Supreme

L’effetto Supreme e l’imitazione dei brands emergenti

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Supreme non è più solo un brand, è il costume di una generazione, è un modello sociale. Del resto da sempre l’abbigliamento rispecchia il grado di integrazione dell’individuo nella società in cui vive.

Il brand newyorkese, stendendo davanti all’oggetto “vestito” un velo di immagini, di simboli, di ragioni e di sensi, ha reso i suoi capi dei simulacri, sostituendo al tempo greve dell’usura, un tempo sovrano. Tees iconiche come Kermit The Frog o Mike Tyson non subiscono il naturale decadimento delle mode stagionali, ma ogni anno diventano più attraenti e richieste. Questa sindrome, simile a quella di Benjamin Button, è una conseguenza naturale in quanto non è la tee di per sé ad essere desiderata, bensì il suo valore simbolico.

Il fenomeno Supreme, come ogni fenomeno sociale, ha portato a una serie di comportamenti collettivi prevedibili, sia da parte dell’utente finale sia da parte dello street business.

Come è vero che non sarà mai “il giovedì del tutto può accadere”, anzi il giovedì è il giorno più scontato per uno streetwear addicted, è altrettanto vero che alla parola “collaborazione” gli animi si fanno più concitati generando ancora più fermento intorno alla drop settimanale.

Di questi assiomi supremiani (passatemi il neologismo) ne potrei citare altri 100, ma non è al momento il focus della questione, soprattutto perché ormai tutti conosciamo le dinamiche attraverso le quali i fans del brand si muovono.

Un altro effetto del fenomeno Supreme è rintracciabile nell’architettura dei brands emergenti. Negli ultimi mesi assistiamo alla proliferazione di nuovi marchi che sembrano essere tutti figli di James Jebbia (legittimi o meno, questo sta a voi lettori deciderlo).
Supreme viene assoldata come musa ispiratrice dai new entry dello street business, i quali cercano di riprendere (oppure si lasciano stimolare dagli stessi codici bla bla…) la stessa estetica e gli stessi riferimenti dell’hype brand per eccellenza, tentando di incarnarne il DNA per ricalcarne la fama e il successo, senza però avere alle spalle quella storia e quella subcultura che hanno reso Supreme un marchio unico e riconoscibile.

Ma è pur vero che questa tanto osannata “storia” non può, per logica, esistere su un brand appena nato che tuttavia ha sicuramente delle radici che affondano nel fermento dello streetwear che stiamo vivendo. I nuovi designers sono il sintomo di questo subbuglio e se riusciranno a costruirsi una storia lo scopriremo probabilmente tra qualche anno.

Da sempre la moda (in tutte le sue sfaccettature, da quella di lusso a quella più street) ha sicuramente un proposito commerciale, ma ha anche sempre qualcosa da raccontare attraverso le sue collezioni: a volte lo fa in modo provocatorio, altre si veste di una sobria eleganza, altre ancora ci sorprende attraverso la ricerca di materiali futuristici che si adattano alla contemporaneità dei nostri giorni.

Ma qualsiasi sia la storia che la moda vuole raccontarci, lo fa sempre in modo molto personale. Da Gucci a Balenciaga, da Vetements a Gosha Rubchinskiy, da Supreme a Bape, in tutti questi esempi siamo in grado di riconoscere degli elementi esclusivi per ogni marchio. Ed è proprio questa esclusività forse l’elemento critico di questi nuovi brands.

Se da un lato non si era mai vista tanta eccitazione orbitare intorno allo streetwear e soprattutto non era mai accaduto che così tanti designers si mettessero in gioco per creare una propria linea, dall’altro questo sovrappopolamento nel mercato street mette in pericolo i nuovi brands. Il rischio che corrono è quello della sovrapposizione, di presentarsi con un’immagine molto simile tra loro, perdendo di conseguenza quell’unicità che fortifica un marchio.

Hoodies, loghi, drop settimanali, produzioni limitate e capsule collections sono i nuovi must. Questo modo di lavorare che ha funzionato tanto bene per Supreme sarà altrettanto efficace per i new entry del settore?

Se volete andare oltre la meteora, se volete essere l’eccezione seguite il consiglio di uno dei protagonisti più visionari di questo millennio, “stay hungry, stay foolish” e sicuramente sentiremo parlare di voi.

Outpump

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