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Super Bowl: oltre al concerto c’è anche una partita

Articolo di

Claudio Pavesi

Per tante, forse troppe persone in Europa (e ancora di più in Italia), il Super Bowl è solo la fiera dell’intrattenimento, una serata (o nottata, in base a dove ci si trova) in cui veniamo sommersi da spot pubblicitari e da un concerto che ospita un concentrato senza precedenti di superstar. Ovviamente, il Super Bowl non è solo televisione e musica, anzi, in teoria questi dovrebbero essere solo la sua cornice. In teoria, perché nel tempo è diventato più grande della stessa NFL, quella National Football League che ha in questo evento la finale della propria stagione sportiva.

L’ironia dei fatti sta proprio in questa particolare dinamica: la NFL, il football americano professionistico, è seguita solo da una piccola ma quantomai accesa nicchia di pubblico europeo che ha il suo picco in Germania (storicamente una delle sedi principali dell’ormai defunta NFL Europe e paese con più squadre nella European Football League) e in Inghilterra, specie da quando questi paesi hanno iniziato a ospitare le partite di stagione regolare, trasferte straordinarie che spingono le squadre a portare più di 60 persone e tonnellate di attrezzatura a oltre 10.000 km di distanza per una trasferta di soli due giorni. Già questo elemento dovrebbe far capire di che tipologia di business parliamo, una macchina da soldi che sta provando in tutti i modi a conquistare anche l’Europa, con successi solo parziali, eccezion fatta per il Super Bowl. Durante la stagione regolare infatti la NFL non è così osservata da questo lato dell’oceano, specie se consideriamo i dati televisivi americani. Dal 2011 a oggi, il programma più visto della televisione made in USA è il Sunday Night Football della NBC, la partita domenicale. Mentre tra i primi 32 programmi più visti nella storia della televisione statunitense troviamo ben 30 Super Bowl, un altro dato in grado di far capire che la potenza mediatica della NFL sta nel confronto con gli altri sport. In Europa siamo soliti parlare di NBA, ma le partite di Natale hanno toccato un picco di 6 milioni di spettatori, con un minimo di 2.49, e parliamo delle sfide più interessanti e organizzate della stagione regolare. L’equivalente NFL nel medesimo giorno ha toccato un picco di 25.92 milioni di tifosi, con un minimo di 17.15. La sfida tra i Broncos e i Rams, una partita che non aveva nulla da dire a livello di classifica tra squadre che sono in grado di offrire uno spettacolo peraltro modesto.

In un contesto del genere, non è difficile comprendere il tema che tutti gli anni cattura l’attenzione dei più quando si parla di Super Bowl: i costi degli spazi pubblicitari e delle sponsorizzazioni. Secondo FOX Sports e NBC, i costi per 30 secondi di spot nel 2023 si aggirano in un range dai 6 ai 7 milioni di dollari. E sì, mi spiace deludere il pubblico italiano, ma chi guarderà la partita su DAZN o sulla Rai, le due emittenti che la trasmetteranno in Italia, non potranno vedere nessuna di queste pubblicità, essendo un’esclusiva del territorio americano. YouTube e Twitter potranno comunque venire in soccorso dei più curiosi.

Come recentemente è stato detto: «Carino che abbiano organizzato una partita di football come contorno al concerto di Rihanna». L’artista non pubblica un album dal 2016, stesso anno del suo ultimo tour, motivo per cui l’hype per la sua performance è alle stelle. Forse quella con più interesse mediatico dall’esibizione di Beyoncé nel 2013. I dettagli non sono molti, di certo c’è che il concerto durerà 13 minuti, per un costo di produzione che si aggira attorno ai 13 milioni di dollari, un budget importante ma accessibile per le tasche di Apple, neo sponsor dello spettacolo dell’intervallo che ha soppiantato Pepsi per la prima volta dal 2013. I soldi non sono l’unico modo che permette di capire come il Super Bowl giochi un campionato a parte, basti pensare che le regole e le normative legate al gioco cambiano per favorire lo spettacolo: l’intervallo infatti passa dai tradizionali 15 minuti a 30, così da lasciare più spazio a intrattenimento e spot pubblicitari. È un po’ come se l’intervallo della finale di Champions League durasse il doppio del previsto per permettere a un artista di cantare a centrocampo. Scenario inconcepibile in Europa. Per non parlare del fatto che i giocatori non sono abituati a rimanere “freddi” per così tanto tempo, ma in questo caso l’intrattenimento viene messo su un piano superiore rispetto all’integrità della partita più importante dell’anno.

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Giusto, la partita. Per chi non ha un grande legame con il football americano, il Super Bowl può essere un bel modo per avvicinarsi e quest’anno potrebbe essere ancora più facile rispetto al passato perché le squadre coinvolte sono particolarmente divertenti. Da un lato i Kansas City Chiefs che sempre hanno raggiunto l’AFC Championship (la finale della propria conference, la porta che conduce al Super Bowl), dall’altro i Philadelphia Eagles che ritornano nella partita più importante per la prima volta dal 2017, ma stavolta con un gruppo totalmente rinnovato, guidato da Jalen Hurts.

Ma perché quindi stavolta la partita è più apprezzabile anche dai tifosi occasionali? Il football americano è uno sport tremendamente tattico, praticamente una partita a scacchi fatta di schemi messi in atto da brevi e concentrate azioni di esplosione fisico-atletica adoperate da atleti pressoché perfetti. Quando però si hanno a disposizione i playmaker (nel senso letterale di “creatori di gioco”) che vedremo in campo nel Super Bowl LVII, è più facile rimanere impressionati, anche se non si coglie nello specifico il lato tattico. Patrick Mahomes, il quarterback dei Chiefs, è ciò che di più vicino c’è a un videogioco nello sport professionistico. Il numero 15 non è solo dominante, ma la sua abilità di lanciare in tutti i modi, indipendentemente dalla meccanica di movimento utilizzata, lo rende incredibilmente polarizzante agli occhi dello spettatore, per non parlare della sua capacità di tenere in vita l’azione, anche quando tutto sembra perduto. Mahomes talvolta è incredibile anche agli occhi delle altre superstar NFL. Tra le sue armi non c’è più Tyreek Hill (passato ai Miami Dolphins), il wide receiver che ha ridefinito il concetto di velocità, ma rimane Travis Kelce, tight end fenomenale tanto in campo quanto fuori, sia per i suoi outfit che per il suo status da party boy. Proprio a Kelce si lega una delle storie più belle del Super Bowl: a Philadelphia gioca infatti suo fratello Jason, uomo di linea (quindi un ruolo che potremmo definire meno in vista) ma personalità dominante, come dimostrano le celebrazioni del Super Bowl vinto dai suoi Eagles nel 2017. I due Kelce sono figure che un po’ mancano nel mondo sportivo europeo. Insieme tengono anche un podcast che si chiama New Heights in cui commentano con tono comico e ironico, tipico delle loro personalità, i fatti della stagione NFL, grazie anche alle comparsate di speciali ospiti.

Come Kansas City è una squadra tremendamente divertente da vedere giocare per le magie di Patrick Mahomes, allo stesso modo Philadelphia risulta estremamente apprezzabile agli occhi dell’osservatore occasionale. Coach Nick Sirianni è lo stereotipo dell’italoamericano moderno nato e cresciuto a New York ed è ora alla guida di un gruppo molto giovane che ritrova Jalen Hurts nella posizione di quarterback. Hurts è dinamico, veloce, sicuro e in grado di risolvere le partite tanto con i lanci, quanto correndo con le proprie gambe, la tipica combinazione che sa elettrizzare il pubblico. Hurts è diventato professionista solo nel 2020 dopo una carriera universitaria strepitosa ma il suo passaggio in NFL fu coperto di dubbi: troppo basso, non abbastanza pulito nella tecnico, un passatore impreciso. E invece Hurts è diventato un leader molto più in fretta di quanto non si credesse, facendo passare Philadelphia da una squadra in rinascita, a un team da Super Bowl. Se poi gli Eagles dovessero vincere, ci sarà da divertirsi, sia per la potenza con cui i giocatori metteranno in play la intro di Dreams and Nightmares di Meek Mill, praticamente diventato l’inno cittadino, sia per la presenza di ulteriori figure del mondo rap come Lil Uzi Vert, ma soprattutto perché i cittadini di Philadelphia sono storicamente i più caldi e infuocati dell’intero panorama sportivo americano.

Se anche uno solo di questi elementi riuscirà a fare appassionare nuove persone a uno sport affascinante, complesso e bellissimo come il football americano, sarà di base una vittoria.