpe: essere utilizzate per alimentare la propria passione. Un tema che proprio oggi fa particolarmente discutere per via dell’esplosione del fenomeno reselling.

Pochi giorni fa Takehiko Inoue ha postato sulla sua pagina Twitter una GIF che annunciava la realizzazione di un nuovo anime di Slamk Dunk, a trent’anni dalla pubblicazione del manga su Weekly Shonen Jump. Non è ancora dato sapere nulla a proposito di questa nuova opera, che ha già fatto salire alle stelle l’hype nel cuore di tutti gli appassionati di Slam Dunk, un capolavoro essenziale non solo della storia dei manga, ma della cultura pop internazionale che va assolutamente riscoperto. Slam Dunk è una storia che ci parla di redenzione, amicizia, amore, vittoria, sconfitta. Una storia che non si prende mai troppo sul serio e che non vuole essere più di quello che è: un geniale e sapiente viaggio all’interno della vita vera, con lo sport più bello del mondo a fargli da sfondo.

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