Tedua ci racconta il suo percorso nella selva oscura

Articolo di

Greta Scarselli

Foto di

Umberto Falsina

Con gli occhi puntati sull’asticella di Marracash, Tedua ha scatenato il suo Haki in ventidue tracce di vita vera, assestando un colpo dopo l’altro tra le costole di tutta la scena.

In un periodo storico in cui si pretende che l’artista sia tutto – l’educatore, l’insegnante, il genitore, il punto di riferimento – il rapper genovese si pone all’ascoltatore sotto tutte queste vesti e, seppur titubante, il percorso di analisi della sua doppia natura ha già ottenuto il pieno consenso. Eppure ci vuole tempo, “Vita Vera Mixtape” è una storia che deve essere ascoltata e compresa.

“Sulla via sbagliata ormai da sempre”. Sei uscito dalla selva oscura? A che punto sei nel tuo cammino dall’inferno al paradiso?

Con quella frase intendo dire “controcorrente”. Il mixtape tratta tutta la parte antecedente al limbo e quindi l’inizio della selva oscura, con l’incontro della lupa, il leone e della lonza.

“La Divina Commedia” tratterà tutto l’inferno, il purgatorio e il paradiso – o almeno, così sto lasciando presupporre.

Tedua ad Outpump

Perché in realtà sono all’interno della selva oscura, così come “Mowgli” era una giungla urbana che trattava il proletariato e il raggiungimento del diventare essere umano – seppur poi l’essere umano più diventa uomo più vuole tornare animale, così da essere privo delle superficialità dell’uomo.
In questo caso, invece, la selva oscura è un viaggio alla ricerca della coscienza dell’artista, che si imborghesisce diventando famoso e ricco e che va a conoscere tutti i peccati del mondo borghese all’interno del viaggio dantesco e tornerà a vedere le stelle nel paradiso solo nel momento in cui riuscirà ad ottenere una carriera soddisfacente con sé stesso senza aver perso la scintilla dell’arte e, ovviamente, la soddisfazione personale.

Vorrei tu mi insegnassi a superare tutti i limiti imposti

Tedua in “Lo Sai”

Nel disco ti ho sentito più volte parlare di limiti e anche l’asticella di Marracash, se vogliamo, possiamo considerarla un limite da superare. Da fuori sembri uno che dei limiti se ne infischia, però nessuno è invincibile, quindi ti chiedo, ci sono dei limiti – che siano imposti dalla società o dalla tua mente – che stai cercando di superare e farlo non era così semplice come pensavi?

Sì, tutto si racchiude nel pezzo “Sailor Moon”, quando dico Dio liricista, alla ricerca di un compromesso per vendere / commesso della musica più criptica / togliendo il sigillo dalla cripta affinché venga capita. Il mio limite più grosso è quello della continua ricerca tra il fare arte e riuscire ad avere comunque un appeal di vendita e un’alta attenzione mediatica.

Mi sembra però che tu ci stia riuscendo.

Sono uscito al momento giusto, se fossi uscito l’anno scorso la scena era improntata tanto su un approccio più superficiale del genere, non è facile essere il leader in una rete telepatica di individui. 

Ho notato nel disco un riferimento a One Piece. Parto dal presupposto che a mio parere una delle cose più importanti che ci insegna One Piece è che il frutto conta fino a un certo punto; ciò che rende veramente forte il personaggio principale è la sua mente, la sua attitudine, la sua ambizione, piuttosto che il frutto in sé. Facendo un parallelismo, qual è quella caratteristica innata che ti rende forte sempre e comunque, nonostante tutto, e qual è invece il “frutto” che hai acquisito per tirare pugni più forti?

Mi verrebbe da dire, così su due piedi, paragoniamoci a Monkey D. Luffy (protagonista del manga “One Piece”, ndr). Il mio istinto di sopravvivenza alla vita è questo approccio non esuberante, ma goliardico, eccentrico, sensibile. La mia fortuna è che la mia indole caratteriale è quella di un leader e di una persona curiosa. Il mio frutto del mare è imparare a saper ascoltare le persone intelligenti che hanno qualcosa da insegnarmi, perché quando si è molto eccentrici è più difficile ascoltare gli altri.

Monkey D. Luffy, mangi i frutti del mare / Per potenziare il tuo flow, ma non può funzionare
La taglia sulla testa mia sai quanto vale / Immagino che sia più del tuo anticipo royal SIAE

Tedua in “Vita Vera”

Tra i diversi featuring che hai scelto, quello di Dargen D’Amico si discosta molto. Ci sono anche vari riferimenti nel mixtape – alcuni più palesi altri più nascosti – che prendono ispirazione dalle sue vecchie tracce. Mi verrebbe quasi da considerarlo il Virgilio di questo progetto, è un parallelismo eccessivo?

Lo è, ma perché Virgilio è Chris Nolan, il mio direttore artistico, detto anche Chrisgilio (ride, ndr). Però Dargen e io siamo come Kid Cudi e Travis Scott, questo è il perfetto paragone tra noi.

L’Italia sta lavorando molto dietro le quinte secondo me. Immagino che un featuring internazionale non sarebbe comunque finito nel mixtape, però ricordo che anche tu hai viaggiato molto per realizzare nuova musica. A che punto è l’Italia in Europa secondo te?

Secondo me siamo indietro, ma non sono neanche più in grado di fare dei paragoni perché abbiamo così tante differenze storiche e coloniali rispetto alla Francia, alla Germania, l’Inghilterra. Secondo me in Italia siamo al quarto posto, sicuramente Germania, Inghilterra e Francia sono davanti a noi.

Come mai siamo così lontani?

Siamo indietro perché siamo un paese bigotto e perché ultimamente la cultura musicale si sta un po’ perdendo. Negli anni 2000 le mamme ci facevano pompare i Lunapop, gli 883, MTV, Top of the Pops. Oggi sì c’è Spotify, tutti ascoltano musica, però è cambiata l’attenzione con cui si ascolta; quindi possono venirmi anche a dire che ora c’è più attenzione da parte dei ragazzini, ma è cambiato il modo con cui si ascolta perché la rete telepatica di individui che noi rappresentiamo non viene educata, ma neanche da noi.

Secondo me in Italia tra 3/5 anni, se continuiamo così, saremo veramente forti. Sfera ha fatto un super lavoro per il genere all’estero.

Tedua ad Outpump

Se non fosse stato per il coronavirus saremmo tutti a Los Angeles – io, Sfera, Ghali – a portare avanti bei rapporti. Siamo tutti improntati su questa vibe, soprattutto perché ci dà fastidio essere limitati dal posto in cui siamo nati. Perché non possiamo andare noi in America a spaccare tutto?

Parlando di aspettative, diciamo che questo mixtape era solo – tra mille virgolette – un assaggio con cui è stato introdotto questo scenario dantesco. Possiamo aspettarci un concept album sulla Divina Commedia?

L’album si intitolerà “La Divina Commedia”, però sarà la mia Divina Commedia, devo farla in modo molto originale. Perché se faccio una tesi su Dante come un classicista, con un tema descrittivo, secondo me diventa solo che banale. In più io non ho lo spessore culturale per poterlo fare, devo fare una figata che vada oltre, una vera reinterpretazione ispirata. Però sarà un concept album sulla Divina Commedia, certamente.

Posso chiederti da dove è nata questa idea di DanTedua?

È un gioco di parole che mi è uscito a caso mentre scrivevo. C’è da dire che tutti i fan mi chiamavano sempre “poeta” e allora ho voluto giustificare un po’ questa cosa nel mio immaginario.

La cosa figa è questa. Trovare un concept album dopo “Orange County” e “Mowgli” era molto difficile, e trovarlo di spessore che mettesse tutti d’accordo ancora di più, quindi ho unito i puntini e ho pensato sempre più che l’idea fosse geniale perché la Divina Commedia ha un immaginario trasversale collettivo, sia per un classicista sia per uno che ha frequentato l’alberghiero, ma anche per chi ha mollato la scuola. Perché tutti l’abbiamo studiata, sappiamo bene o male di cosa parla, gli adulti ce ne hanno parlato quando eravamo bambini.

Inoltre l’immaginario che mi dava la Divina Commedia era immenso, per il merch, le installazioni sul palco, le copertine, le canvas. Inoltre avrei voluto spingere la cultura, la letteratura, che alla fine si lega al fatto che io sono uno scrittore seppur un rapper. Fare una canzone per ogni cerchio secondo me è una rottura di palle, però non ti spoilero nulla.

Ho visto che è stato Domenico a realizzare la cover del disco. In che modo ti ha aiutato nell’estetica del progetto?

Tutti i disegni della prima copertina e delle canvas li ha fatti Federico Merlo, che è il mio grafico di  “Mowgli” e di “Orange County”. Domenico invece si è occupato della seconda copertina in 3D e degli outfit delle canvas, ha realizzato il font della scritta “Vita Vera” e della tracklist.

Ho poi ricevuto il lasciapassare da Mondadori per reinterpretare i disegni di Doré, famoso illustratore della Divina Commedia, ed è stata una figata. Non è che chiunque va in Mondadori può avere il copyright su Doré. Avevamo una base da cui partire e abbiamo fatto un grande lavoro.
Se paragoni le immagini non puoi dire che è copiato, c’è un super lavoro di citazione, tutto in chiave di lettura hip hop.

La reinterpretazione di una illustrazione di Dorè per la cover di “Vita Vera Mixtape”

Dante ha scritto la Divina Commedia durante l’esilio. Chiamare esilio il periodo di quarantena mi sembra eccessivo, ma ad ogni modo sei lontano dalla scena da due anni, perciò vorrei chiederti, col senno di poi, ti ha fatto bene tener fuori un po’ di cose dal tuo habitat?

Certamente, ho avuto l’esigenza di latitare, innanzitutto perché ero privo di uno studio di mia proprietà, Chris lo stava costruendo e quindi abbiamo dovuto un attimo stringere i denti. Poi sai, dopo “Mowgli” era la prima volta che avevo un successo del genere per un album, anche “Orange County” si stava riaffermando sempre di più, quindi ho provato il periodo di un artista post-album che si gode il successo e dopo dice okay, ora devo continuare questo percorso, chi voglio diventare? E, soprattutto, in che Paese sto vivendo? In che periodo storico sto vivendo? Chi sono i miei competitor?

Inoltre dovevo psicologicamente crescere perché la fama mi aveva tolto la terra da sotto i piedi, proprio da cittadino del paese. Anche solo il poter andare a prendere un toast alle 14 appena sveglio in pigiama nel bar sotto casa. Sono stato un po’ in sbatti da maggio 2018 a maggio 2019.

Ho cercato proprio di aumentare la consapevolezza e la profondità della coscienza di Mario e di Tedua, oltre che imparare dal punto di vista tecnico per migliorarmi.

Tedua ad Outpump

Lo studio è arrivato a maggio 2019 e a gennaio/febbraio 2020 ho maturato che avrei voluto far uscire un mixtape prima dell’album.

Quindi era già deciso?

Sì, ho fatto credere che non fosse così per fare solo un po’ di marketing (ride, ndr). Le tracce sono state fatte tutte in funzione di questo disco, non ho fatto scarti dall’album. Metà sono riuscito a farle prima della quarantena, l’altra metà durante.

Vedere il breve documentario del disco mi ha fatto ben sperare per un futuro che verte in quella direzione. Innanzitutto, vorrei chiederti come mai la scelta di affidare la narrazione a qualcun altro.

Sicuramente anche io lo spero, ho fatto tutto questo per strizzare l’occhio al mondo del cinema.

Ho affidato la cosa a Luca Ward perché non mi reputavo abbastanza competente da poterlo leggere io. Lo avrei letto bene, lo avrei letto emozionato, ma non lo avrei letto con un alto spessore etico professionale, perché bisogna studiare per leggere un copione e non volevo fare una cosa mediocre. Quindi ho preferito affidarmi a un professionista e quel professionista – guarda caso – è la voce del padre di Ryan in Orange County ed è il doppiatore preferito di mia madre, perciò ho pensato che fosse perfetto per raccontare determinate cose.

Poi ti chiedo – considerando che hai già un mezzo di espressione – se avessi l’opportunità di scrivere un film, racconteresti la tua storia, il tuo paese? Ci hai mai pensato?

Sai che una volta lo sapevo? Dovevo scriverlo. Sicuramente farei un film sociale, però allo stesso tempo nel 2020 fare film sociali sta diventando così banale che forse a quel punto opterei per qualcosa di più astratto, tipo “Waking Life”, un film basato su monologhi sull’esistenzialismo. Però cercherei comunque di dargli una storia, delle comparse e degli ambienti reali.

Spero si possa realizzare presto.

Dovrò studiare, presto non di certo, però quando avrò l’età di Salmo magari.

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