Syreeta vuole ricordarci da dove veniamo

La verità? In questi anni, non sempre è una esperienza davvero soddisfacente incontrare i DJ di successo, o anche solo quelli sulla rampa di lancio verso la celebrità. Gentili sono gentili, per carità, del resto fanno un lavoro che nasce da una loro passione e li pagano pure tanto per svolgerlo, ma spesso lo vedi, lo “senti” che sono incastrati in una giostra che gira velocissimo e muove molti interessi, affari, denari, invidie, ansie di successo e da prestazione, e tutto questo un po’ li risucchia e li rende un minimo lontani e distratti quando si tratta di farsi una chiacchierata, rendendo le interviste solo un semplice appuntamento di lavoro, una cella di Excel da segnare come completata nel Mac di chi tiene il conto di appuntamenti, compiti, obiettivi all’interno del team che lavora per te. Ecco: con Syreeta, questo pericolo non c’è.

Abbiamo avuto il piacere di incontrarla durante il suo DJ set a Milano, all’esclusivo party su invito per euphonia, il nuovo rotary mixer di AlphaTheta. La DJ inglese è uno di quei nomi che in pochissimo tempo è diventato improvvisamente ubiquo nei posti “giusti” con la gente “giusta”, ed in effetti è una di quelle che gira con un attentissimo team – quello di He She They, che è insieme label, management e serie di serate – che segue e stimola passo dopo passo la sua carriera. Ma non c’è nulla di distratto o “freddamente professionale” nel suo modo di porsi. C’è calore, c’è passione, c’è entusiasmo; che poi è quello che finisci sempre nel riscontrare quando la vedi all’opera dietro la console, elementi che fanno capire subito perché lei sta avendo un’ascesa vorticosa ed altri invece no. Ha voglia di fare, di arrivare, ma ha capito l’importanza di non svendersi per delle scorciatoie. Questo la rende più serena, e l’essere più sereni ti aiuta a viverti meglio tutto quello che ti succede attorno. Abbiamo organizzato con lei una chiacchierata a Milano per scambiarsi impressioni sull’euphonia, il mixer che ha adottato recentemente durante i suoi set, un mixer piuttosto particolare, con un’anima digitale e un cuore analogico, come emergerà dall’intervista, in cui se ne parla a modo. Ne è nata così una chiacchierata a trecentosessanta gradi, piuttosto brillante, non banale, soprattutto piena di grandi e sinceri sorrisi.

Allora, quello che ho di fronte è una ragazza di Birmingham che è una giovane, promettente atleta… No, aspetta: ho sbagliato. Questa presentazione poteva andare bene un po’ di anni fa, no? Ora fai la DJ, altro che atleta…

(ride, ndr) No no, è giusta, è ancora giusta! Sarà giusta per sempre!

Scherzi a parte: hai iniziato come atleta, all’inizio la tua vita sembrava andare in quella direzione lì, ed eri talmente focalizzata sul fare bene come atleta che non ti concedevi il minimo sgarro, manco bere alcolici. Altro che clubbing. Poi cos’è successo?

Poi, è successo che mi sono infortunata. Un infortunio piuttosto brutto che mi ha portato a prendere la decisione più devastante che potessi immaginare in quel momento: abbandonare l’atletica. Davvero, credimi, quella decisione lì poteva distruggermi, e lo stava facendo. Poi però è arrivata la musica a salvarmi… La musica ti salva. Sempre. Salva tutti e tutto. 

È arrivata la musica, ok. Ed è arrivata Londra. Perché ti sei trasferita lì. E…

…e a Londra ho scoperto la musica house! La cosa più bella che potesse succedermi, punto. (si apre in un largo, luminoso sorriso, ndr)

Ma era una musica house, e in generale un clubbing, un po’ diverso da quello di oggi. O almeno, fammi specificare: se non sbaglio, tu eri veramente un soldato dell’underground, manco ti interessavano i grandi giri dell’industria del clubbing.

Oh sì, puoi dirlo forte! Andavo a tutte le serate più underground, quelle più autentiche, non commerciali, e… wow, che atmosfera! Una cosa incredibile. L’energia, l’amore, la passione… E non uno che avesse il telefono in mano. Non come oggi.

Beccata: sei una nostalgica. 

Lo sono, hai ragione. A volte rimpiango certi tempi e certe vibrazioni.

E allora ti chiedo: perché le cose da allora sono peggiorate, se allora erano così belle?

Eh, buona domanda. Provo a fare una ipotesi: Instagram. O prima ancora, Facebook.

Però tu non sei certo una che si tira indietro, se c’è da usare i social.

Assolutamente. Sai, è davvero cambiato tutto. Oggi se arrivi nella scena e vuoi giocare un ruolo non devi essere solo un DJ ma anche un content creator. Capisci cosa intendo? Devi avere più abilità rispetto a prima, peraltro in campi diversi, e questo credo sia molto difficile da accettare e gestire come passaggio, specie se arrivi da un’era precedente. Ma è difficile in realtà anche per chi in mezzo ai social ci è nato. 

Tu ci riesci?

Ci provo. Faccio del mio meglio.

Occhio però, che a fare troppo del proprio meglio il rischio è quello di fare più attenzione alla resa sui social che alla qualità della musica.

Hai ragione, hai davvero ragione. Questa possibilità assolutamente c’è. Perché sai, attorno a te c’è davvero tantissima pressione per diventare non solo un semplice DJ, ma proprio un brand. Io in realtà vorrei solo fare la DJ, ovvero suonare, amare la musica, rendere la gente felice. Ma oggi non basta. 

Come descriveresti il “brand Syreeta”?

Divertente. Energico. Autentico. Inclusivo. 

E ci sta, avendoti visto all’opera. L’ironia delle cose però si trova nel fatto che tu, se non sbaglio, all’inizio eri innamorata persa della scuola rumena della minimal techno: affascinante ed ipnotica, ma ecco, più che “divertente ed energica” direi “scura ed essenziale”.

Vero! Sono stata in quella bolla un sacco di tempo! E non ne uscivo. Non ne volevo uscire. Fino a quando, nel 2017, Mixmag e Smirnoff mi hanno dato la possibilità di esibirmi in una serie di appuntamenti che servivano a sensibilizzare il pubblico sull’importante delle artiste donne nella scena, evidenziandone i talenti emergenti migliori. Nel farlo e nel darmi questa bellissima opportunità, mi hanno anche detto che sì, ero brava, ma che sarei dovuta essere anche un po’ più eclettica, non stare su un’unica direzione musicale, per giunta così impegnativa. Ho accettato il consiglio, perché era assolutamente giusto: mi sarei ritrovata a suonare in contesti piuttosto diversi da quelli a cui ero abituata, sarei insomma uscita dalla mia comfort zone fatta di minimal e di underground. Non potevo rifiugiarmi nelle mie solite cose, non avrebbe funzionato. Ma anche lì, guarda, già per me saper “leggere” il dancefloor era qualcosa di fondamentale, quindi quando si è trattato di “leggerne” di nuovi, diversi, più eclettici, è stata una sfida che ho subito accettato con gioia. E che mi ha fatto benissimo. Da lì, non sono più tornata indietro. 

Non solo non sei tornata indietro ma, in pochissimi anni, hai messo su un cursus honorum impressionante: hai suonato e stai suonando nelle migliori serate techno e house del dancefloor globale, Ibiza e non solo, dividendo la console con mostri sacri assoluti. Il sogno di tutti. Qual è il tuo segreto?

Ho un ottimo team. E sono una persona simpatica! (Ride di giusto, ndr) Anche questo aiuta, nell’industria musicale…

Per dire: Marco Carola, che non è uno necessariamente antipatico ma non è nemmeno la persona più espansiva del mondo, dopo averti sentito suonare prima di lui, ti ha chiesto di prendere parte a Music On, la sua iconica serata, che so che amavi anche tu e ci andavi pure. Come diavolo ci sei riuscita? Come hai fatto convincerlo così facilmente?

Me lo chiedo ancora adesso, credimi! (risate, ndr) …davvero, non lo so. Me la ricordo benissimo quella serata. Stavo ancora suonando, quando lui è arrivato in console, per iniziare a prepararsi. Io appena l’ho visto sono corsa da lui per abbracciarlo, «Marco! Che onore conoscerti», mi è venuto proprio istintivo.

E lui non ha chiamato la sicurezza per farti allontanare?

No! Anzi, è rimasto lì tutto il tempo, quasi mezz’ora, a sentirmi suonare. So che non lo fa sempre. Poi, quando ho finito, qualcuno della sua crew è arrivato da me e mi ha detto «Ok, considerati invitata a Music On. A suonare, eh, non in mezzo alla pista». L’istinto era quello di mettersi a fare capriole dalla gioia lì sul posto, in mezzo alla console, ma per fortuna sono riuscita a trattenermi!

E quindi come è stato suonare a Music On?

Irreale. Così come è stato irreale suonare anche a Paradise, o a Circoloco… E tutte queste cose si sono avverate in pochissimo tempo, a rendere il tutto ancora più scioccante ed inspiegabile.

Come definiresti la musica che suona? Perdonami, lo che è la classica noiosissima domanda da giornalista che gli artisti di solito detestano, perché odiano farsi catalogare, essere messi in una “scatola” stilistica, lo so. Ma comunque mi incuriosisce sentire la risposta. Anche perché da un lato so che spesso e volentieri paghi grandi tributi alla vecchia scuola, mi ricordo ad esempio una intervista in cui raccontavi di essere emozionatissima di suonare prima di Juan Atkins, uno dei pionieri assoluti della techno, ma al tempo stesso so che ami suonare un sacco di produzioni inedite o quasi inedite di musicisti emergenti, roba insomma freschissima. Non è facile trovare un equilibrio tra passato e futuro, in un set. 

Ma sì che lo è, invece. Non ci vuole molto. Amo la musica, amo chi la crea, indipendentemente dal periodo storico. Sono cose che mi appassionano nel profondo. E quando agisci in primis per passione, beh, viene tutto naturale. Anche quello che apparentemente potrebbe essere più difficile.

Che poi, nel deejaying a proposito di passato e futuro, la tensione c’è sempre. Nascono discussioni e prese di posizione anche piuttosto accanite: penso ad esempio alla disputa tra chi suona solo in vinile e chi invece solo in digitale, qualcosa che ad un certo punto assume i connotati della guerra di religione. O alla differenza tra i mixer più diffusi, a cursori, o i rotatitivi, amatissimi dalla house più old school. Ecco, anche qui tu scompagini tutto: ultimamente stai usando l’euphonia dell’AlphaTheta, un rotary mixer, ma nel tuo set non c’è certo solo roba old school, anzi. Come mai questa scelta?

Beh, per quanto riguarda l’euphonia sono addirittura stata coinvolta nella fase preliminare, quella di progettazione, per quanto riguarda il design più efficace da adottare. Quando alla fine ho avuto tra le mani il modello definitivo, quello pronto ad andare in produzione, sono rimasta senza parole. Era ed è bellissimo! Sai, io di mio non ho mai posseduto un rotativo – sono rari, delicati, anche difficili da trovare – ma li ho sempre amati tantissimo, mi hanno sempre affascinato da morire. Erano e sono iconici. Come giustamente hai detto tu, sono un segno distintivo di molti grandi maestri della house storica. Trovo meraviglioso che un rotary sia stato progettato ex novo e perfezionato per il suono di oggi, per la contemporaneità. L’euphonia non vuole sostituire i rotativi storici: no, vuole semplicemente offrire una esperienza completamente diversa a chi oggi suona. Riesce a darti un brivido del passato, permettendoti però di essere sempre ben piantata nel presente, come resa sonora e come modo di suonare. 

Mi stai dicendo comunque che è importante anche saper respirare e capire ciò che è stato classico.

Assolutamente. Noi tutti che facciamo questo mestiere dovremmo ricordarci che arriviamo da lì: dai grandi classici, dai maestri. 

Non è una perdita di tempo cercare di capire cosa facevano, il perché lo facevano, il come lo facevano. Anche se nessuno dei grandi maestri ha oggi gli stessi numeri e la stessa fama di un, tanto per fare un nome citato prima, Marco Carola. 

Conoscere le origini della club culture è fondamentale, altrettanto conoscere e rispettarne i grandi maestri. Che poi loro, per questioni meramente generazionali, non siano dei nativi digitali e siano quindi meno immersi nel mondo dei social e delle sue numeriche, è vero. Questo porta molte persone della nuova generazione a snobbarli, ma è un errore gravissimo. Ed è un errore che possiamo correggere proprio noi che abbiamo la fortuna di avere oggi molta esposizione. Dobbiamo educare chi ci ascolta. Io lo posso fare in maniera molto semplice, e in questa maniera completo la risposta alla domanda originaria che mi hai fatto: metto sempre nei miei set dei grandi classici, anche quelli magari meno conosciuti. Sentendoli, un ragazzo di vent’anni ne può comunque restare affascinato ed iniziare così a fare ricerche per conto suo, cosa che non può che renderlo più appassionato e più consapevole. 

Chi sono stato gli artisti che ti hanno educato di più e meglio?

Vuoi la risposta sincera? Nessuno. Perché il miglior educatore di me stessa sono stata io. Quando ho iniziato a fare la DJ, fin dall’inizio ho studiato tantissimo. Mi sono impegnata, ho fatto le mie ricerche, mi sono insomma rifiutata di avere un approccio meramente superficiale alla professione. In questo modo, tra l’altro, quando incontri chi veramente ne sa e fa la differenza, sei più preparata, impari di più. Migliori di più. Ma questo miglioramento può arrivare solo se prima di tutto c’è in te la fiamma del voler andare in fondo alle cose, con consapevolezza. Deve partire tutto da te.

Però per un sacco di tempo hai detto di soffrire della “sindrome dell’impostore”.

Vero, ma finalmente ho imparato a credere molto in me stessa, in quello che sono, in quello che valgo. E credimi, è stato un passaggio molto importante. La fase dell’insicurezza e della “sindrome dell’impostore” è stata comunque fondamentale perché ti spinge a non accontentarti mai, a lavorare tanto su te stessa, e accidenti se questo mi è servito. Ma arriva un momento in cui ti devi fermare un attimo e fare il punto. Sono brava? Credo di sì. Faccio stare bene la gente quando suono? Mi pare di sì. Rendo le persone più felici grazie alla musica che suono? L’impressione è questa. Questo è fare bene il DJ. E io, ecco, ci sto riuscendo. L’importante che continui a farlo senza perdere mai la sincerità, l’onestà, l’entusiasmo, l’autenticità.

Articolo in collaborazione fra Outpump e AlphaTheta