True to the game

Quello di cui si parla meno è quanto sia chiuso il mondo della gioielleria non tanto verso chi la utilizza, quanto per chi ci lavora.

Il mondo della gioielleria è strano, perché particolarmente chiuso. Abbiamo già sentito parlare tante volte di come la gioielleria tradizionale sia particolarmente formale, legata a determinati canoni e per questo non così affine a quel panorama un tempo definito “urban” che include artisti hip hop, sportivi e molto altro. Inutile dire che i tempi siano cambiati. Quello di cui si parla meno però è la chiusura del mondo della gioielleria non tanto verso chi la utilizza, quanto per chi ci lavora. Spesso e volentieri, quando sentiamo parlare di giovani gioiellieri, si tratta di figli d’arte o comunque di persone già nell’ambiente come orologiai, venditori d’oro o di pietre preziose, persone che hanno non solo ricevuto una formazione tecnica, ma che hanno già una rete di contatti per la fornitura delle materie prime, probabilmente la dinamica più complessa in questo contesto. Ecco, la mia storia è un po’ diversa. Mi chiamo Jules Kim e ho realizzato gioielli per alcune delle figure più importanti del mondo hip hop (e non solo). La passione, mista al caso, può dare vita a cose incredibili.

Sono metà coreana e metà irlandese, ho una sorella gemella identica a me, mia madre è un’architetta e un’artista, mentre la figura di mio padre non è mai stata costante nelle nostre vite. La sua assenza mi ha fatto capire che avrei dovuto farcela da sola. Mio padre faceva parte di una gang, la Heart & Co. di Brooklyn, ed era uno dei pochissimi coreani di quel periodo storico a essere in quel mondo. All’epoca mia madre ballava per la sua compagnia di danza moderna e conobbe mio padre al Pratt Institute di Brooklyn, l’accademia di arte. Mio padre, oltre al disegno e alla pittura, studiava la lavorazione del metallo che utilizzava non solo per motivi artistici, ma anche per creare lame e “stelline ninja”. Armi bianche, insomma. Un giorno nacque una forte rivalità tra gang e spararono a mio padre che sopravvisse, ma si ritrovò costantemente ricercato da autorità e gang rivali. Per questo mia madre, incinta, si trasferì in Virginia, dove io e mia sorella siamo nate e, inizialmente, cresciute. Mio padre, che rappresentava la mia metà asiatica, era spesso in carcere, quindi non era facile entrare in contatto con lui. Mia madre ha fatto di tutto per non farmi perdere la mia parte coreana: ci ha portato alla scuola coreana, perfino nella chiesa coreana, anche se non eravamo religiose. Voleva farci capire che dovevamo essere orgogliose delle nostre origini.

Mio padre, invece, mi ha fatto capire una cosa: per quanto unico, particolare e pericoloso possa essere il tuo stile di vita, se usi l’arte per esprimerti avrai sempre qualcosa di interessante da dire. Era un criminale? Certo, principalmente per necessità, ma sapeva dipingere, lavorare il metallo e suonare il flauto traverso. Quando poteva esprimersi attraverso queste attività, faceva vedere davvero sé stesso. Per questo motivo ho voluto che l’arte facesse parte della mia vita, ma sempre mantenendo questo spirito ribelle che non mi avrebbe mai abbandonato.

Dopo gli studi, tornata in Virginia, ho proseguito col mio mantra. Organizzavo serate e feste, facevo la DJ, e nel frattempo portavo avanti progetti creativi con mia sorella, come ad esempio piccole sfilate di moda. Non esistevano i social ma avevo già capito quanto il lato PR fosse importante tanto che a quel punto divenne il mio focus. Promuovere il mio lavoro era per me qualcosa di talmente naturale che mi sono fatta un nome in Virginia, e lo avrei fatto in seguito anche a NY. Cosa c’entra con la gioielleria? Poco, ma tutto assumerà un senso con il tempo. Per quasi due decenni ho contribuito alla nightlife di downtown New York organizzando feste con personaggi quali Aaron Bondaroff, Diplo ed Heron Preston. Ho addirittura organizzato una delle primissime performance di Santigold al Fat Baby Club di Rivington St. dove, tra l’altro, lavorava come barista mia sorella gemella Sam. Ho quindi voluto convertire la mia esperienza in questo mondo e la sua comunità nella mia vita di ogni giorno, arricchendola con l’idea di un nuovo business, qualcosa di nuovo, di inedito.

Camminavo spesso per Chinatown a New York, la Mecca della gioielleria hip hop, specie quella dei primi anni. C’erano collane con i nomi, anelli da infilare su tre dita, orecchini giganteschi… Era stupendo! Ma per lo più erano copie di brand famosi, realizzate male e con materiali poveri che non avrei mai indossato. Ho capito quindi che avrei potuto realizzare quei prodotti, ma meglio, sia per la fattura che per l’originalità. Ecco che le abilità nel lavorare il metallo di mio padre raffioravano in me. Così cominciai ad intagliare il metallo in graffiti lettering, altra influenza di mio padre, visto che scriveva sui muri ai tempi delle gang. Prima ne ho fatta una per me, poi per le persone che si esibivano con me nelle serate da DJ, sfruttando la mia abilità da PR verso la mia “community”. Smerciavo gioielli nei locali come gli spacciatori fanno con le droghe. Pian piano le persone hanno iniziato a comprare i miei pezzi e ho capito che poteva diventare un lavoro.

Ciò nonostante, la chiusura del mondo della gioielleria, come detto all’inizio, era un grosso ostacolo da sormontare. Non provenivo da quella realtà e non volevano includermi. Quello che mi stupì era che anche le persone del mondo a me più vicino non mi volessero più. Una volta mi venne detto che non dovevo permettermi di usare il graffiti lettering sulle mie creazioni. Non capivo. Non eravamo in strada, inoltre la mia formazione artistica arrivava proprio da quel mondo. Avevo tutto il diritto di utilizzarlo. I graffiti rappresentavano la mia famiglia, il “mood” di Chinatown invece rappresentava la voglia di farcela.

Ma le mie serate nei locali sono state un ottimo laboratorio sperimentale, non solo per il lato PR, ma anche per capire cosa poteva piacere alla gente. Un editor di Lucky Magazine, rivista molto importante all’epoca, venne a una delle mie prime serate e vide i miei gioielli, così me ne chiese uno per la nuova copertina con Gwen Stefani. Da lì, il boom. Sono passata dal non avere un logo, un sito, nulla, a vendere da Atrium, negozio storico, praticamente il precursore di Kith. Era il 2003 ed era finalmente nato Bijules. Ho iniziato a lavorare con Eve, MF DOOM, Irv Gotti, Chamillionaire e molti altri inclusa Beyoncé, per la quale ho customizzato uno dei miei pezzi più iconici, il Nail Ring. Ho realizzato 10 unghie d’oro incastonate di diamanti! Ricordo che la sua richiesta fu letteralmente: «Jules, voglio sembrare qualcuno che ha infilato le dita in un mare di diamanti». E così fu.

Con il tempo cominciai a ricevere le richieste più disparate e imparai nuove lavorazioni, nuove tecniche, e arricchii le mie conoscenze sulle caratteristiche di metalli e pietre preziose. In questo modo, iniziai a concentrarmi sempre più sulla gioielleria, evitando di rimanere al club fino alle 6 del mattino. Alcune volte, tornata a casa, mi mettevo a lavorare senza essere chiaramente in condizione per farlo e finivo per tagliarmi senza nemmeno rendermene conto. Ho capito anche che creare un pezzo custom richiede sempre collaborazione e intimità; due aspetti che sono alla base della mia filosofia e che mi motivano a connettermi e creare. Senza un vero scambio, non sentirei il bisogno di dare vita a un certo tipo di design. Specie il mio, che nasce dal concetto di innovazione e sviluppo in uno specifico contesto, temporale e culturale, che mira a lasciare un impatto positivo. Un esempio perfetto di tutti questi valori combinati è il mio lavoro decennale con i grillz. Storicamente, questa tipologia di gioiello era un espediente per correggere e abbellire i denti; oggi il contesto culturale ed estetico dell’hip hop e dell’espressione stilistica dell’individuo riposizionano questa pratica: ogni pezzo è creato appositamente per il corpo della singola persona e per il suo stile.

Jules Kim indossa le sue creazioni

I miei grillz vantano il prezioso contributo e l’esperienza del mio mentore, nonché leggenda del Lower East Side, Charlie Goldcap, con il quale collaboro da anni, un gioielliere coreano che ha realizzato grillz per la A$AP Mob, il Wu-Tang Clan, Sacer ed Earsnot della crew di graffiti IRAK, per menzionarne qualcuno. Charlie rappresenta l’ultima generazione di artigiani newyorkesi che hanno iniziato questo movimento a Manhattan. I suoi insegnamenti e il suo contributo a Bijules, ma soprattutto la sua amicizia, sono fondamentali per poter continuare questa tradizione artigiana e culturale e condividerla con la mia comunità.

Ho iniziato a viaggiare fuori dagli Stati Uniti per esporre il mio lavoro a quanta più gente possibile e ho cominciato a costruire il mio team di produzione con persone selezionate che fossero il più possibile vicine alla mia visione di design, di etica lavorativa, valori umani e culturali, come per esempio a Bangkok, dove lavoro con una manifattura di sole donne, dal management, fino alle operaie. Persone che ho conosciuto, di cui mi fido. Per oltre 20 anni mi sono chiesta con chi avrei voluto lavorare per esprimere davvero la mia creatività, cosa avrei dovuto cambiare per migliorare ulteriormente quanto faccio nel quotidiano. Ho cominciato scegliendo personalmente i professionisti con i quali collaboro. Dopo la Virginia, New York, la Francia e molti altri posti che per un periodo della mia vita ho chiamato casa, ho cominciato questo nuovo capitolo a Milano, un luogo in cui vorrei riuscire a portare un po’ di questi valori estetici ed etici. Vorrei riempire le mani, il collo e le bocche di tutti, anche degli italiani, di oro e diamanti.