Slutcore: vestirsi da stripper è diventato mainstream

Articolo di

Giorgia Monti

Ai Grammy Awards dello scorso anno Cardi B e Megan Thee Stallion hanno eseguito “WAP” portando sul palco un gigantesco tacco da spogliarellista. La canzone, dal testo decisamente spinto, è una celebrazione sfacciata della sessualità femminile e lo show è stato anche un cenno all’esperienza passata di Cardi B come stripper.

Ormai i lucite heels – i famosi tacchi trasparenti con platform – sono diventati un capo non così strano all’interno dei guardaroba, emblema della cultura pop e feticcio d’ispirazione di molti designer che attorno ad essi costruiscono dei veri e propri personaggi figli di una nuova estetica che potremmo chiamare “slutcore”. Per anni soggetti a censura e stigmatizzazione, negli ultimi tempi abbiamo assistito a una ribalta, anche grazie al riconoscimento delle sex workers e dell’estetica BDSM. 

Il punto di svolta nel mondo della moda c’è stato nel 2010, quando le vertiginose calzature da spogliarellista si sono infiltrate nelle passerelle della Milano Fashion Week grazie alle collezioni di Prada, Fendi e Dsquared2. Proprio lo stesso anno Taylor Momsen saliva sul palco con un paio di tacchi da stripper che contenevano banconote e Beyoncé è stata fotografata mentre sfoggiava un paio di heels di Fendi: tacchi appuntiti da 20 cm con un platform enorme.

Ma come hanno fatto i tratti distintivi di un mondo da sempre emarginato a diventare i codici stilistici della settimana della moda?

Gli strip club di stampo statunitense iniziano ad apparire al di fuori del Nord America dopo la seconda guerra mondiale, arrivando in Asia alla fine degli anni ’80 e in Europa nel 1978, dove competono con i locali inglesi e francesi. Nei secoli successivi all’invenzione dello striptease, l’intrattenimento per adulti ha sedotto il mainstream: dalle infinite copertine di Playboy e la fascinazione delle sue conigliette all’interesse verso icone come Dita Von Teese e il mondo del burlesque fatto di ironia e sensualità non sempre velata. 

Fino al 1970, questo settore coinvolgeva principalmente figure femminili, ma con il passare del tempo a ricoprire questo ruolo sono stati anche gli uomini – come ci insegnano i muscoli oliati di Channing Tatum in Magic Mike. Il tabù ha iniziato a perdere potere da quando Pretty Woman ha riproposto in chiave metropolitana la storia di Ceneretola, o da quando l’innocente ragazza della porta accanto – nel film dal titolo omonimo – si scopre essere un’ex pornostar che si innamora del suo timido vicino liceale.

Poi, nel 2019, è uscito “Hustlers“. Il film è basato sulla storia di un gruppo di spogliarelliste che hanno drogato ricchi clienti di un club e accumulato spese sulle loro carte di credito, con Jennifer Lopez che si destreggia sul palco indossando un paio di tacchi argentati Pleaser.

La sessualità – o anche la promiscuità sessuale – ha sempre influenzato la moda e, prima ancora, l’arte. Gli artisti hanno sempre nutrito una fascinazione verso questo tema e le sue differenti sfaccettature. La prostituzione nella pittura impressionista, ad esempio, era un soggetto artistico comune: il pittore francese Henri de Toulouse-Lautrec viene addirittura definito “il pittore delle prostitute”. Ha scelto di soggiornare per lunghi periodi in un bordello per poter rappresentare le prostitute, mentre aspettano stanche e annoiate che arrivi un cliente oppure intente alla toeletta quotidiana.

Al Salon di rue des Moulins, 1894/95.

Ora che questo tema non è più bandito, la sua influenza è più evidente che mai. Negli ultimi anni Playboy ha collaborato con i marchi di fast fashion Missguided e PacSun. Il fetishwear e le tendenze legate al kink sono proliferate sia sulle passerelle che nei negozi: giusto un decennio dopo che i lucite heels hanno fatto il loro debutto durante la settimana della moda di Milano, li rivediamo in mille declinazioni diverse.

Nel 2022, il tacco da stripper è senza dubbio un elemento onnipresente: la storia d’amore della cultura pop con le spogliarelliste è arrivata al pubblico della Gen Z, più a suo agio e aperto verso la propria sessualità. Su TikTok, l’hashtag #pleaserheels ha più di 470 milioni di visualizzazioni, con gli utenti che filmano l’unboxing dei loro tacchi, mostrano le enormi collezioni ed eseguono passi di pole dance. Fino ad arrivare ad abiti o bikini succinti e brand che fanno dell’estetica slutcore un punto di riferimento.

La collezione Autunno/Inverno 1992 di Versace, intitolata “Miss S&M” e comunemente nota come “Bondage”, è un grande esempio di apprezzamento nei confronti della libera sessualità. Gianni Versace, che ha sempre mostrato il suo interesse verso questo mondo, ha deciso di rendere omaggio alle dominatrici e all’abbigliamento fetish, elevando la loro estetica all’alta moda. Anche 30 anni dopo, la collezione rimane un momento iconico della moda con Dua Lipa che indossa uno dei suoi abiti ai Grammy 2022.

Molti elementi caratteristici della vita delle sex workers hanno acquisito un’accezione pop e oggi li vediamo dominare il mondo della moda. I tacchi Pleaser, ad esempio, si sono sempre rivolti alle spogliarelliste: la calzatura sostiene completamente le caviglie e i piedi, permettendo alle stripper di arrampicarsi sui pali e svolgere la loro performance in sicurezza.

Mentre il tacco da spogliarellista è una declinazione moderna, il concetto della scarpa platform è apparso per la prima volta a Venezia nel lontano 15° secolo. Conosciuta come chopine, la presenza di una suola spessa indicava l’appartenenza a una classe sociale superiore – con un’altezza fino a 50 cm. Negli anni a seguire, vecchie star di Hollywood come Mae West, Rita Hayworth e Carmen Miranda, i cui tacchi decorati sono diventati il loro marchio di fabbrica, hanno contribuito a rendere mainstream il platform. Lo stile a zeppa è spuntato di nuovo nel 1970, indossato da star come David Bowie, Elton John e Marvin Gaye, e i tacchi a spillo sono arrivati poco più tardi con l’avvento dei club.

Si arriva al 1990, quando Ben Hsu fonda Pleaser e il suo lancio culmina con la propensione dell’epoca per la moda ispirata al fetish: stilisti come Versace e Mugler utilizzano il latex, mentre Jean Paul Gaultier veste Madonna con corsetto e reggiseno a cono per il Blond Ambition World Tour. Poi, nel 1993, Vivienne Westwood debutta con le Super Elevated Gillie, che con il tacco da 21 cm sono entrate nella storia per aver fatto cadere in passerella Naomi Campbell.

Da non dimenticare poi quello che potrebbe essere l’elemento più frequentemente associato al lavoro sessuale: la G-string. All’inizio degli anni 2000, la maggior parte delle donne va in giro indossando un perizoma con jeans a vita bassa annessi, lasciando che la biancheria faccia capolino dai pantaloni. Le adolescenti hanno cominciato a seguire questa moda proponendola anche nei contesti più formali, tra cui le scuole, che esprimono disapprovazione o addirittura vietano l’indumento. Nel 2002 è stato riportato che la vice preside di un liceo in California ha controllato fisicamente circa 100 studentesse che entravano al ballo per controllare che cosa indossassero. La tendenza ha avuto origine da sex workers e artisti burlesque, ma nel corso del tempo il perizoma è stato adottato dai principali marchi di moda e si è persino fatto strada al Met Gala 2019, su un abito indossato da Hailey Bieber. 

She’s dancing like a stripper” cantavano nel 2015 i Rae Sremmurd non sapendo che poco tempo dopo l’estetica da spogliarellista sarebbe diventata una tendenza tra bikini blasfemi, tacchi dal platform a prova di distorsione, pole dance e frustini in pelle.

Ciò che è cambiato tra ieri e oggi è la libertà che accompagna queste scelte stilistiche, ormai non più rilegate a un mondo vittima di stigma sociale. Star come Madonna e Cher hanno spianato la strada ad artiste come Lady Gaga, Nicki Minaj o Saweetie che oggi possono indossare abiti senza nessun tipo di inibizione.