Speranza ci ha raccontato chi è “L’Ultimo A Morire”

Articolo di

Matilde Manara

Foto di

Roberto Graziano Moro

Stanotte è uscito su tutte le piattaforme digitali “L’Ultimo A Morire“, il primo album di Speranza. Aspettando questo momento abbiamo fatto due chiacchiere con lui davanti a una birra parlando di musica, della Francia, della tv dei grandi e delle bandiere.

Speranza sarà l’ultima a morire, o con me o senza me.

Speranza in “Iris”

Partiamo da una domanda di rito: come è stato costruire questo disco durante e dopo il lockdown?

Beh, il lockdown penso abbia frenato un po’ tutti, no? Per quanto mi riguarda mi è stato utile, ma a noi è andata anche bene perché c’è chi l’ha sofferto molto di più il COVID. Io ero già in piena scrittura, quindi ho semplicemente continuato a fare quello, scrivere, infatti nel disco sono presenti due tracce che non erano previste ma che ho finito in quarantena.

Ho ascoltato il disco e mi hanno colpito diverse cose, ad un certo punto dici “Ho più fedeli che fan”. Non hai un pubblico?

Sì, mi rifiuto di chiamarlo pubblico perché quando vado a fare i live io lo sento che non è solo questo. Non è per vanto, ma la mia musica ha un approccio molto diretto, i miei scritti sono reali, intimi e la gente ci si riconosce molto. Non parlo solo dal lato della musicalità, vedo che c’è un vero legame, sono amici, siamo alla pari.

Nel disco sono presenti quattro featuring estremamente diversi tra loro, come hai scelto gli ospiti di un progetto tanto importante per te?

Quando le mie canzoni hanno iniziato a girare Guè è stato uno dei primi a supportarmi e citarmi nelle interviste, da lì si è creato un legame e ci tenevo a fare questa sorta di inizio-fine con lui che c’è sempre stato. Per quanto riguarda Tedua ho un profondo rispetto per lui, ha una sfaccettatura di rap molto profonda che a mio modo ho anche io, e volevo esteriorizzarla con lui. Poi c’è Massimo Pericolo che è nostro fratello, compagno di avventure (ride ndr), e Rocco Gitano, perché è il cantante di tutti gli zingari del Sud, ci tenevo proprio che fosse presente.

Dal disco emerge un enorme rispetto per una parte del rap game, ma allo stesso tempo screditi un determinato stereotipo di artista. Quale pensi sia il tuo posto?

Il mio scopo è far rimettere i piedi a terra, per chi ascolta. Perché a volte c’è questa cosa, anche bella e simpatica, del pavoneggiarsi nel rap e di avere tutto e subito. Dall’altro lato però è importante non correre troppo veloce, e comunicarlo, perché quando cadi poi devi anche rialzarti e questo va detto.

Nel disco inviti tutti a Due barre di silenzio per le vittime di Gaza. Dalle bandiere ai concerti, così come nei testi, non ti sei mai tirato indietro davanti al tuo tipo di impegno sociale. Pensi che il rap dovrebbe fare questo?

È una cosa totalmente soggettiva, uno nella musica può dire quello che vuole. Non lo voglio considerare un impegno sociale, ci tengo davvero a stare vicino alla sofferenza della gente, per dargli voce, perché tutti meritano di essere considerati.

Don Joe, Crookers e Night Skinny. Hai affidato il tuo disco ai maestri del settore, com’è stato lavorare con loro?

Una bomba. Crookers è stato uno dei primi amici che ci siamo fatti qua a Milano, siamo in contatto eterno, anche per una semplice birra eh. Don Joe è leggenda, quando abbiamo iniziato a sentirci ed è sceso in campo anche l’aspetto musicale per me è stato un onore. Anche Skinny lo conosco da quando è cominciato tutto, era essenziale per me averlo nel primo disco.

Ho visto l’intervista a “L’assedio”. Cosa hai pensato quando ti hanno chiesto di andare in tv, un posto ancora strano per il rap, no?

Sì, è strano, ma utile. Il rap arriva a tutti, a chi lo vuole sentire, ma con la tv puoi arrivare anche all’orecchio della casalinga che magari non ti capisce ma inizia a considerare quello che vuoi dire, senza discriminarti in partenza, perché ti trovi su un canale ufficiale.

Spostandoti e “migrando” sei sempre stato parte degli “altri”, non degli accettati. Come hai interiorizzato questo ruolo?

Fa parte di me. Appartengo a tutta questa gente, so cosa vuol dire. Sono solo uno di loro che ha avuto la fortuna di poter parlare per loro. In Francia vivevo in un rione multiculturale e in Italia ho fatto la stessa cosa, quindi nella musica ho mischiato tutti questi rapporti di amicizia, non è cultura è proprio amicizia.

Ringrazio la vita di avermi fatto guerriero e il lavoro di avermi fatto soldato

Speranza su Instagram parlando dell’ingresso in Sugar Music

Ascoltando la tua musica emerge che l’incontro con Barracano e in seguito la conquista di Milano sono stati due punti di svolta nel tuo percorso.

Sì, è partito tutto da lì. Quando io e Baraccano ci siamo incontrati e ho ritrovato un po’ di gusto a rimettermi nel rap seriamente sono scaturite tante cose. Siamo approdati a Milano senza neanche accorgercene, è stato naturale, non si può spiegare.

Speranza è l’ultima\o a morire? Il gioco di parole è evidente, ma nasconde altro. Cosa vuol dire per te?

Lo spiego molo bene in “Iris”. Alla fine del pezzo dico “Speranza sarà l’ultima a morire, o con me o senza me“. È esattamente questo, l’intenzione di dare alle persone un’idea per andare avanti ma nella quale io non sono essenziale o necessario, lo è la sostanza di quello che dico.

Il primo articolo su di te l’ho scritto esattamente un anno fa, sembra strano a pensarci. Avevi appena annunciato la tua partnership con Sugar Music, una delle realtà indipendenti più importanti sul piano nazionale. Cosa è successo da quel momento a oggi?

Tante cose. Con le nostre forze, senza etichetta, avremmo potuto continuare a fare molto, ma ho deciso di puntare sulla sicurezza di avere un album fatto bene da dare alla gente. Ho preferito eliminare il rischio che non arrivasse abbastanza forte e a tutti, un po’ come se il disco fosse il mio bambino, ho provato di prepararlo al meglio prima di andare a scuola.

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