Fashion

Tutte le volte in cui Virgil Abloh ha cambiato la moda (e non solo)

Articolo di

Leonardo Brini

Poche persone sono riuscite a travolgere e rivoluzionare il mondo della moda come ha fatto Virgil Abloh. Prima di lui, lo streetwear era solamente per una piccola nicchia di appassionati, ma grazie al suo modo unico di comunicare e alla sua visione fuori dagli schemi, la sua realtà è diventata quella di tutti. Grazie a lui, a colpi del suo inseparabile Sharpie, la voce di una generazione è diventata un grido che ha reinventato le regole del sistema fashion e non solo. La sua creatività è riuscita anche ad andare oltre, pervadendo ogni campo della nostra vita e della cultura visiva contemporanea: così, delle semplici virgolette si sono trasformate nel simbolo di una rivoluzione e di un’epoca.

Proprio grazie a questo suo talento, gli avvenimenti che hanno definito la sua carriera sono spesso corrisposti anche a momenti chiave per la storia della moda e per tutti noi: appassionati, fan o semplici spettatori.

Dal mio punto di vista, cerco di rappresentare una generazione. Ogni generazione ha dei designer di riferimento e questo è il motivo per cui le lezioni che ho tenuto ad Harvard esistono. Non lo faccio per me stesso, lo faccio per essere uno spiraglio di speranza per qualcuno. Questa deve essere l’eredità di ogni artista o creativo: vuoi essere certo che il tuo lavoro abbia un impatto.

Virgil Abloh a GQ

#BEENTRILL#

L’ascesa di Virgil Abloh iniziò molto tempo prima rispetto al suo arrivo sulle passerelle di Parigi. Il suo primo vero progetto risale infatti al 2012 quando, insieme a Heron Preston, Matthew Williams e Justin Saunders, fondò il collettivo artistico e musicale #BEENTRILL#. Quello che doveva essere un semplice gruppo di Dj cominciò però a espandersi anche nell’ambito fashion, con una linea di merchandising che diede inizio a un’estetica diffusissima sui social dell’epoca tra cui Tumblr. Il logo che riprendeva il font di “The Rocky Horror Picture Show” e l’utilizzo di giganteschi hashtag divennero presto il nuovo trend, prima dimostrazione della capacità di Virgil di anticipare i tempi e di prendere un piccolo dettaglio per trasformarlo in un simbolo.

Pyrex Vision

Subito dopo la creazione di #BEENTRILL#, Virgil decise di mettersi anche in proprio per lanciare un suo progetto personale: Pyrex Vision, ispirato al suo nome d’arte dietro la console come Dj. La voglia di imporsi nel mondo della moda era tanta e ogni occasione era valida per rendere materiali e fruibili le sue idee: per questo iniziò ad acquistare camicie di flanella di Ralph Lauren a $40, per poi applicarci delle stampe serigrafiche fatte di scritte e numeri (con il numero 23 come primo omaggio al suo idolo Michael Jordan) e rivenderle a $550. Le critiche ovviamente non furono poche ma anche in questo caso Virgil fu il primo a fare quello che poi in tanti avrebbero copiato: dopo Pyrex Vision, brand con grafiche e stili simili spuntarono a bizzeffe, anche se nessuno fu mai in grado di avere lo stesso impatto.



Off-White

L’avventura di Pyrex Vision non fu, nonostante il successo, delle più durature. Neanche un anno dopo la sua creazione, infatti, il marchio si evolse ed entrò a far parte di New Guards Group sotto un nuovo nome, che oggi è leggenda: Off-White. All’interno del brand, spesso definito come una collaborazione con Virgil Abloh stesso (Off-White c/o Virgil Abloh), il designer fece confluire tutte le sue influenze e ispirazioni. Dal mondo dell’architettura e del design alla musica e ai viaggi, Off-White rappresenta perfettamente quell’area grigia tra il bianco e il nero in cui tutti gli elementi che definiscono una persona si uniscono per dare vita a un punto di vista contemporaneo della realtà.

Le virgolette, le Cross Arrows e le Stripes, l’iconica “Industrial Belt“, lo zip-tag, le felpe con le stampe ispirate ai quadri di Caravaggio: è quasi impossibile nominare tutti gli elementi creati da Virgil Abloh e diventati talmente famosi e riconoscibili da essere ormai considerati banali. La potenza unica della visione di Virgil è stata però proprio quella di imporsi, prepotentemente e senza chiedere, prima tra i più giovani e poi attirando l’attenzione dei giganti della moda di lusso. A questo punto, inevitabilmente, lo stile street e la cultura “underground” diventarono d’interesse di tutti: dai genitori esausti dalle richieste dei figli, agli imprenditori che vedevano un nuovo fenomeno in ascesa.

“The Ten”

Se dovessimo identificare un punto di svolta ben definito della carriera di Virgil Abloh, questo sarebbe senza dubbio la prima di tante collaborazioni con Nike. Stiamo parlando di “The Ten“, che includeva dieci rivisitazioni delle scarpe più iconiche del colosso di Beaverton. Il lancio riscosse un successo ineguagliabile e diede inizio a una nuova era per il mondo delle sneakers: da quel momento, le “scarpe da ginnastica” assunsero un nuovo significato, diventando l’oggetto del desiderio di tantissimi ragazzi. Il culto del footwear non era una cosa nuova, questo è certo, e nemmeno il successo di silhouette come la Air Jordan 1 o l’Air Force 1 è da attribuirsi a Virgil Abloh: quello che accadde però con l’uscita delle “The Ten” è ancora più complesso perché non si trattava di semplici scarpe in edizione limitata che andarono sold out in pochi istanti, ma di un vero e proprio “blockbuster”. Quei dieci design, che furono considerati quasi un oltraggio dai più “anziani”, diventarono un fenomeno sociale (e social) come non era mai successo, tanto da diventare le nuove icone della nuova generazione.



Louis Vuitton

Il 26 Marzo 2018 arrivò una notizia che cambiò le regole del gioco: Virgil Abloh era stato nominato direttore creativo della sezione menswear di Louis Vuitton. Dopo Kim Jones, responsabile della celebre collaborazione tra Supreme e la maison, quello di Abloh sembrava il nome più adatto per continuare a tenere vivo l’hype intorno al brand. Quello che questo momento finì per rappresentare, però, non era una becera strategia di marketing: Virgil era diventato il primo designer nero a capo di Louis Vuitton e solo il terzo (dopo Olivier Rousteing di Balmain e Ozwald Boateng per Givenchy) considerando tutte le case di moda francesi. La sua importanza era stata ufficialmente riconosciuta dall’establishment e questo non divenne solo un successo personale, ma una conquista sia per tutta la comunità afroamericana sia per i veterani dello streetwear.

La prima sfilata sulla passerella arcobaleno nei giardini del Palais Royal, con l’abbraccio finale e il pianto insieme a Kanye West, è l’immagine perfetta della nostra epoca, fatta di inclusività e riconoscimenti, e rimarrà scolpita nella storia della moda proprio per il suo significato simbolico. Ogni passo mosso da Virgil ha ottenuto tanto successo e altrettante critiche, dalle accuse di plagio a quelle di non essere un vero designer. Se è vero che non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace, quello che non si può discutere è quanto il percorso di Abloh sia stato fondamentale per aver trasformato il mondo della moda in ciò che è oggi.

Donda

Il legame di amicizia che ha unito Kanye West e Virgil Abloh li ha portati da un internship da Fendi nel 2009 all’abbraccio a Parigi nel giugno 2018. A livello lavorativo, invece, le strade dei due si legarono indissolubilmente nel 2010 quando Abloh assunse il ruolo di direttore creativo di Donda, l’agenzia creativa del rapper. L’attitudine rivoluzionaria di Virgil si fece valere anche nell’ambito musicale poiché tutti i progetti da lui curati, a partire da “808s & Heartbreak” per continuare con “Yeezus”, “My Beautiful Dark Twisted Fantasy”, “Watch The Throne” e “The Life of Pablo”, erano unici nel modo in cui vennero pensati e realizzati. Fino a quel momento, la maggior parte degli album di tutti i cantanti avevano come unico obiettivo quello di far risaltare le canzoni contenute al loro interno ma con Abloh la situazione si trasformò. Copertina, booklet, visuals in generale: i cd vennero trasformati quasi in un brand con una propria identità, evidente in ogni singolo dettaglio. Tra le attività più apprezzate, la direzione artistica di “Watch The Throne”, sviluppata insieme al designer Riccardo Tisci, accompagnò uno dei progetti musicali più rilevanti degli ultimi decenni, merito anche proprio del lavoro svolto da Virgil.

Ikea

Oltre alla moda, una delle passioni più esplorate da Virgil Abloh è stata quella del design industriale e dell’architettura. Le collaborazioni con Vitra e Braun sono tra gli ultimi esempi di quanto la sua visione non fosse solo legata all’abbigliamento ma un vero e proprio stile di vita, un modo di pensare. Non colpisce quindi che anche la sua capsule con Ikea, lanciata nel 2019, fu innovativa e rivoluzionaria. Come avvenne per la collezione “The Ten”, la linea “MARKERAD” del brand svedese disegnata da Abloh ebbe una risonanza irripetibile. A livello creativo, l’obiettivo era quello di “aggiungere una qualità artistica a oggetti anonimi”, ma per molti il successo e il sold out istantaneo dei prodotti era dato solamente dall’hype dei più giovani. Il merito di Virgil, però, stava proprio in questo: attirare l’attenzione del pubblico sulle cose più inusuali, portando i riferimenti artistici e gli elementi sovversivi tipici del suo stile nella vita di tutti i giorni grazie a una comunicazione tanto unica quanto efficace.

Figures of Speech

Nei suoi primi vent’anni di carriera, Virgil Abloh raggiunse un numero così alto di traguardi che quando nel 2019 venne presentata la sua prima retrospettiva “Figures of Speech“, non risultò né autoreferenziale tantomeno supponente. E questo era evidente in tutti gli oggetti esposti al Museum of Contemporary Art di Chicago: dai prodotti inediti (come i prototipi realizzati con Nike e la Box Logo con la bandiera panafricana di Supreme), alla versione XXL di Yeezus, la mostra non rappresentava un elogio alla creatività di Virgil ma più una celebrazione della cultura moderna, di tutto ciò che ha trasformato una generazione, di un “modo di dire”.

L’intervista a Dazed

Tra le tante polemiche che sono nate dal lavoro di Virgil Abloh, l’intervista rilasciata al magazine Dazed nel 2019 fece scalpore per le affermazioni (anche mal interpretate) fatte dal designer. In particolare, ciò che colpì fu la sua convinzione che il tempo dello streetwear stava per finire a causa di un sempre più vivo sentimento legato alla sostenibilità, che avrebbe reso coscienti le persone del grande valore del vintage e dell’inutilità del numero di prodotti che si acquistano. Due anni dopo, anche in questo caso, la visione di Abloh è considerabile quasi profetica e se non sappiamo cosa il mondo della moda ci potrà riservare, lo streetwear non potrà mai continuare ad evolversi senza colui che lo ha ridefinito e lo ha trasformato in ciò che lo conosciamo oggi.