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“Soleseekers”: un documentario che racconta le origini della sneaker culture inglese

Articolo di

Marco Rizzi

Da sempre la sneaker culture è difficile da raccontare. Che si parli di un fenomeno economico o di una sottocultura, o ancora di sport, arte e musica, anche oggi è difficile raccontare in maniera approfondita le sneakers e gli appassionati senza scadere in qualche cliché o paragone non adatto. Se è difficile oggi che la sneaker culture è un fatto globale, con un “codice” uguale in tutto il mondo, lo era ancora di più quando le “scene” erano diverse, locali e profondamente influenzate dal territorio. Per esempio la sneaker culture europea era, ed è ancora oggi, legata alla musica e allo sport come quella statunitense, ma non di certo al basket o all’hip hop come succedeva dall’altro lato dell’oceano. Molti collezionisti europei sono più legati al rétro running, piuttosto che alla pallacanestro o allo skate, così come i primi grandi store indipendenti che hanno esportato la sneaker culture europea in tutto il mondo.

Tutti questi elementi sono un’eredità diretta della sneaker culture inglese o, come la chiamerebbero loro, Trainer Culture. Nel 2018 Emil “Socialize” Collins ha provato a raccontare tutto questo con un documentario, “Soleseekers”, in cui è riuscito a evidenziare ciò che distingue la scena UK dal resto del mondo e la grande influenza che ha avuto sull’intera sneaker culture europea. Abbiamo fatto due chiacchiere con lui per capire meglio com’è nato il suo progetto.

Emil “Socialize” Collins (in mezzo) insieme a Robert Brooks e Simon “Woody” Wood

Cosa ti ha spinto a realizzare “Soleseekers”? Chiedo perché può suonare banale, ma cosa ti ha convinto che fosse il momento giusto per provare a raccontare la sneaker culture inglese con un documentario?

Ci sono diverse ragioni. Una di queste è semplicemente il mio amore e interesse per le sneakers. Di tutti i diversi contenuti oggi presenti online riguardo le sneakers nessuno, secondo me, rappresentava in maniera appropriata il Regno Unito e, facendo un po’ di ricerca, ho successivamente scoperto che il Regno Unito spende oltre otto miliardi di sterline in scarpe da ginnastica, quindi ho voluto soltanto produrre qualcosa che potesse mostrare l’influenza del Regno Unito sulla sneaker culture. La terza ragione è la rappresentanza. Ho voluto che tutti gli inglese fossero rappresentati da “Soleseekers”, non soltanto la scena londinese. Per questo motivo ho girato tutto il Regno Unito e ho voluto che fossero le persone di colore a rappresentare la Black Culture e il suo ruolo importantissimo nella sneaker culture, che non volevo andasse perso o “white washed”.

Qual è stato il processo con cui hai scelto i tuoi ospiti?

Abbiamo scelto gli intervistati basandoci sulla loro conoscenza, la loro passione e il loro contributo alla sneaker culture. Non soltanto collezionisti ma anche artisti, negozianti, personalità legate alle aziende e addirittura storici. Nel documentario sono presenti in quaranta, ma abbiamo contattato oltre duecento persone! Alcuni non hanno potuto essere presenti per impegni precedenti, altri non si sentivano a loro agio davanti alla telecamera o, più semplicemente, non si sono presentati alle riprese. La passione è l’elemento chiave. Sapevo di voler parlare di terrace culture, di adidas. Volevo parlare di cultura hip hop e anche di Nike o di fashion in generale. Non volevamo soltanto parlare di sneakers, ma coinvolgerne ogni aspetto.

La musica sembra giocare sempre un ruolo fondamentale nella sneaker culture inglese: dal reggae, all’hip hop americano, fino alla grime e all’acid house. Come spieghi questa cosa?

La relazione tra trainer culture e musica è totalmente simbiotica. Il mondo delle sneakers è profondamente collegato alla Black Culture, alle culture giovanili e al mondo della musica. Tutte queste situazioni si intrecciano, non potresti avere l’una senza le altre.

Vista da fuori la sneaker culture inglese si potrebbe dividere in due grossi capitoli: la parte legata alla cultura terrace e quella legata alle influenze estere (hip hop, graffiti e, come detto, la musica). Vedi anche tu questo tipo di divisione? Pensi ci sia ancora l’influenza di queste importanti sottoculture nella sneakerscene inglese odierna?

Non è realmente una divisione, è più un’evoluzione anche a livello culturale. La terrace culture è senza dubbio ancora presente e la divisione è più che altro a livello di fedeltà. Per esempio, nel Regno Unito Birmingham è ancora oggi “territorio adidas”!

Per molti di noi UK è sempre stato il ponte verso gli USA, attraverso molti dei trend e dei metodi utilizzati negli USA sono diventati consuetudine anche qui da noi. Molte delle prime community online e forum in Italia si sono ispirati a Crooked Tongues, che ha dimostrato come fosse fattibile creare delle community anche qui. Qual è stato il ruolo di CT nella storia della sneaker culture inglese?

Durante il periodo di Crooked Tongues non ero molto più di uno spettatore nella scena inglese. Ho passato così tanto tempo ad acquistare sneakers negli Stati Uniti che non ho scoperto CT se non in un secondo momento, ma non posso negare la sua enorme influenza in tutto il mondo. Durante le mie ricerche per il film è risultato evidente che il forum di Crooked Tongues è stato per molti collezionisti l’introduzione all’utilizzo di internet, il tutto in un’era pre e-commerce. Ciò che ancora oggi mi impressiona è l’enorme quantità di conoscenza e informazioni che chiunque facesse log-in avesse a disposizione, senza il condizionamento del consumismo e delle “fake news” che oggi viene spesso associato al lato online della sneaker culture.

Quale è il futuro di “Soleseekers”? Hai mai pensato di portare il progetto su scala europea con un volume 2? La chiusura lo lascia intendere.

Il futuro che ho sempre immaginato per “Soleseekers” è una seconda parte che tratti l’intera sneaker culture europea, in particolare dopo Brexit. Sfortunatamente l’epidemia di COVID19 ha messo in pausa questi piani, ma stiamo cercando di tornare al più presto! Sarebbe certamente una storia molto interessante.

Soleseekers” (di cui potete vedere il trailer qui sopra) è al momento disponibile per il noleggio su diverse piattaforme digitali tra cui Prime Video, iTunes e Google Play, oltre che per l’acquisto su Vimeo e su www.soleseekers.film . Al momento non sono previste proiezioni fuori dal Regno Unito, ma non è da escludere un approdo del documentario anche in Italia nel caso in cui i lavori per la seconda parte dovessero iniziare.

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